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Nell’uomo autentico si nasconde un bambino: che vuole giocare.

Friedrich Nietzsche, “Così parlò Zarathustra”

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L’infanzia è il tempo della propria, sostanzialmente inconsaputa, origine. Ma, per quel tanto almeno che balugina in qualche ricordo, anche rammemorata origine che si staglia come tempo sospeso, concentrato esclusivamente all’istante.

E in questo istante, depositato nella memoria più antica, entro la scena di elementari ma fondamentali reti affettive, tutta l’attività del me (e del noi) bambino è intento in un giocare instancabile. L’adulto così ricorda anche sempre sè bambino che gioca. Ricorda sè assorbito nel gioco. E vede, poi, bambini giocare. Così, spesso, si crea, in tal modo, quasi un mito d’origine: il mito dell’infanzia felice e giocosa; seppure questo giocare – se può anche apparire allo sguardo adulto soprattutto agire spensierato, per lo più felice – nel ricordo più mio e a uno sguardo più attento, si riveli piuttosto essere innanzitutto un agire dispiegato in un atteggiamento caratterizzato innanzitutto dall’essere totalmente assorbito nell’azione.

Il giocare infantile è cioè, a ben vedere, in realtà attività innanzitutto di una serietà assoluta, e tale proprio perchè ludicamente orientata. Ed è in questo modo che nel gioco infantile si depositano esperienza e memoria del puro piacere di esserci, anche al di là di ogni diretta intenzione verso i, pur presenti, divertimento piacere svago.

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I bambini quindi cioè, si sa, giocano. Giocano spontaneamente e il gioco è dimensione originariamente infantile.

Ma questo giocare non è solo divertimento. Men che meno è un modo imperfetto e inadeguato di stare al mondo, o per lo meno non è questo il senso profondo e originario del gioco infantile. Perchè nel gioco infantile si dà piuttosto l’approccio fondamentale al mondo, quindi la modalità originaria di apertura dell’apparire dell’essere.

In un senso e in un modo che perciò orientano, condizionano e generano ogni successivo modo d’agire che si distingua, poi, da quello del gioco. In un certo qual senso, cioè, ogni forma d’azione o di relazione, per quanto possa essere – differentemente da ciò che l’adulto intende per gioco – serio (o magari terribile), è in realtà una derivazione o variante della modalità originaria in cui il giocare consiste.  Per cui in fondo il gioco può essere inteso, non solo come matrice da cui ogni “gioco” della vita deriva, ma come, in fondo, una modalità d’esistenza costante. Una costante esistenziale dunque che ci consente di pensare che tutto quello che la vita comporta, per quanto distante possa apparire dalla dimensione infantile che chiamiamo “gioco”, non è invece null’altro che una forma di gioco.

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