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Posts Tagged ‘Nietzsche’

Narra Platone, nel “Teeteto”, che un giorno Talete mentre passeggiava, intento a scrutare le stelle e tutto preso nei suoi pensieri, cadde in un pozzo. Una servetta tracia, di certo spiritosa (ma anche senz’altro maliziosa), lo prese in giro dicendogli che egli si preoccupava di conoscere le cose del cielo e non si accorgeva di ciò che gli stava davanti ai piedi.

L’episodio esposto in questo aneddoto è molto famoso e si presta a svariate considerazioni, tanto che infatti è stato ampiamente interpretato sotto molti interessanti profili. Di solito disquisendo sul significato del riso della servetta tracia, oppure della caduta del sapiente o del suo guardare al cielo. Ma c’è anche un altro elemento che non sempre è evidenziato a sufficienza, e che invece contribuisce molto, seppure forse in modo in parte inavvertito, al senso del racconto. Mi riferisco all’essere Talete del tutto preso, prima di cadere nel pozzo, in una situazione di totale isolamento. Al fatto che Talete è, preso nei suoi pensieri, del tutto solo. Ed è questo essere immerso, solo, nei suoi pensieri che lo distrae dal mondo esterno in cui sta il pozzo che non vede.

Talete dunque, colui che per consolidata tradizione è considerato il primo filosofo e che dunque è anche la prima rappresentazione di quel particolare “tipo antropologico” che il filosofo anche è, è tratteggiato anche come assorto, e chiuso in una sua solitudine. Concentrato solo verso lo spazio siderale cui volge pensiero e sguardo, si trova poi a sprofondare all’improvviso nel pozzo di cui non si avvede, in modo ridicolo certo, ma anche in modo traumatico e pericoloso. La stella di Talete che egli, immerso nella sua solitudine, guarda (nel mentre altri guardano la strada e non cadono dentro pozzi o fossi) lo fa precipitare in un buco, dentro la terra, chiudendolo in uno spazio dove – seppure nel contesto narrativo la caduta duri il poco tempo che dura – Talete se ne sta davvero fisicamente isolato e solo, inghiottito nell’abisso che segue in nesso logico-narrativo al contemplare la stella. Quasi che dal solitario a tu per tu con la stella segua il precipitare in un in sè di solitudine ancora più profonda, e più pericolosa.

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Il dolore e la sofferenza sono esperienze comuni, precoci, diffuse.

Non c’è nessuno, credo, che non abbia, come dice Gadda, “cognizione del dolore” e quando si sente dolore, quando si sta male, si capisce che l’esperienza che purtroppo ci investe nella sua sgradevolezza è tuttavia esperienza rivelatrice e fondamentale. 

Come riconosce Nietzsche, quando scrive in “Aurora” che “la condizione di… uomini tormentati dai loro dolori… non è senza valore per  la conoscenza”. Nel senso, secondo Nietzsche, che “colui che soffre fortemente vede dalla sua condizione, con una terribile freddezza, le cose al di fuori : tutte quelle piccole ingannevoli magie in cui di consueto nuotano le cose… sono… per lui dileguate; anzi egli si pone dinanzi a sè stesso privo di orpelli e di colore”.

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imagesMa, anche qualora questo fosse pur vero, quando si sta in una qualsiasi situazione in cui sia presente, nell’esperienza propria vissuta, il dolore – quando dunque, per qualsiasi motivo o in qualsiasi modo, si stia soffrendo – ciò che si desidera è passare oltre, entrare in una esperienza successiva, in cui la sofferenza non ci sia.

Quando si prova dolore la volontà non vuole quello che l’evento ci porta, vuole altro. Ciò che si vorrebbe è cioè vivere invece altro, stare altrove.

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Ma cionostante il fatto è che il dolore inchioda.

Nel momento e per il periodo in cui esso c’è, la volontà è, di fronte ad esso, impotente, anche nel caso essa insieme cominci a muovere azioni per approntare i modi per uscirne. Nessuna volontà contraria  può fare nulla affinchè quel dolore non sia nel mentre c’è. Perciò il dolore tiene sempre anche legati a una situazione, dunque, da cui invece si vorrebbe uscire.

Il dolore lega, incatena. Il dolore blocca il nostro fluire, crea una strozzatura. Fissa al presente e sembra chiudere l’apertura al futuro.

Infatti quando passa, o lo si fa passare, ci si sente anche come sbloccati, ci si libera, infatti appunto, da esso. Ma finchè ci prende, finchè c’è, non si può non sentirlo, e sentirlo in modo pervasivo, perchè il suo colore (o il suo timbro) avvolge ogni altro elemento copresente nell’esperienza in cui il dolore si dà.

Tutta l’esperienza assume allora un volto, e un senso, che dal dolore dipende. Le stesse cose, le stesse di prima che il dolore dilagasse (o le stesse dopo che rifluisce) non sono più le stesse. Spesso retrocedono sullo sfondo, oppure hanno la stessa figura, ma mutano volto.

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Sileno

L’antica leggenda narra che il re Mida inseguì a lungo nella foresta il saggio Sileno, seguace di Dioniso, senza prenderlo. Quando quello gli cadde infine tra le mani, il re domandò quale fosse la cosa migliore e più desiderabile per l’uomo. Rigido e immobile, il demone tace; finchè, costretto dal re, esce da ultimo fra stridule risa in queste parole: “Stirpe miserabile e effimera, figlio del caso e della pena, perchè mi costringi a dirti ciò che per te è vantaggioso non sentire? Il meglio è per te assolutamente irraggiungibile: non essere nato, non essere, essere niente. ma la cosa in secondo luogo migliore per te è – morire presto.””

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Questa – per il giovane Nietzsche della “Nascita della tragedia” – la profonda verità intravista dalla saggezza popolare dei Greci, il popolo più grande, lungimirante e profondo che sia mai esistito. Ma anche, se non soprattutto, il popolo cui deve le sue radici profonde l’Occidente tutto.

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