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Posts Tagged ‘crisi’

È forse uno dei Natali più tristi degli ultimi vent’anni.

Giornali e notiziari ci danno uno stillicidio di realtà produttive apparentemente solide che collassano, delocalizzano, chiudono e basta perché non ce la fanno, disoccupazione, tagli alla sanità. Blocchi stradali, proteste antipolitici, risentimento. Ecco, soprattutto questo: risentimento. Anzi: crisi di risentimento. Ne ha parlato brevemente anche Claudio Magris sul Corriere del 20 dicembre (p. 53).

Il risentimento per quello che ci accade diventa ogni giorno di più non “la giusta ira contro la violenza subita, ira che nobilita il cuore e l’espressione”, come ha scritto Magris, ma l’acidità di stomaco di chi ha digerito male l’esser stato messo alla porta senza nemmeno rendersi conto di cosa stava accadendo.

E cosa stava accadendo? Ma “dove eravate tutti” quando il disastro si profilava, si affacciava, era pronosticato in innumerevoli scritti, talks, dibattiti? Si rincorreva forse ancora quel po’ di benessere che già sembrava potesse essere strappato via da un momento all’altro? Ma, più probabilmente, si è pensato di non pensarci affatto e si è continuato ad amare la gabbia inox mod. weber, confortevolmente chiusa dall’esterno? Ora tutto è risentimento, colpevolizzazione, nessuno si assolve: tutti avremmo fatto bene i nostri doveri etici nel migliore dei modi. Dunque sarebbero giustificati il rifiuto della rappresentanza, dei partiti, delle banche–banchieri, dell’Europa, dell’euro… Questo sa produrre la rabbia, l’indignazione, il mal di pancia, più che quella testa ben fatta (Montaigne…) che ora invece servirebbe per riprogettare il Paese Mancato o Naufragato (Crainz…): io capisco anche questi rigetti, ma non riesco a solidarizzare fino in fondo con essi. Il mondo è ingiusto, ma a me pare che a molti andasse bene così fin l’altro giorno, almeno finché l’ingiustizia toccava più agli altri che a me…

Alle haben Recht, niemand ist gerecht. È sempre la guerra con l’altro: quando invece dovremmo guardarci dentro e riflettere su come facilmente possiamo diventare i peggiori nemici di noi stessi e di quegli altri a cui invece potremmo aprirci.

Il principio speranza non è il fallire meglio dei pop filosofi difensori delle cause perse. È invece l’unico senso che si può ancora aprire in un presente reificato e desertificato proprio nelle sue migliori speranze. Ma per mobilitarlo occorre non il rigurgito del risentimento, quanto una nuova grammatica del pensiero e dell’esistere, che liberi il nostro dire e il nostro fare dall’idea che il mondo è fatto così e noi non ci possiamo fare quasi niente (se non, appunto, abitarlo come un uccelletto reboriano la sua gabbia, sperando che “il padrone” gli porti da mangiare).

Ecco allora una domanda filosofica, redentiva, natalizia perché generativa:

Che ne è del mondo se un altro mondo non è possibile? Ma non è possibile o, più semplicemente, non ancora accessibile alla nostra coscienza storica? Non è qui, allora, che deve nascere un nuovo pensiero, un nuovo modo di essere individui, di pensare e vivere la socialità, di praticare quotidianamente razionalità e giustizia come la nostra vera seconda natura?

Proviamo a immaginare e a dire che un altro mondo è possibile. Per cambiare veramente e non a rigurgiti di risentimento. E, soprattutto per non ricadere più in quello di prima.

Un sereno Natale ai lettori di Prismi.

Alessandro Bellan

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Caproni-2

  Resteremo in pochi,
Raccatteremo le pietre
e ricominceremo.

A voi,
portare ora a finimento
distruzione e abominio.

Saremo nuovi.
Non saremo noi.
Saremo altri, e punto
per punto riedificheremo
il guasto che ora imputiamo a voi.

Da Il franco cacciatore, Garzanti, Milano 1973-1982

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Si odono, vicini, appena al di là del Mediterraneo tamburi di guerra. A chi tende l’orecchio la guerra pare vicina, troppo vicina, a noi: nel “cortile di casa”.

Ci si accorge così che la violenza – di cui la guerra è una delle forme estreme e che mai è mancata neanche un giorno solo di fare il suo giro da qualche parte sulla Terra – riguarda il mondo in cui siamo. Riguarda dunque anche noi (può toccare anche noi): c’è, se si vuole vedere questa evidenza, nel nostro orizzonte e c’è sempre stata.

Ed è guerra, indubitabilmente guerra, nonostante i tentativi di edulcorarne la sostanza, magari cercando, ipocritamente, di nominarla altrimenti (per cui ci tocca sentir parlare di “missione di pace”, “guerra umanitaria”, “intervento d’aiuto” in difesa di questo o quello, o di questi o quei diritti inviolabili). Ma pur sempre, invece, guerra è e resta (magari al limite guerra inevitabile o guerra giusta, ma sempre guerra e violenza). E guerra rischiosa (basterebbe soltanto che una qualsiasi grande potenza si schierasse in aiuto di qualcuno che un’altra grande potenza ha invece deciso di attaccare e combattere per dare avvio ad ogni possibile effetto domino e ad esiti da apprendisti stregoni).

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Lontano, in Oriente, dall’altra parte del mondo, in Giappone, la terra trema, come forse non ha mai tremato. Tutto sussulta, il suolo sembra lì lì per aprirsi e inghiottire chi c’è, le pareti a cui affidiamo le sicurezze dei nostri nidi o tane vacillano, crollano. Vengono scossi, rivelandosi fragili ed impotenti, corpi esposti e inermi. E con essi, molte certezze vacillano… Poco dopo pure l’acqua, il mare, ribadiscono la potenza troppo misconosciuta della natura cieca: onde imponenti, inarrestabili, spazzano via cose, uomini, case. 

Infine, quasi trent’anni dopo Chernobyl, nei luoghi vicini ad Hiroshima e Nagasaki, ritorna a incombere, rammentandoci la sua esistenza, il pericolo atomico e della insidiosa impalpabile quasi-eterna contaminazione nucleare.

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Periodicamente qualcosa succede nel mondo a imporre l’evidenza dei pericoli che incombono. Qualcosa irrompe e ci induce a dover allargare lo sguardo e rivolgere l’intelligenza verso consapevolezze più lucide, sia pure anche più perturbanti e angoscianti. Lo sguardo allora può spostarsi e addentrarsi a cogliere il proprio stare sospesi, quasi sempre in attesa un po’ ottusa, sull’orlo di un vero e proprio abisso.

Come ai bordi del vulcano – luogo in cui, neanche tanto metaforicamente, in fondo stiamo – qualcosa sembra intaccare le molteplici forme del diniego in cui quasi sempre ci rifugiamo, e in cui peraltro velocemente e assai facilmente ritorniamo. Ma per un attimo almeno il velo della cecità in cui in fondo ci crogioliamo viene squarciato e ci resta comunque almeno un’eco di consapevolezza della sostanziale disinformazione a cui siamo per lo più esposti e a cui anche peraltro affidiamo gran parte del nostro proteggerci dal gettare lo sguardo sull’effettivo mondo in cui siamo.

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