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Posts Tagged ‘essere’

“…senza pensare più

senza capire più

sonno gigante
sonno elefante
distenditi quassù

sonno patriarca meraviglioso
arcaico nuoto nell’acqua cupa…”

                                                                                                                                             (Paolo Conte)

 

***

In contrappunto alla nostra vita vigile e conscia, il sonno ci accompagna intessendo – anch’esso – la nostra esistenza.

Perdita, necessaria e desiderata, della coscienza vigile. Piacere profondo, quando la stanchezza accumulata dilaga, di un totale abbandono in liberazione, nel desiderato riposo. Ma anche immersione nel mondo del sogno (proprio inconscio come ci insegna la psicanalisi o mondo degli dei e della vera realtà come pensavano gli aborigeni australiani o luogo altrove eppure mondo che abitiamo, per lo più senza memoria, in cui un altro noi ci abita) dormire – nel momento e la periodicità opportuna – ci è indispensabile. Quando il bisogno di sprofondare nel sonno si impone, nulla forse è più agognato.

Buona parte della nostra vita nel sonno. Ritmicamente nel sonno sprofondiamo, da esso emergiamo. Dormire: quando è l’ora, nulla è più gradito, nulla è più indispensabile.

Ma se nel sonno quindi riposo, dal punto di vista energetico il corpo del dormiente – questo riscontra l’osservazione scientifica – consuma quasi tanta energia quanta quando è invece sveglio. Il sonno è dunque ristoro, ridona energie, ritempra la veglia, ma non si dorme soprattutto per non consumare forza.

Se altro motivo profondo della necessità del sonno è forse anche sognare – tanto che studi sperimentali hanno evidenziato la tendenza a gravi disturbi (per lo più allucinatori) da parte di coloro che sono privati della possibilità di entrare nella fase REM del sonno, nella quale emergono i nostri sogni – purtuttavia non tutto il sonno è sogno.

Dormire non è quindi soltanto esigenza fisica o esperienza psichica imprescindibile. Dormire ha anche altro senso. (altro…)

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Dall’origine al (ac-)cadimento

di Andrea Soardo

Stendo qui, su invito dell’ amico Alessandro, alcune note riguardanti il problema dell’origine. Ovviamente, in quanto si tratta di semplici note, va tenuto conto della loro inevitabile incompletezza e della fragilità che ne consegue (sopratutto per quel che concerne la pars construens di questo discorso).

Il tentativo di queste meditazioni è di mostrare la necessità in base alla quale la metafisica deve allontanarsi dall’idea di origine favorendo, al suo posto, le idee di cadimento, ac-cadimento e luogo.

Innanzitutto, è però necessario chiarire il significato essenziale di questo termine; cosa intendiamo infatti quando parliamo di origine?

Il pensiero dell’origine afferma che qualcosa deve il suo essere a qualcos’altro. Ovvero, rovesciando la prospettiva, esso afferma che qualcosa è responsabile, ha in suo potere, controlla (l’essere di) qualcos’altro. Al di fuori del concetto di potere il senso dell’origine risulta inintelligibile; questo lo sapevano già i Greci, i quali attribuivano alla parola archè anche il significato di comando.

Ebbene, avere in proprio potere qualcosa significa agire nei confronti di tale cosa; in effetti, il pensiero dell’origine rimanda inevitabilmente al concetto di atto (l’originare).

Cosicché, seguiranno ora due dimostrazioni della necessità di allontanamento dall’ origine, le quali si rivolgono proprio al concetto di atto.

La prima dimostrazione è parziale, in quanto non copre la totalità dei significati dell’originare, però è comunque interessante riportarla ai fini della discussione.

Tale pensiero è già stato anticipato, nella sua sostanza, da Hegel (anche se il grande filosofo di Stoccarda non ha forse colto, nella sua radicalità, il senso di quelle idee; infatti egli è pur sempre un pensatore dell’origine): l’originare rimanda inesorabilmente ad un soggetto, senza il quale non potrebbe mai costituirsi; però esso abbisogna anche di un oggetto, poiché, se c’è qualcuno che origina c’è sempre qualcosa che viene originato. Cosicché, l’originare ha necessariamente tra le proprie condizioni quell’oggetto che dovrebbe, invece, da esso seguire.

Tale dimostrazione, pur mantenendo intatta la sua validità, non riesce ancora a liberarsi dell’idea di origine. Infatti, il suo difensore potrebbe affermare: “In effetti, se voi pensate l’origine come ciò che inizia all’ essere qualcosa, allora avete ragione: la cosa deve essere già presente affinché l’originare possa costituirsi. Eppure, creare non è l’unico significato che l’originare può assumere.

Originare può anche voler dire confermare, trattenere o meno nell’essere; infatti, anche in quella conferma risulta evidente il timbro di quella responsabilità cui precedentemente si accennava. Confermare è esercitare un potere senza aver bisogno di creare la cosa, ovvero senza sottomettersi alla precitata critica”.

L’originare si declina infatti sia come creare che come confermare; è quindi necessaria una dimostrazione che coinvolga entrambi i significati.

Ebbene, ciò che origina può dirsi veramente origine solo se è responsabile per quello stesso originare che lo investe di tale titolo. Ovvero, l’origine può chiamarsi tale solo se origina l’originare; infatti, essa non sarebbe origine se non comandasse il suo stesso atto. Le critiche che possono seguire da tali considerazioni sono molteplici; mi limito a dire che tutto ciò che è sottomesso all’originare è per forza un originato, mai, quindi, l’originare stesso; in virtù di ciò, l’origine non può essere responsabile per il suo stesso potere, ovvero l’origine, in realtà, non è origine.

Come anticipavo, da tale orizzonte scaturiscono alcune figure concettuali, di cui mi limiterò a dare brevi cenni.

L’ ac-cadimento (come nel cadimento risuona il senso del cadere, ovvero dell’essere liberi dal vincolo dell’origine), pur non dovendo il suo essere ad alcunché, cade verso (ad), abbisogna di un luogo (che può essere anche una molteplicità) che accolga la sua caduta. Il cadimento per contro non rimanda ad altro, ovvero può cadere senza che qualcosa lo accolga.

Tali concetti sono legati necessariamente ad un’idea gerarchica della differenza, ovvero ad una differenza che non può mai essere corrisposta.

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Proposta: che mi si dice della questione decisiva dell’aporia del nulla? Termini della questione: nel dire o pensare che il nulla non è, lo si investe di realtà che gli si nega. (la formulazione è ovviamente perfettibile)

Paolo

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