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Posts Tagged ‘homo insipiens’

1. Può darsi che l’avvenire fosse già presente nello spavento che lo colse all’alba della storia. Per un istante, forse, passato e futuro si toccarono e si riannodarono. Forse avvertì la solitudine come un’assenza e una nostalgia, e cominciò a popolare la sua immaginazione di esseri fantastici, eventi sovrannaturali ed epiche battaglie tra divini e mortali. Cercò dentro di sé e ricordò il futuro. Imperi e nazioni, lingue e stirpi sconosciute si davano il cambio in una girandola impazzita di visioni, mentre i millenni fluivano come i secondi e negli altiforni ruggivano le macchine che popoleranno la terra. Una nuova stirpe di semidei si preparava a colonizzare il cielo prima che l’oscurità inghiottisse la visione. Si inginocchiò ed eresse altari, pregò e meditò, tremò e combatté, visse e morì sempre con lo stesso orribile presagio e la stessa ostinata volontà di scongiurarlo. Non conta cosa fece nei lunghi giorni che seguirono alla “malattia”. È la stessa cosa implorare un dio, scrutare cabale o viaggiare nello spazio. Qualunque azione o impresa deriva da quel primo contagio del nulla che ha irrimediabilmente ammalato l’animale umano di assenza e infinito. Un contagio che si è esteso anche a tutta la natura se è vero che la sua muta protesta nei confronti dell’uomo è mal celata da un velo di malinconia. Paolo di Tarso, Schelling, Benjamin e pochi altri hanno sollevato il velo senza però scorgervi altro che disegni umani, troppo umani, scambiati per divini. Del resto anche il parlare di “malinconia” è indice di un grave fraintendimento. Il fatto è che l’infanzia della natura, cioè, alla lettera, il suo esser muta, infans, non è una mutilazione o una “convalescenza”, in attesa di riacquistare la voce e rompere l’incanto del silenzio, ma una pienezza che non ha mai conosciuto la separazione. In linguaggio teologico (e quindi fatalmente distorto), si direbbe che il Verbo è la natura stessa e il silenzio, la sua lingua mistica.

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