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Posts Tagged ‘Dostoevskij’

III. De paupertate: Primo movimento

Il vero povero non vuole niente. I più interpretano questa povertà come se si trattasse di una pura remissione, uno «sforzarsi di compiere la dolcissima volontà di Dio». Il teologo qui non nasconde il suo disprezzo per chi interpreta (e vive) in questo modo la povertà («essi vengono stimati molto dalla gente che non conosce niente di meglio, ma io dico che sono degli asini, che non comprendono nulla della verità divina»). Che cosa significa allora che il vero povero non vuole niente? Finché l’uomo vuole fare la volontà di Dio egli la tratta come un che di esteriore o, in linguaggio hegeliano, come l’esser altro: essa non è divenuta il suo concetto, la sua realtà, la sua idealità. Perciò il povero è chi è capace di ritornare alla condizione primordiale della causa prima, là dove «nulla volevo, nulla desideravo, perché ero un puro essere, che conosceva se stesso nella gioia della verità. Allora volevo me stesso e niente altro: ciò che volevo, lo ero, e ciò che ero, lo volevo, e là stavo libero da Dio e da tutte le cose». Si potrebbe definire il povero secondo questo primo movimento in senso benjaminiano, come «il privo di intenzione»: non colui che vuole compiere la volontà di Dio, ma colui che la agisce, colui che si fa volontà di Dio. Esistenza e essere coincidono perfettamente in questo punto originario, aurorale che è, semplicemente, liberazione: liberazione dal Principiale, dall’Originario, dall’arcaicità del Dio-arché che è Dio «come inizio delle creature», come mero termine iniziale di un processo temporale, di un divenire. Ecco l’inizio secondo la logica speculativa di Meister Eckhart: «Quando, per libera decisione, uscii e presi il mio essere creato, allora ebbi un Dio; infatti, prima che le creature fossero, Dio non era Dio, ma era quello che era. Quando le creature furono e ricevettero il loro essere creato, Dio non era Dio in se stesso, ma era Dio nelle creature». Nel Durchbruch, nell’irruzione dell’essere, inizia la povertà esteriore, come mancanza. Nell’unità con Dio, in ciò che fa uno essere ed esistenza, c’è solo estrema povertà che è risoluzione di ogni differenza (l’esser uomo, l’esser angelo, l’esser mosca) nell’identità assoluta: ecco perché dobbiamo pregare Dio di ridarci questa estrema povertà, «di diventare liberi da Dio», dalla rappresentazione umana di Dio, e di giungere al concetto stesso dell’Assoluto, che è quella condizione in cui «l’angelo più alto e la mosca e l’anima sono uguali; là dove stavo e volevo quello che ero, ed ero quello che volevo». Si tratta di un punto che subirà un’elaborazione speculativa di altissimo valore – ma ancor oggi misconosciuta – nelle Lezioni sulla filosofia della religione di Hegel.

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Conoscenza ineffabile del diamante disperato (la vita)
René Char

L’UNICO PROBLEMA VERAMENTE SERIO

UN SILENZIO SOSPETTO

Ogni volta che qualcuno si uccide, qualcosa, nell’ordine della nostra vita, si spezza o per lo meno viene incrinato. L’effetto è tanto più sconvolgente quanto più vicino a noi era il suicida, ma il gesto è in sé perturbante (anche nel suicidio di uno sconosciuto risuona, pur lontana, una nota di disagio, di sorpresa, di fastidio). Qualcosa va in frantumi: c’è come un istante di vuoto, una breve vertigine, un’interruzione – che respingiamo. È come se un abituale flusso di musica di sottofondo o d’ambiente venisse d’un tratto interrotto, come se un tessuto continuo fosse strappato. Come se fosse venuto a mancare il pezzo di un puzzle. Si avverte il bisogno di una spiegazione, di una giustificazione, qualcosa che colmi il vuoto, che rompa il silenzio, che ricomponga lo strappo. Occorre che il gesto riceva la sua giusta collocazione all’interno dell’ordine consolidato della vita, in modo che lo si possa trattare come tutti gli altri eventi e oggetti, opportunamente resi inoffensivi dal sistema di convinzioni entro il quale li si è rubricati.

Ma la ricerca di una spiegazione si tramuta presto nella ricerca di una colpa: una stranezza, una debolezza, un’instabilità o qualsiasi altro difetto o disturbo devono essere all’origine del gesto estremo. Qualcosa da giudicare, in ogni caso. Qualcosa da biasimare. Chi si suicida diventa ben presto un condannato, un rifiutato, un proscritto. O, molto più semplicemente, un dimenticato. L’oblio è la prima e più semplice tecnica di difesa.

È allora – ma subito, quasi subito, in realtà, perché quell’imbarazzo deve durare il meno possibile – che comincia la ricerca dei motivi. Il suicida e il suo atto non hanno già più alcuna importanza. È salito in cattedra l’io di chi ha soltanto assistito al suicidio, di chi deve farvi i conti da spettatore, da giudice. Perché è, questo, un impulso irresistibile, ogni volta che ci si trova di fronte ad un evento imprevisto spiacevole e incomprensibile: giudicarlo, precisamente nel senso di porlo sotto il segno del bene o del male, in modo che sia trovato quanto prima il suo posto nello spazio ordinato e protetto della vita quotidiana, della vita nota e ripetuta.

Il suicidio è l’atto su cui, più che su ogni altro, il pensiero tace. E se non tace, di solito se la cava in fretta, con una breve considerazione di passaggio, come se il problema fosse di facile e scontata soluzione. Il pensiero, quasi sempre, si sofferma a considerare il suicidio per prenderne le distanze. Nessuno parla di suicidio, sembra, perché tutti sanno cosa pensarne e come valutarlo. Su di esso esiste una tacita ma radicata opinione comune, che sia inutile parlarne, perché non c’è nulla da discutere. Il rifiuto è l’unico atteggiamento possibile, l’unico atteggiamento giusto. Soltanto pochi, pochissimi hanno tentato di rompere il silenzio, di infrangere il divieto. Ma chi lo ha fatto, sin dall’antichità, ha consentito l’aprirsi di una strada che conduce, nel Novecento, fino alla inequivocabile dichiarazione di Albert Camus, secondo la quale quella del suicidio non sarebbe neppure soltanto una questione fra le altre, per il pensiero, bensì la questione decisiva.

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