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Posts Tagged ‘comunicazione asimmetrica’

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Anche quando – in una relazione tra due persone – una delle due si isola, si allontana o tace (non cerca quindi né vuole più contatto) comunicazione tra i due comunque c’è.

Non si può infatti non comunicare. Chiunque sia in un qualsiasi ambito spaziotemporale con un altro con cui abbia avuto un qualsivoglia incontro che ponga relazione, ha dato infatti avvio con ciò a una storia. Un flusso di informazioni ed interazioni cognitive ed emotive è stato aperto e in questo flusso anche i silenzi e le pause (dovute magari alla normale punteggiatura o evoluzione di un rapporto, oppure a ostilità o a disattenzione, o a che altro) hanno il loro senso.

Anche se non si emette nulla, anche se non si sta scambiando nulla, si sta comunicando. Anche l’assenza di comunicazione tra due poli di una relazione è infatti un ben determinato comportamento che, in quanto tale – nell’essere esposto e perciò decodificato – comunica anch’esso sempre qualcosa (talvolta in modo persino molto più esplicito, sincero e chiaro delle parole).

La relazione in cui la comunicazione ha luogo ha una sintassi, ha un ritmo. Ha una storia e in essa l’assenza di flusso comunicativo ha un senso: il senso che può avere un silenzio o il senso che ha una pausa. Oppure il senso che ha per qualche motivo una distanza, una cesura, un termine.

Si comunica quindi sempre e comunque. Si comunica quando comunicazione c’è. Ma anche quando la comunicazione langue o manca.

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Non si può non comunicare.

Anche l’assenza di comunicazione, infatti, tra due persone, tra due poli di una relazione, è un comportamento, che in quanto tale comunica in ogni caso qualcosa e a volte, anzi, pure molto e in modo molto più esplicito, sincero, chiaro, di molte parole. 

Ciò è ben chiaro ad esempio a Watzlawick, che esplicita questo principio base della comunicazione assumendolo addirittura come primo assioma della sua interessantissima “pragmatica della comunicazione umana”. Ma in fondo a questo stesso fatto allude Heidegger in “Essere e tempo” quando sostiene essere la comunicazione elemento costitutivo della struttura dell’asserzione, che caratterizza l’uomo nel suo stare al mondo nel linguaggio.

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Ma anche nei casi in cui invece si sta su un piano in cui comunicazione esplicitamente si dà, non è infrequente che la situazione che ha a che fare con la comunicazione abbia una sua certa, specifica, paradossalità. Senza riferirci qui ai classici esempi ampiamente studiati dalla Scuola di Palo Alto di Bateson, tra i quali il più rilevante è forse quello del caso del “doppio vincolo”, penso anche molto semplicemente alla situazione in cui la comunicazione e i suoi esiti producono l’avvertimento di una generica sensazione di fallimento comunicativo. Magari una, chiara o sottile che sia, insoddisfazione per il cosa o il come della comunicazione che si sta attuando. Oppure la sensazione che in realtà la comunicazione si stia svolgendo in modo in fondo inappropriato se non proprio almeno un poco ipocrita. In certi casi per il percepire che non si sta che su un piano di superficie ove ciò che davvero si comunica è magari solo il notificarsi l’un l’altro la recita di un ruolo in una parte; o in certi altri casi perchè in realtà ciò che si sta comunicando è altro (a volte ben altro) dal contenuto esplicito della comunicazione stessa.

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