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(…)

Ostaggi

La logica del piacere e del godimento è quindi struttura per lo meno complessa, sotto certi aspetti anche antinomica.  Logiche differenti – per certi versi anche opposte – strutturanti ciascuna diverse tonalità e modalità del piacere, possono cioè sovrapporsi, contrapporsi, intrecciarsi.

Non stupisce perciò che i comportamenti effettivi che gli uomini hanno possano a volte dare l’impressione si siano perse le istruzioni per l’uso. Non c’è infatti istinto che guidi sicuro alle mete. Si procede perciò spesso a tentoni e non è raro che il desiderato ottenuto si riveli illusorio. Persino nel caso in cui  si pervenga alla certezza che ciò che balena piacevole sia in realtà nulla più che evanescenza, capita spesso la ricerca di esso sia, nonostante tutto, rinnovata e iterata, magari in modi sempre diversi ma tuttavia senza pausa nè sosta finchè l’energia della vita persiste.

Tutta questa compulsività – in fondo tutta questa fatica e tutto questo impiego di tempo – è , almeno apparentemente e in prima battuta, non senso.

In tutto ciò c’è qualcosa che spinge, al di là di ogni consaputa saggezza, in direzione contraria al proprio bene. Ma non solo: le logiche dei piaceri talvolta portano persino a distruggere sè o aspetti importanti del mondo che innerva la situazione del sè, magari lasciandosi sopraffare da coazioni fini a sè stesse (basti pensare alle dipendenze e patìe di varie forme e natura). Altre volte accade invece che in fondo tutto vada bene, ma ciononostante si impone invece l’idea che se si godesse di altro (e perciò si fosse non sè stessi, ma altri) si sarebbe sè stessi. Perciò si sta male, rancorosi ci si lamenta, fuggendo da sè, in un’insoddisfazione che si autoalimenta, per la mancanza dei piaceri non ancora raggiunti e ottenuti (in un mondo sociale sempre più spettacolo e emporio di innumerevoli, troppe, promesse delizie)

Ciò non è razionale, non nasce dal ponderare di un sè pensante volto al piacere. Non è sano. Ha a che fare con forze che ci condizionano, in alcuni casi ci dominano tenendoci come in ostaggio, spesso remandoci contro. Forze non consce, ossia inconsce (siano esse quelle dalla psicanalisi individuate o fossero pure gli, anch’essi – si badi – inconsci, meccanismi dalle neuroscienze descritti).

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etica

L’ Ethica: il libro

L’ ”Ethica” di Spinoza è – constatazione banale ma non troppo – un libro. 

Cioè: un insieme di proposizioni disposte in una certa messa in forma del linguaggio. Le proposizioni così – come in ogni libro – stanno raccolte in un corpo (appunto: il libro). Più propriamente: sono esse stesse un corpo (nel senso che sono carta e inchiostro certo; ma corpo, anche fossero pure esse soltanto, in qualche modo, nel cervello di chi l’Ethica legge o ha in mente).

Queste sopra: constatazioni ovvie, (fin troppo) semplici. Al limite pure, per certi lati, discutibili.

Eppure preziose: mostrano – prima di ogni altro significato e senso nel libro di Spinoza esplicitamente espressi – quanto Spinoza intende fondamentalmente dire: la realtà tutta (perciò, ad esempio, quel frammento di essa che è il libro dell’ ‘Ethica” stesso) è concatenazione di idee che hanno come riferimenti, e quindi loro oggetti, corpi. Di ogni corpo perciò c’è un’idea, ogni idea ha corpo.

Le idee dell’Ethica stesse quindi – persino anche qualora non fossero intese (da un lettore distratto od incapace, oppure da chi non intendesse la lingua in cui l’Ethica è scritta) – hanno e oggetto e corpo (per lo meno carta in cui sono deposte, inchiostro; cervello o mente di qualcuno…). Proprio come ogni qualsiasi altra idea, come ogni qualsiasi altra cosa. Tutta la realtà infatti – e il corpo del libro di Spinoza quindi non fa che confermarlo – è idee aventi come oggetti corpi (nei quali perciò in certo senso sono incarnate). Tutta la realtà – libro di Spinoza incluso –  è cioè corpi saputi. E insieme – essendovi correlativamente in ogni corpo, estensione vivente, un che di mentale – in certo qual senso corpi sapienti.

Nel corpo del libro, in frammento – già qui – quindi la “cosa” ci sta davanti, nella sua evidenza. Nel corpo del libro in cui un senso è racchiuso ed espresso, l’intenzione che l’Ethica incarna è già tutta esposta: dire, in un certo discorso, in un luogo, uno spazio, in una parte (un libro) niente meno che il vero; il vero su Dio, sul tutto. Ma il vero dunque raccolto, concentrato, in un libro, in cui si sviluppa un discorso. Ossia il vero dispiegato in un luogo. Che non è il tutto.

Mostrando perciò già da subito, a colpo d’occhio, in tal modo, come quanto vale per il libro (l’ Ethica” in cui c’è, in certo modo, tutto quel che c’è da sapere su tutto) che è un libro, vale per qualsiasi (altra) cosa: di essere modo di espressione dell’infinita sostanza, di tutta l’infinita sostanza. Di essere traccia, ogni cosa, del reciproco avvolgimento della parte e del tutto.

Il libro così – come peraltro ogni qualsiasi altra cosa – in consonanza, microcosmica, con la matrice di cui ogni cosa è espressione mostra, già in corpo, la sua aderenza col mondo.

Con tutto ciò che da questo consegue…

Nello specchio del libro: in parole, la verità

L’Ethica dunque, nel suo corpo di libro e nel tessuto di idee in cui essa consiste, concatena parole, proposizioni: definizioni, assiomi, postulati, lemmi, corollari, dimostrazioni, scolii.

Il sistema di pensiero, more geometrico strutturato, in cui essa consiste è quindi perciò espresso in parole: in certo specifico modo, è cioè linguisticamente articolato. Se per Spinoza è infatti assiomatico (come infatti esplicita con l’assioma 2 della imagesParte 2 dell’Ethica stessa) che “l‘uomo pensa”, l’uomo pensa in parole. L’uomo è pensante, ossia l’uomo è parlante e l’Ethica è quindi (anche) linguaggio. 

E il linguaggio dice idee, indicanti dei significati. Significati che sono – ci dice Spinoza – in ultima analisi corpi. Il mondo è dunque nei modi: modi del pensiero (le idee), ossia dell’estensione (le cose, i corpi). E viceversa: modi dell’estensione, ossia del pensiero. Perché tutto è sostanza, ossia tutto è Dio. Ossia tutto è Natura.

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Capita. Può capitare.

Che al risveglio, ridestati, si focalizzi all’improvviso che un qualcosa che ci sfuggiva ora ci è chiaro, che un nodo si è sciolto. Nella mente appare allora nitidamente presente un nuovo elemento, che entra nella consapevolezza della vita diurna.

Quando si sta invischiati in un problema si può anche dire: “Dormici sopra”. E il fatto è che talvolta è proprio vero che, dopo essersi immersi nel nostro mondo notturno, succeda che ne usciamo poi con le idee più chiare o con l’aver trovata la soluzione. Certo, non sempre. Ma è direi dato fenomenologico questo di una rivelazione improvvisa di qualcosa, al risveglio.

Da dove ci viene questo nuovo nucleo di senso che talvolta sembra portarci la notte?

Quando ciò accade, ci sembra che – dapprima con fatica, ma poi in tutta la sua incontrovertibile forza – qualcosa di importante venga ad emergere.

E che questo qualcosa sia propriamente un’immagine. In un’accezione ampia del concetto di immagine. Ma senz’altro un’immagine, perché certo in queste esperienze percepiamo senz’altro anche suoni, e parole. Ma anche questi, come pure tutti gli altri materiali qualitativamente perspicui presenti, sono qui anche  immagini. Perchè come immagini tra loro si accostano, o si ripetono, sovrappongono, contraggono, espandono. O altro; ma sempre al modo di come ciò si dà nelle immagini; per cui quindi tutti i significati – in questa esperienza – si costituiscono, o disfano, insistono, accentuano, frammentano, condensano, al modo in cui ciò accade nell’immagine.

È dunque un’immagine quanto così ci perviene. Un’immagine che ci sembra si sia configurata, prendendo la sua forma, in un tempo di mezzo: nella fuoriuscita dalla fase di inframezzo tra il sonno e il risveglio. In quel tempo sospeso – che forse non è neppure tempo – in cui, appena usciti dal sonno, si sta, ancora per un po’, tra il sonno e la veglia. In questo inframezzo, che è forse tutto soltanto passaggio. Ponte tra il mondo folle della notte e il mondo diurno che la nostra ragione, ritrovandosi in esso ma più propriamente forse aprendosi con esso, riconosce solido e consueto nella sua rassicurante forma precisa.

Ogni giorno si ripete, spesso ritualizzato, questo incontro col mondo; modulato secondo la trama che descrive la somma di ogni giorno su un altro. Ma nel tempo momento del risveglio – o, forse meglio, in quell’inframezzo che precede il vero e proprio risveglio – la coscienza è immersa soltanto ancora in immagini, e insieme sommersa da esse. Immagini, e relativo loro disporsi e configurarsi, di cui oscura è la provenienza (e perciò magari le pensi provenienti dal sogno, residui, ultime propaggini di esso. Ma in realtà non si sa e potrebbero certo anche provenire da altrove). Ma comunque, da dovunque provengano, in questa fase con questo luogo ci relazioniamo; per cui in qualche modo (anche) questo luogo ci appartiene e soprattutto in qualche modo a tale luogo anche apparteniamo.

Ma di questo luogo non disponiamo. Per cui l’occhio diurno, qui, quando si apre finalmente ridesto, vede vigile e talvolta assai chiaramente quanto nel momento di mezzo è emerso; ma rispetto al darsi dell’evento di tale contenuto è del tutto impotente. 

Purtuttavia, quando ciò accade e dal tempo sospeso ci arrivano immagini, magari un problema che non vedevamo si staglia ora nella sua nitida forma; oppure, altrimenti, al problema che ci angustiava si presenta all’improvviso chiara la via d’uscita. Oppure: la situazione che ci opprimeva non compresa ed oscura ora si mostra limpida e nuda per quello che è veramente. Oppure ancora: quella persona e i suoi gesti ora ci diventano all’improvviso del tutto chiari.

In questi eventi, sul confine tra mondo notturno e diurno, si scoprono così prospettive prima impensate, si comprendono situazioni. Persino si impongono e prendono decisioni: capisco, di colpo, ciò che devo fare. Un imperativo etico, o forma ossessiva che sia, fanno sentire il loro richiamo.

Per cui questi eventi non sono solo rivelazioni emotive. Certo, hanno sempre anche consistenza emotiva, nel senso che il materiale che qui viene a prendere forma ha sempre vibrazione e emozione. Ma è pur vero che in queste esperienze c’entra assai più ancora la componente cognitiva. Perché quel che in questi istanti si produce è sempre pure e soprattutto un riconoscimento. Riconoscimento che dunque si impone come una verità finalmente intravista, che non può perciò più essere negata nè facilmente scordata. Un riconoscimento che irrompe e si attesta al suo posto; dentro un riconoscimento più ampio e consueto, che si ripete per ciascuno ogni giorno al nostro riemergere a ogni risveglio, nel quale ritroviamo ogni volta la forma familiare consueta del mondo abituale e gli spazi e i volti e i rapporti da cui si era preso congedo nel momento del sonno.

La mente che si era abbandonata, o era svanita, disarticolata, col risveglio si ricompone e ritrova. Ma prima, per un attimo almeno, le immagini giocano libere in essa. Ed è qui, in questo rimescolare le carte, che si impone, talvolta, la nuova rivelazione; che viene ad aggiungersi dentro la storia ogni mattino ripresa e riannodata, ogni mattino ricomposta e ritrovata.

Le immagini che scaturiscono si incasellano così nel mondo consueto aggiungendo a volte in tal modo un’improvvisa nuova limpida verità e rivelando, almeno oscuramente, qualcosa.

Su questi fenomeni, su questo tipo di esperienze e di immagini, ha scritto e detto cose preziose Bachelard, nell’ambito delle sue ricerche su una fenomenologia dell’immaginario poetico.

Per lui queste figure danzanti, apparentemente libere, di cui abbiamo esperienza – anche cognitivo-rivelativa – e di cui sto cercando di dire, hanno a che fare sempre con la “reverie”; ovvero con quel peculiare stato di coscienza che tale parola francese (fondamentalmente intraducibile) è capace di dire nel suo significare la situazione in cui l’io, dimentico della sua storia contingente, si lascia andare nella sua mente a una libertà simile al sogno – in uno stato che però è stato di seppur minima veglia – e si abbandona all’invasione di immagini. E di ricordi. Si abbandona alle immagini dei ricordi e a ricordi di immagini. Per cui “reverie” è forse almeno parzialmente traducibile con parole come “fantasticheria”, “immaginazione fantastica”.

Della reverie, quindi, il dormiveglia che precede il risveglio è una forma. E perciò il dormiveglia può anche essere un modo di conoscenza – come lo è la reverie – stando dentro la quale a volte, ci insegna Bachelard, “si capisce in un lampo“.

Ma reverie può essere anche stato diurno. Chi più chi meno, ad essa ci si abbandona anche nelle pause del giorno quando ci si lascia andare a una qualche fantasticheria.

E un’altra sua forma eminente si realizza invece alla fine del giorno, quando ci invade la stanchezza e la ragione è reclamata altrove. Ecco che allora, prima che il sonno ci perda, nel dormiveglia, è sempre la reverie che – in questa sua ulteriore forma – si sviluppa in immagini sempre più vaghe e sfocate, sempre più folli, che si scambiano tra loro e riaggregano confondendo ombre e luci, colori, identità e consistenze, sempre più confuse identità e consistenze. E  folli nessi. Ognuno di noi a ogni fine del giorno come Molly nell”Ulisse” di Joyce.

La reverie è quindi innanzitutto stato immaginativo: stato immaginativo passivo. Nel quale però emergono anche immagini nuove, spesso attraverso riconfigurazioni improvvise; che poi vengono portate alla coscienza, la quale quindi può accoglierle, o magari sovrapporle a concetti già ad essa noti o a qualsiasi di altro sia in essa presente.

Ma se dunque è la reverie per Bachelard la dimensione in cui per davvero per noi rivelazione si dà; ciò che la reverie arriva però a farci vedere o a  scoprire, viene peraltro spesso o un po’ prima o un po’ dopo di quando la scoperta di quel dato sarebbe stata opportuna, entro la gestione razionale delle nostre a volte assai complicate vicende. La reverie tende cioè a essere un modo di conoscenza, come dire, sfasato.

Ma ciononostante può portarci lo stesso un suo beneficio perché sempre ogni nuova reverie viene anche a rivivificare o riarticolare il senso complessivo di tutto ciò che essa viene in qualche modo a toccare. A volte troppo al modo delle libere associazioni, certo; ma anche in questi casi – e in generale in tutti i modi in cui essa si dà – nel suo gioco pare anche possibile scorgere una precisa dinamica strutturale, per esempio la struttura del rapporto tra l’intero e le parti descritto in termini generali da Husserl. Rapporto questo che, come altri, struttura pure ogni evidenza diurna. Per cui la reverie, che se ne sta sul limite e a stretto contatto con la vita notturna o sotterranea alla coscienza, è pure una via di passaggio che trasmette messaggi e ha la funzione di Ermes e di Eros. Messaggi che la ragione, se accorta, individua. E, se è saggia, spesso pure accoglie.

La nostra giornata si snoda così secondo ritmi di emersione e sprofondamento. In questa diastole e sistole si susseguono gli intervalli la cui successione annoda la trama diurna della nostra storia.

In questa storia anche la reverie ci lancia messaggi, anche se in modo quasi sempre sfasato, cioè fuori tempo. Come ci fornisse una risposta perfetta, ma in irrimediabile ritardo, a un appello (come quando ci fanno domanda la cui appropriatissima risposta ci viene in mente inutilmente troppo tardi). O come una mossa opportuna scoperta a tempo scaduto. Tuttavia una volta riconosciuta la verità che la reverie ci ha donato, la ragione ha anche in questo caso comunque disponibile un’opportunità nuova; nel tentare perlomeno onestamente l’avvio – seppure fuori tempo magari – di un discorso finalmente più sincero, almeno con sè stessi, il quale, se non consente forse il recupero davvero del tempo opportuno (ma chissà mai…), apre comunque almeno la possibilità di un discorso opportuno.

Se la reverie infatti non ci desse accesso al mondo notturno, sul cui limite essa sta, non sarebbe possibile lo scambio – essenziale e vitale – tra la nostra ragione e una verità racchiusa anche nei nostri sogni (che sono la nostra follia), nel mondo di ombre da cui forse veniamo.

In questo scambio ci sono la vivificazione e il ricambio di immagini che danno sale e radicamento al nostro vivere diurno. Qui il vero alimento alla ragione, la quale peraltro sola ci salva dal caos (e da noi stessi).

Finchè, naturalmente, la ragione dura.

 

*****

Perché cresca l’oscuro

perché sia giusto l’oscuro

perché, ad uno ad uno, degli alberi

e dei rameggiare e fogliare di scuro

venga più scuro –

perché tutto di noi venga a scuro figliare

così che dare ed avere più scuro

albero ad uniche radici si renda – sorgi

nella morsura scuro – tra gli alberi – sorgi

dal non arborescente per troppa fittezza

notturno incombere, fumo d’incombere:

vieni, chine già salite su chine, l’oscuro,

vieni, fronde cadute salite su fronde, l’oscuro,

succhiaci assai nel bene oscuro nel cedere oscuro

per rifarti nel gioco istante ad istante

di fogliame oscuro in oscuro figliame

Cresci improvviso tu: l’oscuro gli oscuri:

e non ci sia d’altro che bocca

accidentata peggio meglio che voglia di   

consustanziazione

voglia di salvazione – bocca a bocca – d’oscuro

Lingua saggi aggredisca s’invischi in oscuro

noi e noi lingue-oscuro

Perché cresca, perché s’avveri senza avventarsi

ma placandosi nell’avverarsi, l’oscuro [….]

 

(Andrea Zanzotto da “Il galateo in bosco”)

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