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Posts Tagged ‘identità’

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“.. Come veramente sia la città sotto questo fitto involucro di segni, cosa contenga o nasconda, l’uomo esce da Tamara senza averlo saputo. Fuori si estende la terra vuota fino all’orizzonte, s’apre il cielo dove corrono le nuvole. Nella forma che il vento e il caso danno alle nuvole l’uomo è già intento a riconoscere figure: un veliero, una mano, un elefante…

(Italo Calvino, da “Le città invisibili”)

***

Man mano che qui sto scrivendo, segni si depositano sulla pagina, che via via si riempie.

Per farlo – come sto facendo qui ora, in videoscrittura – pigio su tasti in ognuno dei quali segni sono già inscritti. Lettere dell’alfabeto (cioè segni), parole (anch’esse segni), frasi (per quanto più articolate, pur sempre ancora segni) si dispongono così via via sviluppandosi in testo. Anch’esso – il testo – (macro)segno (composto da segni formati da segni…).

Se alzo lo sguardo dallo schermo, ritrovo – qui nella stanza in cui scrivo – le cose consuete, disposte intorno a me come sempre. Anche queste cose – incluso lo schermo in cui si staglia la pagina in cui i segni che traccio vanno ad inscriversi – sono anch’esse dei segni: segni muti, non parole (anche se tutti a parola – fosse pura alla sola parola “cosa” – riconducibili).

Siamo circondati da segni, avvolti da un mondo di segni in cui incidiamo a nostra volta segni. Segni-parole, segni-immagini, indici, cartelli, gesti, suoni, posizioni, posture… Siamo noi stessi innanzitutto un groviglio di segni: segni che altri intravedono in noi, grazie cui altri ci segnano e così definiscono. Segni ci distinguono e identificano, (primo fra tutti il mio, e tuo, nome proprio, segno attorno cui tutto il me-stesso converge). Siamo segnati: innanzitutto nel corpo, nella memoria. Siamo segnati dagli altri. Emaniamo e incidiamo segni. Li decifriamo.

Anche io é un segno. Segnaposto nel linguaggio. Segno, decifrato come tale (come io), nello specchio del mondo in cui la mia immagine (specchiata, fotografata) fa segno di me (segno connesso a innumerevoli altri indecifrati segni nell’immagine-mondo in cui sto).

Linguaggio, mondo

Segno è tutto ciò che rimanda a un significato. Segno cioè rimanda ad altro da sé. Sempre indica altrove. Anche quando indica sè, il segno in quanto indice è altro da sè in quanto indicato. Nel segno ciò che è indicato è quindi sempre l’altro. Nel segno l’altro, in tal modo, è espresso.

Il segno pone quindi in risalto. Pone in risalto ciò di cui è segno e – quanto così posto in risalto – è col segno in uno specifico modo annodato. Intrecciandosi poi ulteriormente i segni tra loro, anche le cose indicate dai segni si annodano. In un reticolo di segni, un mondo si apre. L’insieme strutturato dei segni ne è il linguaggio.

Nel linguaggio le cose hanno così nome, nel gioco dei rimandi dei nomi alle cose e dei nomi (e le cose) tra loro. Nomi e cose, così, acquisiscono la loro specifica forma, viva e pulsante di significati e di sensi. Articolazione espressa del senso, pensata e interpretata per mezzo di segni (parole, immagini, indici, suoni…): il mondo.

Trasparenze, interpretazioni...

Il linguaggio stende così il suo manto sul mondo, facendolo emergere in rivelazione (come un già sempre stato perché il linguaggio, e quindi il mondo, sempre precede chiunque). Manto trasparente che lascia tralucere cose, il linguaggio dispone puntuazioni di segni che sono tracce di senso.

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Io ho, quindi, il mio nome. Ad esso sono, inesplicabilmente, intimamente legato. Da esso sono in qualche modo anche identificato

Le persone che conosco e ho conosciute, in ispecie le persone amate, sono tutte dal loro nome proprio misteriosamente  segnate. Il loro puro nome le evoca in sfaccettature emotive e di senso che risuonano e dilagano nello spazio più intimo del cuore e la mente.

Anche nomi di luoghi, a volte, avvolgono uno spazio – fisico in tal caso – con la stessa pregnanza.

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I nomi propri sono, cioè, evocativi. E tutti, per quanto arbitrari – per quanto ci possano magari (il nostro o quelli di altri) “piacere” (“questo è un bel nome” pensiamo) o anche “non piacere” – sono non sostituibili. Il loro corpo di nome, la loro sonorità evoca subito chi sappiamo averlo quel nome, al punto da sentirlo inscindibile dal portatore del nome.

Perciò, se ci si focalizza su essi e li si lascia risuonare, resta sempre un residuo enigmatico.

In fondo è strano portare il nome che si ha. Strano tu abbia quel nome che porti. Ancor più strano però sarebbe non avere un nome, o averne (io,tu) un altro diverso. Il senso del nome proprio sembra, così, sempre di assoluta pregnanza, ma insieme fluttuante, imprendibile.

Ogni nome è del tutto appropriato e aderente, qualunque esso sia. Insostituibile dunque, pieno di senso. Ma stranamente pieno di senso, perchè pure povero, troppo povero, semanticamente.

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Read Full Post »

imagesCA4BG21SRagionare su mondi possibili, su situazioni quindi magari strane e assai poco verosimili, ma non perciò immediatamente autocontraddittorie, può essere assai stimolante, istruttivo, finanche divertente.

Valutare, così, le implicazioni derivanti da ipotetiche situazioni allocate in immaginati altri mondi (quasi mondi paralleli a quello che reputiamo reale) è modalità argomentativa che quindi può perciò, in quanto divertente, apparire persino, in certi contesti, quasi ludica. Ma, magari anche proprio per questo, è pure spesso assai efficace. Tanto da essere ampiamente sfruttata da filosofi i più vari, delle più diverse epoche e orientamenti, ed essere oggi procedura utilizzata in modo quasi sistematico soprattutto nell’ambito della filosofia analitica di stampo anglosassone, al punto da poter essere considerata uno dei tratti stilisticamente caratterizzanti tale atteggiamento teorico.

Ragionare, e far ragionare, in questa maniera significa peraltro approntare dei veri e propri esperimenti mentali. Si ipotizza e immagina, infatti – come in un esperimento – cosa accada o come si configurino le cose in un certo, magari strano o persino controintuitivo, contesto. 

Ma non solo: l’esperimento mentale può consistere pure nel fatto che, grazie alla riflessione sulle situazioni prospettate, prendono anche forma, si chiariscono e trovano magari sostegno le assunzioni di fondo che guidano il nostro ragionare e in tal modo si rischiara pure il nostro uso del linguaggio (e le nostre correlative posizioni di pensiero), anche in merito alle più classiche questioni filosofiche.

Esperimenti mentali di questo tipo sono infatti escogitabili un po’ su tutto e possono perciò vertere, in linea di principio, su qualsiasi questione filosofica, anche se, certo, alcuni argomenti si prestano peraltro più di altri ad essere adeguatamente trattati secondo i modi del ragionare sui mondi immaginati possibili. Il campo del possibile (ossia di quanto non è, qui e ora, reale; ma lo è o potrebbe, o magari potrà, esserlo in un altrove, nel tempo o nello spazio) ad esempio ben si presta – direi: ovviamente – a essere trattato secondo questo tipo di ragionamenti. 

Ma non solo: se lo spazio ove il possibile si delinea e magari prende poi corpo – in qualche modo realizzandosi dunque – ha a che fare con la mente che lo concepisce, allora la modalità argomentativa del ragionare su mondi possibili è poi modo particolarmente adatto per affrontare le questioni relative all’Io, ai suoi contenuti, alla sua forma e identità. Ma inoltre ancora: se il contenuto della mente cosciente è costituito in gran parte da ricordi o elementi relati a ricordi, e se i ricordi sono allocati in quel luogo vasto e indeterminato – la memoria – da cui la mente attinge elementi che combina in innumerevoli modi possibili, allora molti interessanti “esperimenti mentali” sono concepibili anche intorno alle questioni della memoria, il ricordo e l’oblio.  

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Leggere  Saramago è senz’altro un’esperienza unica e l’approccio alla sua opera, che tra l’altro nel mio caso è stato una fortunata casualità, mi ha fatto conoscere e apprezzare una tra le scritture più profonde e avvolgenti che mi sia capitato di incontrare.

Saramago ha scritto molti romanzi importanti, alcuni dei quali in particolare molto belli (da “Memoriale dal convento” a “Cecità”, “La caverna”, “Il Vangelo secondo Gesù Cristo”, “L’anno della morte di Ricardo Reis”, “Tutti i nomi”..). Tra questi, e tra le ultime delle sue opere, spicca “Le intermittenze della morte”, racconto che è anche in realtà riflessione profonda e velatamente ironica sul senso della vita e della fine della vita. “Il giorno seguente non morì nessuno”: così inizia e così termina il romanzo in questione. In cui l’assentarsi della morte produce effetti imprevisti e sconcertanti (persino la nostalgia per il morire, ma innanzitutto la proliferazione, o la messa in evidenza, di masse di “moribondi”).

Anche Saramago ora è morto, in un giorno in cui la morte non si è assentata. E’ morto a Lanzarote, l’isola delle Canarie dove viveva da anni. Ma Saramago non è mai stato però “moribondo”. Sempre lucido, razionale, ironico, ben vivo e presente al mondo suo contemporaneo (persino divenuto blogger ultraottantenne) Saramago – scrittore dalla magnifica prosa magmatica, vera e propria colata lavica di parole mondi e narrazione - aveva scelto di vivere, in volontario ‘”esilio” dal Portogallo dopo le polemiche seguite alla pubblicazione del suo “Vangelo secondo Gesù Cristo”, in un’isola vulcanica (Lanzarote appunto). Nei pressi del vulcano dunque.

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La pluralità, il molteplice, la varietà e la diversità ci danno sempre l’impressione del disordine, della caoticità, dell’an-archia nel senso della mancanza di un principio, di un fondamento, di una ragion d’essere dei fenomeni così percepiti. Ciò fa parte della nostra stessa struttura cognitiva: cercare un principio d’ordine, vedere in una serie di segni astratti figure o volti determinati, come ben sanno gli psicologi. Le leggi gestaltiche di raggruppamento (vicinanza, similarità, chiusura, continuità, simmetria) ci insegnano appunto che la nostra mente cerca simmetrie, somiglianze, continuità piuttosto che asimmetrie, discordanze e discontinuità.
In altri termini: dal punto di vista percettivo siamo stati “attrezzati” (in senso evolutivo) per vedere strutture d’ordine più o meno unitarie anziché la caoticità. Tuttavia il problema resta, nel senso che la pluralità ci inquieta e ci disturba, come testimoniano molti proverbi e detti del senso comune: “tot capita tot sententiae”, “il troppo storpia”, “non si possono servire due padroni”… Ma quand’è che una pluralità diventa “troppa”? Quanta pluralità e quanta “diversità” possiamo sopportare?

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Trasformazioni della dialettica” è il titolo del (bel) libro pubblicato da Alessandro Bellan nel 2006 per i tipi de “Il Poligrafo”.

Nel libro sono raccolti vari saggi, prevalentemente su Adorno e la teoria critica. Ma molto di quanto in tale testo viene sviluppato trova il suo terreno originario anche in una riflessione su cosa sia, o sia stata, propriamente la dialettica hegeliana. Tema questo, della dialettica, forse troppo poco presente nelle riletture contemporanee del pensiero di Hegel.

All’interno di questa categoria può aprirsi un dibattito, una discussione, o possono essere sviluppati una serie di approfondimenti e chiarimenti intorno ai temi e alle riflessioni presenti nel libro; oppure intorno alle questioni di cosa sia la dialettica hegeliana, e eventualmente di quale sia il suo valore metodologico o- perchè no? – veritativo (questione quest’ultima sostanzialamente quasi sempre negli ultimi tempi accantonata).

Paolo

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