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Posts Tagged ‘Italo Calvino’

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“.. Come veramente sia la città sotto questo fitto involucro di segni, cosa contenga o nasconda, l’uomo esce da Tamara senza averlo saputo. Fuori si estende la terra vuota fino all’orizzonte, s’apre il cielo dove corrono le nuvole. Nella forma che il vento e il caso danno alle nuvole l’uomo è già intento a riconoscere figure: un veliero, una mano, un elefante…

(Italo Calvino, da “Le città invisibili”)

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Man mano che qui sto scrivendo, segni si depositano sulla pagina, che via via si riempie.

Per farlo – come sto facendo qui ora, in videoscrittura – pigio su tasti in ognuno dei quali segni sono già inscritti. Lettere dell’alfabeto (cioè segni), parole (anch’esse segni), frasi (per quanto più articolate, pur sempre ancora segni) si dispongono così via via sviluppandosi in testo. Anch’esso – il testo – (macro)segno (composto da segni formati da segni…).

Se alzo lo sguardo dallo schermo, ritrovo – qui nella stanza in cui scrivo – le cose consuete, disposte intorno a me come sempre. Anche queste cose – incluso lo schermo in cui si staglia la pagina in cui i segni che traccio vanno ad inscriversi – sono anch’esse dei segni: segni muti, non parole (anche se tutti a parola – fosse pura alla sola parola “cosa” – riconducibili).

Siamo circondati da segni, avvolti da un mondo di segni in cui incidiamo a nostra volta segni. Segni-parole, segni-immagini, indici, cartelli, gesti, suoni, posizioni, posture… Siamo noi stessi innanzitutto un groviglio di segni: segni che altri intravedono in noi, grazie cui altri ci segnano e così definiscono. Segni ci distinguono e identificano, (primo fra tutti il mio, e tuo, nome proprio, segno attorno cui tutto il me-stesso converge). Siamo segnati: innanzitutto nel corpo, nella memoria. Siamo segnati dagli altri. Emaniamo e incidiamo segni. Li decifriamo.

Anche io é un segno. Segnaposto nel linguaggio. Segno, decifrato come tale (come io), nello specchio del mondo in cui la mia immagine (specchiata, fotografata) fa segno di me (segno connesso a innumerevoli altri indecifrati segni nell’immagine-mondo in cui sto).

Linguaggio, mondo

Segno è tutto ciò che rimanda a un significato. Segno cioè rimanda ad altro da sé. Sempre indica altrove. Anche quando indica sè, il segno in quanto indice è altro da sè in quanto indicato. Nel segno ciò che è indicato è quindi sempre l’altro. Nel segno l’altro, in tal modo, è espresso.

Il segno pone quindi in risalto. Pone in risalto ciò di cui è segno e – quanto così posto in risalto – è col segno in uno specifico modo annodato. Intrecciandosi poi ulteriormente i segni tra loro, anche le cose indicate dai segni si annodano. In un reticolo di segni, un mondo si apre. L’insieme strutturato dei segni ne è il linguaggio.

Nel linguaggio le cose hanno così nome, nel gioco dei rimandi dei nomi alle cose e dei nomi (e le cose) tra loro. Nomi e cose, così, acquisiscono la loro specifica forma, viva e pulsante di significati e di sensi. Articolazione espressa del senso, pensata e interpretata per mezzo di segni (parole, immagini, indici, suoni…): il mondo.

Trasparenze, interpretazioni...

Il linguaggio stende così il suo manto sul mondo, facendolo emergere in rivelazione (come un già sempre stato perché il linguaggio, e quindi il mondo, sempre precede chiunque). Manto trasparente che lascia tralucere cose, il linguaggio dispone puntuazioni di segni che sono tracce di senso.

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Magari nei pressi di un fiume.

Oppure accompagnati dal rumore del mare. O camminando in un bosco, o tra i prati. O nell’intimità di una stanza in una casa sentita perciò come propria. O, che so, al tavolo di un bar che accoglie noi che in quel mentre ci sentiamo vicini ed amici. O in mille altre possibili situazioni (così come Socrate e Fedro, narrati da Platone dialoganti d’amore e bellezza al fresco sotto l’ombra di un albero) interloquiamo, dialoghiamo, ci parliamo.

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(…Cosa hai fatto di bello… Che stai facendo… Che mi racconti… Che ti è successo…)

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Così ci narriamo del mondo. Ci raccontiamo. Raccontiamo o ascoltiamo (interessati, coinvolti, a tratti pure magari distratti e forse troppo spesso pure un pochino annoiati) storie. Le nostre storie. Le storie degli altri.

Narrazioni. Da quando siamo al mondo narrazioni ci hanno fascinato, sedotti. Ed edotti. In un ininterrotto colloquio, siamo da sempre in ascolto di storie. Storie, bellissime storie, ci hanno iniziati ad un senso del mondo e accompagnati nell’incontro con gli altri. Gli altri sempre innanzitutto, spesso prima di tutto, altri narrati. In una (postmoderna?) grande narrazione si apre dunque il mondo. E al suo racconto restiamo poi avvinti occhio aperto sempre avido, arcaicamente, pure di miti. E quindi racconti e racconti.

E poi storie, a nostra volta, abbiamo narrato. Le più belle possibili - seduti magari accanto al lettino – a chi ha ascoltato le nostre fiabe e parole, tese le orecchie tutte prese all’ascolto. E poi sempre comunque (anche) storie nel nostro narrarci a chi ci piaceva svelarci.

Narrazioni. Eventi inanellati in sequenze. Dunque trame. Personaggi in campo. Persone (e cose, dei, animali…) prese in un gioco.

Incontri, relazioni, colpi di scena.

Sempre dentro contesti, vaghi o precisi, stagliati fuori fuoco sullo sfondo o minutamente descritti. Storie quindi e poi storie, dentro altre storie, circondate da mille e mille altre storie, che mai incroceremo, che mai sentiremo. Ma dappertutto storie. E frammenti di storie. E storie su storie….

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