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Posts Tagged ‘intersoggettività’

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Su il sipario!…

Al mio sguardo il mondo si offre aperto.

In questa offerta – nello scorcio prospettico del punto di vista in cui lo sguardo consiste –  il mondo mi si svela nel suo essere uno: panorama in cui in cui tutto (pan) è dispiegato alla vista (orama).

Mi si squaderna così l’orizzonte di cui sono il cardine, il fuoco, il punto zero da cui lo sguardo ha origine. Da qui – dislocandosi nel panorama aperto un oriente (là dove attendo quanto – il ridestarsi del giorno – mi auguro) ho il mio orientamento (coi suoi oriente occidente nord mezzogiorno). Alto e basso, sopra e sotto, un lato ed un altro (destra e sinistra perciò) correlativamente hanno posto. Mantenendomi nella prospettiva dello sguardo in cui sto più a mio agio, il cielo si apre là in alto e prende consistenza la terra che in basso sostiene.

Nel cerchio dell’apparire che sta così sotto il mio sguardo, di lato bordi sfumati delimitano l’orizzonte, davanti – sin là dove lo sguardo arriva, e oltre – lo spazio estende la sua profondità. In questa apparizione – che è spazio – il visibile si organizza strutturandosi in piani, i cui differenti strati distendono le distanze (e le correlative vicinanze) secondo prospettive, primi piani, sfondi. Focalizzazioni di punti – posti come fermi perché su di essi ci si sofferma – e relativi adombramenti (sempre presenti fosse anche solo perché non vedo mai, ad esempio, un oggetto tutto insieme da tutti i lati) articolano ulteriormente la rete complessa dei nessi.

Percorrere questa rete con lo sguardo impone costantemente sempre ulteriori messe a fuoco. Ma tutto ciò non ha mai a che fare solo con l’ottica. Le valenze quantitative delle distanze (e vicinanze) sono infatti anche sempre pregne di un senso che è per ciascun punto di vista assolutamente sempre suo proprio. Se ogni punto distante un metro da un altro dista né più né meno che un metro e se lo scorrere dello sguardo non può che adeguarsi alle dinamiche di una geometria, purtuttavia ben altra è la distanza vissuta: un conto è quella di ciò temo o desidero che mi sia vicino o a portata di mano, tutt’altra la distanza di quanto per i miei scopi o timori è invece troppo lontano. Se una cosa sta qui vicino la prendo o la scosto. Se sta un po’ più in là mi sporgo verso di essa o mi scanso, se sta più lontana ancora al più la posso chiamare, oppure posso solo vederla e saperla là lontano in atto irraggiungibile (e posso perciò anche temerla assai meno).

imagesMa se lo sguardo ritaglia perciò l’orizzonte entro i suoi  limiti e fissa punti di riferimento che determinano l’orientamento, se l’esperienza vissuta impregna il panorama di senso, tuttavia nel panorama dischiuso lo spettacolo in gran parte si squaderna da sé, imponendo esso peraltro in gran parte il suo quadro. Luci, colori, forme si danno attraendo attenzione su focalizzazioni in sé stesse esposte. Lo spettacolo, in questo senso, si impone da sè come sbocciando all’essere.

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Massimo Carbone

 

PSICHIATRIA E FENOMENOLOGIA

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Eugenio Borgna

Eugenio Borgna

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Mi è stato chiesto spesso se avevo un account su Facebook. Ho deluso molti che vorrebbero stare in contatto permanente (?) con me dicendo che non lo possiedo e che non ho alcuna intenzione di aprirne (?) uno. Molti attivano questi account per la solita paura: restare isolati, marginali, privi di contatti e di amicizie, essere tagliati fuori dal “giro” o dai “giri”: quale giro dipende ovviamente dai gusti e dagli interessi. Non conosco un solo studente su varie centinaia che non abbia un proprio profilo su Facebook. Naturalmente questa dipendenza ha radici psicologiche, anche se talvolta si sfiorano le turbe del comportamento: dai genitori che creano account FB per tenimageser meglio sotto controllo i propri figli (che a loro volta lo sanno e fanno abboccare i genitori, innescando spirali lainghiane io-so-che-tu-sai-che-io-so), ai fidanzati che chattano sotto falso nome con le proprie fidanzate (e viceversa), fino ai politici che utilizzano quelle pagine come un sondaggio in tempo reale, insieme ad altri social network con cui qualcuno vuole inserire qualcun altro nella sua rete professionale (ad es. LinkedIn). Benché permangano vastissime sacche di esclusione tecnoinformatica, lo spirito dei tempi si esprime nella connessione in tempo reale di tutto e tutti con tutto e tutti. In realtà quello che si dovrebbe temere è non già la solitudine o l’isolamento del disconnesso, ma proprio la trasformazione di ogni istituzione e di ogni individuo nell’emissione del proprio sé veicolata da un irradiamento mediatico-informatico perennemente attivo.­

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Teorie_della_rei_5149c02278798La reificazione – spesso confusa con oggettivazione, alienazione, feticismo e in generale con un processo onniestensivo di estraniazione dei rapporti umani – è un processo (storico, sociale, culturale) che modifica radicalmente il modo in cui pensiamo e ci rappresentiamo la razionalità, la vita, tanto nella sua dimensione soggettiva che in quella intersoggettiva, ed è quindi una trasformazione che sommuove, sovverte e finanche perverte il Geist, lo spirito, o quel che resta oggi di esso. A venir distorta e deformata fino all’irriconoscibilità è sempre una forma di vita, che diviene incapace di rappresentarsi come tale e quindi di retroagire su se stessa. Con la reificazione ci troviamo irretiti in un’oggettivazione inertizzante dei nessi vitali e delle possibilità di relazione intersoggettiva che finisce per disgregare l’esperienza di quel “reale” a cui oggi si vorrebbe nuovamente ancorare il discorso filosofico. Proprio quella “realtà” a cui ci si appella diventa sempre più irriconoscibile e impraticabile, frammentata e disarticolata, quanto più crescono le spinte sistemiche a circoscriverne e a decifrarne la complessità.

Certo, oggi non è più così scontato parlare di “reificazione”. Dopo decenni di martellamento neoliberista non solo siamo venuti a patti con il mondo rovesciato delle merci – fatto di corpi mercificati e di merci personificate –, un mondo con cui ormai conviviamo più o meno felicemente. Ad esser divenuto problematico è piuttosto il presupposto di un’essenza umana e razionale integra, sulla quale si eserciterebbe la violenza deformante dei processi di reificazione, una violenza da neutralizzare attraverso la kritische Darstellung, la critica immanente di marxiana (e hegeliana) memoria. Tuttavia, anche ammesso che non sia metafisico in senso deteriore presumere l’esistenza di un’essenza umana unitaria e univoca da preservare, non è forse velleitario o quanto meno troppo esigente pretendere dalla teoria della reificazione un’interpretazione normativa e unitaria di tutta una serie differenziata di processi che si vorrebbero ricondurre alla reificazione in senso classico?

Le relazioni umane assumono, dunque, la parvenza di relazioni fra cose, i soggetti viventi diventano oggetti inanimati, il nostro mondo sociale si manifesta come un ambiente naturale, in cui motivazioni, sentimenti e impegni morali prendono la forma di rapporti meccanici e causali, gli automatismi si sostituiscono alle volontà e alle intenzioni, l’insieme delle qualità viene ridotto a quantità calcolabili e manipolabili. Questa è la forma che ha assunto la società moderna, spinta dall’espansione illimitata dell’universo economico-finanziario e dal crescente processo di tecnicizzazione delle relazioni umane. A questo complesso di fenomeni la filosofia e la teoria sociale contemporanea hanno dato il nome di reificazione. Diventa cosa ciò che non è cosa e non deve diventare cosa, perché è ciò che conferisce senso alle cose, perché la soggettività – comunque la si intenda –, la natura normativa e comunicativa delle relazioni intersoggettive, il carattere qualitativo della nostra esperienza, costituiscono la specifica forma umana di esistenza. La reificazione totale della società significherebbe il tramonto definitivo di quella forma di vita, la trasformazione deformante dell’umano.

L’analisi della reificazione si accompagna perciò al compito filosofico di delineare ciò che ad essa si oppone, ciò che dev’essere salvato, fino all’impegnativa delineazione di quella che potrebbe essere una società finalmente libera dal dominio delle cose sulle relazioni umane. Questo è apparso fin da subito come l’aspetto più problematico e complesso della teoria: che cos’è propriamente l’«umano»? qual è lo specifico delle relazioni intersoggettive? non è forse illusoria un’idea di società in cui i soggetti siano completamente emancipati dalla natura e controllino «con volontà e coscienza» le loro pratiche individuali e sociali?

Teorie della reificazione – abstract

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