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Teorie_della_rei_5149c02278798La reificazione – spesso confusa con oggettivazione, alienazione, feticismo e in generale con un processo onniestensivo di estraniazione dei rapporti umani – è un processo (storico, sociale, culturale) che modifica radicalmente il modo in cui pensiamo e ci rappresentiamo la razionalità, la vita, tanto nella sua dimensione soggettiva che in quella intersoggettiva, ed è quindi una trasformazione che sommuove, sovverte e finanche perverte il Geist, lo spirito, o quel che resta oggi di esso. A venir distorta e deformata fino all’irriconoscibilità è sempre una forma di vita, che diviene incapace di rappresentarsi come tale e quindi di retroagire su se stessa. Con la reificazione ci troviamo irretiti in un’oggettivazione inertizzante dei nessi vitali e delle possibilità di relazione intersoggettiva che finisce per disgregare l’esperienza di quel “reale” a cui oggi si vorrebbe nuovamente ancorare il discorso filosofico. Proprio quella “realtà” a cui ci si appella diventa sempre più irriconoscibile e impraticabile, frammentata e disarticolata, quanto più crescono le spinte sistemiche a circoscriverne e a decifrarne la complessità.

Certo, oggi non è più così scontato parlare di “reificazione”. Dopo decenni di martellamento neoliberista non solo siamo venuti a patti con il mondo rovesciato delle merci – fatto di corpi mercificati e di merci personificate –, un mondo con cui ormai conviviamo più o meno felicemente. Ad esser divenuto problematico è piuttosto il presupposto di un’essenza umana e razionale integra, sulla quale si eserciterebbe la violenza deformante dei processi di reificazione, una violenza da neutralizzare attraverso la kritische Darstellung, la critica immanente di marxiana (e hegeliana) memoria. Tuttavia, anche ammesso che non sia metafisico in senso deteriore presumere l’esistenza di un’essenza umana unitaria e univoca da preservare, non è forse velleitario o quanto meno troppo esigente pretendere dalla teoria della reificazione un’interpretazione normativa e unitaria di tutta una serie differenziata di processi che si vorrebbero ricondurre alla reificazione in senso classico?

Le relazioni umane assumono, dunque, la parvenza di relazioni fra cose, i soggetti viventi diventano oggetti inanimati, il nostro mondo sociale si manifesta come un ambiente naturale, in cui motivazioni, sentimenti e impegni morali prendono la forma di rapporti meccanici e causali, gli automatismi si sostituiscono alle volontà e alle intenzioni, l’insieme delle qualità viene ridotto a quantità calcolabili e manipolabili. Questa è la forma che ha assunto la società moderna, spinta dall’espansione illimitata dell’universo economico-finanziario e dal crescente processo di tecnicizzazione delle relazioni umane. A questo complesso di fenomeni la filosofia e la teoria sociale contemporanea hanno dato il nome di reificazione. Diventa cosa ciò che non è cosa e non deve diventare cosa, perché è ciò che conferisce senso alle cose, perché la soggettività – comunque la si intenda –, la natura normativa e comunicativa delle relazioni intersoggettive, il carattere qualitativo della nostra esperienza, costituiscono la specifica forma umana di esistenza. La reificazione totale della società significherebbe il tramonto definitivo di quella forma di vita, la trasformazione deformante dell’umano.

L’analisi della reificazione si accompagna perciò al compito filosofico di delineare ciò che ad essa si oppone, ciò che dev’essere salvato, fino all’impegnativa delineazione di quella che potrebbe essere una società finalmente libera dal dominio delle cose sulle relazioni umane. Questo è apparso fin da subito come l’aspetto più problematico e complesso della teoria: che cos’è propriamente l’«umano»? qual è lo specifico delle relazioni intersoggettive? non è forse illusoria un’idea di società in cui i soggetti siano completamente emancipati dalla natura e controllino «con volontà e coscienza» le loro pratiche individuali e sociali?

Teorie della reificazione – abstract

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