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La proposizione mostra il suo senso”

(Wittgenstein, Tractatus 4.022)

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Il regno del possibile è immensamente vasto: sconfinato

Comprende tutto ciò che non è impossibile. Ossia tutto quanto non è autocontraddittorio. Dunque, tutto quanto – essendo il significato incontraddittorio che è – ha perciò un qualche senso.

In questo spazio immenso – lo spazio del senso possibile – tutto è incluso. Persino il non senso infatti ha senso: il senso di essere, appunto, insensato.

Qui tutte le possibilità sono quel che sono, per lo più nascoste. Acquattate. Qui ogni realizzazione – se essere realizzazione è attuare una possibilità – attende. Qui ogni possibile futuro – in qualche modo – sta.

 

(Qui io sono. Sono quel che sono, aperto ai possibili che mi convengono. Qui sei tu, nelle possibilità tue proprie. Qui tutti i possibili incontri e le separazioni, tutte i possibili ritmi e i modi di relazione. Tutto il possibile tra me e te. E tra me e me, e tra te e te. Ma pure tra me e lui e lei, e me e loro. E tra te e lui e lei, e te e loro. Tra noi e lui e lei, e noi e loro. E tra lui e lei e loro, e tra loro e loro… E via e via: in tutti i nodi e le modalità possibili. Qui sono tutti gli intrecci, e gli intrighi. Di tutti con tutti. E di tutti con tutto. Di tutto con tutto)

***

Di quanto è possibile, tuttavia, qualcosa soltanto, via via, appare nel mondo reale. Allora il possibile accade. Una possibilità si realizza e gli equipossibili restano quindi irrealizzati. Qualcosa – che era possibile – si dà, là dove anche altro diverso possibile avrebbe potuto, al suo posto, esserci.

Dal grembo sconfinato delle possibilità qualcosa emerge al posto di altro, e si cristallizza, realizzandosi qui ora.

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eIl protagonista del film “Memento” (lungometraggio uscito nel 2000, tra l’altro opera prima di Cristopher Nolan) è affetto da un disturbo alla memoria che gli impedisce di avere ricordi relativi alle sue esperienze successive un misterioso evento traumatico da lui vissuto in un imprecisato, seppur non troppo lontano, passato.

Il personaggio dispone della sua memoria a breve termine e di quella procedurale, ha ricordi del suo passato lontano, ma un’amnesia copre un buon tratto della sua vita recente. Da un certo punto della sua vita in poi tutto quanto gli capita viene via via cancellato dalla sua mente. Perciò ogni attimo della sua vita è per lui come l’uscire da un pozzo in cui appena prima era immerso, come il fuoriuscire improvviso, ad ogni istante, in un ambiente e in una situazione di cui non ri-conosce mai, dovunque gli capiti essere, i  contorni precisi. Perciò Leonard Shelby (questo il nome dello smemorato protagonista della storia del film) è del tutto spaesato, calato in una situazione inquietante e drammatica in cui è evidentemente coinvolto, ma il cui significato e la cui forma gli sfuggono. Privo, senza memoria, di punti di riferimento e ancoraggi precisi è  inoltre fragile ed esposto alla manipolazione altrui.

Per fronteggiare in qualche modo la situazione in cui si trova gettato, Leonard scrive, dovunque può, messaggi a sé stesso, in cui cerca di trasmettere a sé memoria di quanto gli accade e di quanto gli si rivela essere, per qualche motivo, importante. Scrive dovunque ritenga di poter poi casualmente, in seguito, rinvenire i messaggi. Scrive su pezzi di carta che colloca in luoghi strategici, oppure scrive sugli specchi in cui sa che si guarderà. Oppure si scatta delle fotografie, contenenti anch’esse indicazioni e messaggi, che poi lascia in luoghi che sa dovrà frequentare. Si incide, infine, allo stesso fine, tatuaggi sul corpo, diventando così egli stesso, nella sua carne, la superficie di iscrizione del proprio passato: egli stesso memoria letteralmente incarnata, depositata e dispiegata nei segni incisi nello spazio (il corpo) in cui il sé si delimita e raccoglie.

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Teorie_della_rei_5149c02278798La reificazione – spesso confusa con oggettivazione, alienazione, feticismo e in generale con un processo onniestensivo di estraniazione dei rapporti umani – è un processo (storico, sociale, culturale) che modifica radicalmente il modo in cui pensiamo e ci rappresentiamo la razionalità, la vita, tanto nella sua dimensione soggettiva che in quella intersoggettiva, ed è quindi una trasformazione che sommuove, sovverte e finanche perverte il Geist, lo spirito, o quel che resta oggi di esso. A venir distorta e deformata fino all’irriconoscibilità è sempre una forma di vita, che diviene incapace di rappresentarsi come tale e quindi di retroagire su se stessa. Con la reificazione ci troviamo irretiti in un’oggettivazione inertizzante dei nessi vitali e delle possibilità di relazione intersoggettiva che finisce per disgregare l’esperienza di quel “reale” a cui oggi si vorrebbe nuovamente ancorare il discorso filosofico. Proprio quella “realtà” a cui ci si appella diventa sempre più irriconoscibile e impraticabile, frammentata e disarticolata, quanto più crescono le spinte sistemiche a circoscriverne e a decifrarne la complessità.

Certo, oggi non è più così scontato parlare di “reificazione”. Dopo decenni di martellamento neoliberista non solo siamo venuti a patti con il mondo rovesciato delle merci – fatto di corpi mercificati e di merci personificate –, un mondo con cui ormai conviviamo più o meno felicemente. Ad esser divenuto problematico è piuttosto il presupposto di un’essenza umana e razionale integra, sulla quale si eserciterebbe la violenza deformante dei processi di reificazione, una violenza da neutralizzare attraverso la kritische Darstellung, la critica immanente di marxiana (e hegeliana) memoria. Tuttavia, anche ammesso che non sia metafisico in senso deteriore presumere l’esistenza di un’essenza umana unitaria e univoca da preservare, non è forse velleitario o quanto meno troppo esigente pretendere dalla teoria della reificazione un’interpretazione normativa e unitaria di tutta una serie differenziata di processi che si vorrebbero ricondurre alla reificazione in senso classico?

Le relazioni umane assumono, dunque, la parvenza di relazioni fra cose, i soggetti viventi diventano oggetti inanimati, il nostro mondo sociale si manifesta come un ambiente naturale, in cui motivazioni, sentimenti e impegni morali prendono la forma di rapporti meccanici e causali, gli automatismi si sostituiscono alle volontà e alle intenzioni, l’insieme delle qualità viene ridotto a quantità calcolabili e manipolabili. Questa è la forma che ha assunto la società moderna, spinta dall’espansione illimitata dell’universo economico-finanziario e dal crescente processo di tecnicizzazione delle relazioni umane. A questo complesso di fenomeni la filosofia e la teoria sociale contemporanea hanno dato il nome di reificazione. Diventa cosa ciò che non è cosa e non deve diventare cosa, perché è ciò che conferisce senso alle cose, perché la soggettività – comunque la si intenda –, la natura normativa e comunicativa delle relazioni intersoggettive, il carattere qualitativo della nostra esperienza, costituiscono la specifica forma umana di esistenza. La reificazione totale della società significherebbe il tramonto definitivo di quella forma di vita, la trasformazione deformante dell’umano.

L’analisi della reificazione si accompagna perciò al compito filosofico di delineare ciò che ad essa si oppone, ciò che dev’essere salvato, fino all’impegnativa delineazione di quella che potrebbe essere una società finalmente libera dal dominio delle cose sulle relazioni umane. Questo è apparso fin da subito come l’aspetto più problematico e complesso della teoria: che cos’è propriamente l’«umano»? qual è lo specifico delle relazioni intersoggettive? non è forse illusoria un’idea di società in cui i soggetti siano completamente emancipati dalla natura e controllino «con volontà e coscienza» le loro pratiche individuali e sociali?

Teorie della reificazione – abstract

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Capita. Può capitare.

Che al risveglio, ridestati, si focalizzi all’improvviso che un qualcosa che ci sfuggiva ora ci è chiaro, che un nodo si è sciolto. Nella mente appare allora nitidamente presente un nuovo elemento, che entra nella consapevolezza della vita diurna.

Quando si sta invischiati in un problema si può anche dire: “Dormici sopra”. E il fatto è che talvolta è proprio vero che, dopo essersi immersi nel nostro mondo notturno, succeda che ne usciamo poi con le idee più chiare o con l’aver trovata la soluzione. Certo, non sempre. Ma è direi dato fenomenologico questo di una rivelazione improvvisa di qualcosa, al risveglio.

Da dove ci viene questo nuovo nucleo di senso che talvolta sembra portarci la notte?

Quando ciò accade, ci sembra che – dapprima con fatica, ma poi in tutta la sua incontrovertibile forza – qualcosa di importante venga ad emergere.

E che questo qualcosa sia propriamente un’immagine. In un’accezione ampia del concetto di immagine. Ma senz’altro un’immagine, perché certo in queste esperienze percepiamo senz’altro anche suoni, e parole. Ma anche questi, come pure tutti gli altri materiali qualitativamente perspicui presenti, sono qui anche  immagini. Perchè come immagini tra loro si accostano, o si ripetono, sovrappongono, contraggono, espandono. O altro; ma sempre al modo di come ciò si dà nelle immagini; per cui quindi tutti i significati – in questa esperienza – si costituiscono, o disfano, insistono, accentuano, frammentano, condensano, al modo in cui ciò accade nell’immagine.

È dunque un’immagine quanto così ci perviene. Un’immagine che ci sembra si sia configurata, prendendo la sua forma, in un tempo di mezzo: nella fuoriuscita dalla fase di inframezzo tra il sonno e il risveglio. In quel tempo sospeso – che forse non è neppure tempo – in cui, appena usciti dal sonno, si sta, ancora per un po’, tra il sonno e la veglia. In questo inframezzo, che è forse tutto soltanto passaggio. Ponte tra il mondo folle della notte e il mondo diurno che la nostra ragione, ritrovandosi in esso ma più propriamente forse aprendosi con esso, riconosce solido e consueto nella sua rassicurante forma precisa.

Ogni giorno si ripete, spesso ritualizzato, questo incontro col mondo; modulato secondo la trama che descrive la somma di ogni giorno su un altro. Ma nel tempo momento del risveglio – o, forse meglio, in quell’inframezzo che precede il vero e proprio risveglio – la coscienza è immersa soltanto ancora in immagini, e insieme sommersa da esse. Immagini, e relativo loro disporsi e configurarsi, di cui oscura è la provenienza (e perciò magari le pensi provenienti dal sogno, residui, ultime propaggini di esso. Ma in realtà non si sa e potrebbero certo anche provenire da altrove). Ma comunque, da dovunque provengano, in questa fase con questo luogo ci relazioniamo; per cui in qualche modo (anche) questo luogo ci appartiene e soprattutto in qualche modo a tale luogo anche apparteniamo.

Ma di questo luogo non disponiamo. Per cui l’occhio diurno, qui, quando si apre finalmente ridesto, vede vigile e talvolta assai chiaramente quanto nel momento di mezzo è emerso; ma rispetto al darsi dell’evento di tale contenuto è del tutto impotente. 

Purtuttavia, quando ciò accade e dal tempo sospeso ci arrivano immagini, magari un problema che non vedevamo si staglia ora nella sua nitida forma; oppure, altrimenti, al problema che ci angustiava si presenta all’improvviso chiara la via d’uscita. Oppure: la situazione che ci opprimeva non compresa ed oscura ora si mostra limpida e nuda per quello che è veramente. Oppure ancora: quella persona e i suoi gesti ora ci diventano all’improvviso del tutto chiari.

In questi eventi, sul confine tra mondo notturno e diurno, si scoprono così prospettive prima impensate, si comprendono situazioni. Persino si impongono e prendono decisioni: capisco, di colpo, ciò che devo fare. Un imperativo etico, o forma ossessiva che sia, fanno sentire il loro richiamo.

Per cui questi eventi non sono solo rivelazioni emotive. Certo, hanno sempre anche consistenza emotiva, nel senso che il materiale che qui viene a prendere forma ha sempre vibrazione e emozione. Ma è pur vero che in queste esperienze c’entra assai più ancora la componente cognitiva. Perché quel che in questi istanti si produce è sempre pure e soprattutto un riconoscimento. Riconoscimento che dunque si impone come una verità finalmente intravista, che non può perciò più essere negata nè facilmente scordata. Un riconoscimento che irrompe e si attesta al suo posto; dentro un riconoscimento più ampio e consueto, che si ripete per ciascuno ogni giorno al nostro riemergere a ogni risveglio, nel quale ritroviamo ogni volta la forma familiare consueta del mondo abituale e gli spazi e i volti e i rapporti da cui si era preso congedo nel momento del sonno.

La mente che si era abbandonata, o era svanita, disarticolata, col risveglio si ricompone e ritrova. Ma prima, per un attimo almeno, le immagini giocano libere in essa. Ed è qui, in questo rimescolare le carte, che si impone, talvolta, la nuova rivelazione; che viene ad aggiungersi dentro la storia ogni mattino ripresa e riannodata, ogni mattino ricomposta e ritrovata.

Le immagini che scaturiscono si incasellano così nel mondo consueto aggiungendo a volte in tal modo un’improvvisa nuova limpida verità e rivelando, almeno oscuramente, qualcosa.

Su questi fenomeni, su questo tipo di esperienze e di immagini, ha scritto e detto cose preziose Bachelard, nell’ambito delle sue ricerche su una fenomenologia dell’immaginario poetico.

Per lui queste figure danzanti, apparentemente libere, di cui abbiamo esperienza – anche cognitivo-rivelativa – e di cui sto cercando di dire, hanno a che fare sempre con la “reverie”; ovvero con quel peculiare stato di coscienza che tale parola francese (fondamentalmente intraducibile) è capace di dire nel suo significare la situazione in cui l’io, dimentico della sua storia contingente, si lascia andare nella sua mente a una libertà simile al sogno – in uno stato che però è stato di seppur minima veglia – e si abbandona all’invasione di immagini. E di ricordi. Si abbandona alle immagini dei ricordi e a ricordi di immagini. Per cui “reverie” è forse almeno parzialmente traducibile con parole come “fantasticheria”, “immaginazione fantastica”.

Della reverie, quindi, il dormiveglia che precede il risveglio è una forma. E perciò il dormiveglia può anche essere un modo di conoscenza – come lo è la reverie – stando dentro la quale a volte, ci insegna Bachelard, “si capisce in un lampo“.

Ma reverie può essere anche stato diurno. Chi più chi meno, ad essa ci si abbandona anche nelle pause del giorno quando ci si lascia andare a una qualche fantasticheria.

E un’altra sua forma eminente si realizza invece alla fine del giorno, quando ci invade la stanchezza e la ragione è reclamata altrove. Ecco che allora, prima che il sonno ci perda, nel dormiveglia, è sempre la reverie che – in questa sua ulteriore forma – si sviluppa in immagini sempre più vaghe e sfocate, sempre più folli, che si scambiano tra loro e riaggregano confondendo ombre e luci, colori, identità e consistenze, sempre più confuse identità e consistenze. E  folli nessi. Ognuno di noi a ogni fine del giorno come Molly nell”Ulisse” di Joyce.

La reverie è quindi innanzitutto stato immaginativo: stato immaginativo passivo. Nel quale però emergono anche immagini nuove, spesso attraverso riconfigurazioni improvvise; che poi vengono portate alla coscienza, la quale quindi può accoglierle, o magari sovrapporle a concetti già ad essa noti o a qualsiasi di altro sia in essa presente.

Ma se dunque è la reverie per Bachelard la dimensione in cui per davvero per noi rivelazione si dà; ciò che la reverie arriva però a farci vedere o a  scoprire, viene peraltro spesso o un po’ prima o un po’ dopo di quando la scoperta di quel dato sarebbe stata opportuna, entro la gestione razionale delle nostre a volte assai complicate vicende. La reverie tende cioè a essere un modo di conoscenza, come dire, sfasato.

Ma ciononostante può portarci lo stesso un suo beneficio perché sempre ogni nuova reverie viene anche a rivivificare o riarticolare il senso complessivo di tutto ciò che essa viene in qualche modo a toccare. A volte troppo al modo delle libere associazioni, certo; ma anche in questi casi – e in generale in tutti i modi in cui essa si dà – nel suo gioco pare anche possibile scorgere una precisa dinamica strutturale, per esempio la struttura del rapporto tra l’intero e le parti descritto in termini generali da Husserl. Rapporto questo che, come altri, struttura pure ogni evidenza diurna. Per cui la reverie, che se ne sta sul limite e a stretto contatto con la vita notturna o sotterranea alla coscienza, è pure una via di passaggio che trasmette messaggi e ha la funzione di Ermes e di Eros. Messaggi che la ragione, se accorta, individua. E, se è saggia, spesso pure accoglie.

La nostra giornata si snoda così secondo ritmi di emersione e sprofondamento. In questa diastole e sistole si susseguono gli intervalli la cui successione annoda la trama diurna della nostra storia.

In questa storia anche la reverie ci lancia messaggi, anche se in modo quasi sempre sfasato, cioè fuori tempo. Come ci fornisse una risposta perfetta, ma in irrimediabile ritardo, a un appello (come quando ci fanno domanda la cui appropriatissima risposta ci viene in mente inutilmente troppo tardi). O come una mossa opportuna scoperta a tempo scaduto. Tuttavia una volta riconosciuta la verità che la reverie ci ha donato, la ragione ha anche in questo caso comunque disponibile un’opportunità nuova; nel tentare perlomeno onestamente l’avvio – seppure fuori tempo magari – di un discorso finalmente più sincero, almeno con sè stessi, il quale, se non consente forse il recupero davvero del tempo opportuno (ma chissà mai…), apre comunque almeno la possibilità di un discorso opportuno.

Se la reverie infatti non ci desse accesso al mondo notturno, sul cui limite essa sta, non sarebbe possibile lo scambio – essenziale e vitale – tra la nostra ragione e una verità racchiusa anche nei nostri sogni (che sono la nostra follia), nel mondo di ombre da cui forse veniamo.

In questo scambio ci sono la vivificazione e il ricambio di immagini che danno sale e radicamento al nostro vivere diurno. Qui il vero alimento alla ragione, la quale peraltro sola ci salva dal caos (e da noi stessi).

Finchè, naturalmente, la ragione dura.

 

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Perché cresca l’oscuro

perché sia giusto l’oscuro

perché, ad uno ad uno, degli alberi

e dei rameggiare e fogliare di scuro

venga più scuro –

perché tutto di noi venga a scuro figliare

così che dare ed avere più scuro

albero ad uniche radici si renda – sorgi

nella morsura scuro – tra gli alberi – sorgi

dal non arborescente per troppa fittezza

notturno incombere, fumo d’incombere:

vieni, chine già salite su chine, l’oscuro,

vieni, fronde cadute salite su fronde, l’oscuro,

succhiaci assai nel bene oscuro nel cedere oscuro

per rifarti nel gioco istante ad istante

di fogliame oscuro in oscuro figliame

Cresci improvviso tu: l’oscuro gli oscuri:

e non ci sia d’altro che bocca

accidentata peggio meglio che voglia di   

consustanziazione

voglia di salvazione – bocca a bocca – d’oscuro

Lingua saggi aggredisca s’invischi in oscuro

noi e noi lingue-oscuro

Perché cresca, perché s’avveri senza avventarsi

ma placandosi nell’avverarsi, l’oscuro [….]

 

(Andrea Zanzotto da “Il galateo in bosco”)

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