Feeds:
Articoli
Commenti

Posts Tagged ‘Bloch’

A coloro che obiettano a chi si occupa di filosofia la sua inutilità (obiezione raramente sollevata agli studiosi di sociologia, storia, letteratura, cinema), che ci si potrebbe dedicare con maggior profitto ad altre più redditizie occupazioni che garantirebbero sia il benessere proprio sia quello della comunità in cui si lavora, bisognerebbe ricordare come solo la filosofia sia un sapere capace di stabilire una comunicazione con le altre molteplici forme di sapere. Essi dovrebbero allora concedere che nessun’altra “tecnica” insegna ad interrogare le altre tecniche, mentre la filosofia può farlo proprio perché – grazie alla sua non-contemporaneità – essa non è una tecnica. Quando i tecnici e i professionisti del mondo amministrato notano un filosofo che sa fare anche il programmatore o giocare con profitto in borsa, gli ricordano come potrebbe fare soldi a palate mettendo a “profitto” questa sua abilità. Una volta qualcuno chiese a Ernst Bloch, esule negli USA, perché non faceva qualche lavoro, in fondo in America si può diventare ricchi anche facendo il lavapiatti o il cameriere. Pare che Bloch – filosofo per eccellenza della non contemporaneità – rispose che in quel modo un cameriere o un lavapiatti in America forse inizia la propria carriera mentre lui, mettendosi a fare quel mestiere, avrebbe sicuramente concluso la propria. La domanda diabolica al filosofo, da Talete ai Necessary Hints di Benjamin Franklin, si ripresenta in modo ciclico, perché si ritiene il pensiero un che di accidentale e superfluo, espressione della massima contingenza, indice del modo in cui tecnici e professionisti vivono: senza farsi troppe domande. Chiunque non finalizzi la propria ricerca a ciò che richiede il mercato viene tagliato via come ramo secco: a neutralizzare il pensiero ci pensa l’ethos protestante globalizzato, senza più bisogno di cicute, anatemi e roghi. Ma la sufficienza e la malcelata sopportazione con cui si tollerano oggi i filosofi non dipendono solo dallo strapotere del mercato o dal destino della filosofia nell’età della tecnica. Un ruolo altrettanto importante è svolto dalla separatezza fra la figura dell’intellettuale e la comunità di cui è espressione. Di tale separatezza è responsabile l’istituzionalizzazione dei saperi. Più il discorso filosofico si fa discorso accademico, più esso diventa autoreferenziale e privo di legami con il tessuto della vita degli uomini: diventa una filosofia meccanica, autopoietica, filosofia della filosofia. Perciò quando un filosofo ha la ventura di trovare un punto di contatto con la prassi deve guardarsi bene dal lasciarselo sfuggire rinunciando alla teoria. Per vivere Spinoza – altro grande pensatore della non-contemporaneità – intagliava lenti, ed era un maestro anche in questo (così come nel suo rifiuto di salire in cattedra): il rispetto dei non-intellettuali lo si ottiene dimostrando che soltanto la filosofia insegna non a essere superiori al proprio tempo, ma a vivere il proprio tempo nel modo migliore e che giudicare la filosofia avendo a criterio la contemporaneità significa giudicare il sole guardando la luna.

Read Full Post »

Ernst Bloch ha detto una volta che “noi dobbiamo imparare la speranza”. Che cosa significa imparare la speranza, imparare a sperare? Una risposta può venire da  questa interessante intervista del 1994 al filosofo Remo Bodei. Egli spiega che Bloch concepisce la speranza come fattore gnoseologico, di conoscenza e di progresso, contro l’idea heideggeriana dell’angoscia come condizione di conoscenza ed esperienza dell’ essere nel mondo. Per Bloch, invece, il mondo non può essere accettato “così com’è”: la speranza ci mostra un mondo in movimento, in evoluzione, in perenne trasformazione, un mondo che può sempre essere altro da come è e in cui ogni attimo – come aveva detto già Benjamin – può essere la porta piccola da cui entra il messia. Sperare significa quindi sforzarsi di vedere il muoversi delle cose, il loro evolversi, il diverso nell’identico, anziché sempre e ancora l’identico nel diverso.

(altro…)

Read Full Post »

“Inconsciamente l’ho sempre saputo”. Oppure: “L’ho fatto inconsciamente”.

O: “Inconsciamente era quello che volevo”….

Quante volte ci capita di dire o pensare frasi come queste! Quante volte, parlando o pensando, facciamo riferimento all’inconscio!

Inconscio. Inconsciamente. Un termine, un avverbio, entrambi di uso comune ormai.

Spesso infatti nel linguaggio comune facciamo appunto riferimento in qualche modo alla dimensione che ormai tutti chiamiamo “l’inconscio”,  dando inoltre per assodato che ci intendiamo su ciò cui ci riferiamo quando usiamo questo termine.

Eppure, anche ad una superficiale considerazione della cosa, balza agli occhi come questo uso linguistico sia ben strano.

Ci diciamo infatti consapevoli – ammettendo che ci sia un inconscio – di essere, almeno in parte oppure anche in gran parte, inconsapevoli. Ma appunto questo dirci inconsapevoli è detto con la consapevolezza di esserlo, e quindi questo dirne sta tutto dentro l’ambito della consapevolezza. A ben pensarci è un dire di essere consapevoli circa cosa che, per come la definiamo, è inconsapevolezza; inconsapevolezza che noi stessi, i coscienti di essa, siamo. Diciamo di essere consci circa un ambito che per definizione è altrove rispetto la luce della coscienza; la quale però, investendolo, in qualche modo lo include in essa. 

Nominando l’inconscio, pensandolo, esso diventa noto, entra a esser parte della luce della coscienza. E come fa quindi ad essere ancora il non-conscio cui ci riferiamo?

Tutto ciò è, appunto, assai strano.

*****

(altro…)

Read Full Post »