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Posts Tagged ‘Bateson’

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Anche quando – in una relazione tra due persone – una delle due si isola, si allontana o tace (non cerca quindi né vuole più contatto) comunicazione tra i due comunque c’è.

Non si può infatti non comunicare. Chiunque sia in un qualsiasi ambito spaziotemporale con un altro con cui abbia avuto un qualsivoglia incontro che ponga relazione, ha dato infatti avvio con ciò a una storia. Un flusso di informazioni ed interazioni cognitive ed emotive è stato aperto e in questo flusso anche i silenzi e le pause (dovute magari alla normale punteggiatura o evoluzione di un rapporto, oppure a ostilità o a disattenzione, o a che altro) hanno il loro senso.

Anche se non si emette nulla, anche se non si sta scambiando nulla, si sta comunicando. Anche l’assenza di comunicazione tra due poli di una relazione è infatti un ben determinato comportamento che, in quanto tale – nell’essere esposto e perciò decodificato – comunica anch’esso sempre qualcosa (talvolta in modo persino molto più esplicito, sincero e chiaro delle parole).

La relazione in cui la comunicazione ha luogo ha una sintassi, ha un ritmo. Ha una storia e in essa l’assenza di flusso comunicativo ha un senso: il senso che può avere un silenzio o il senso che ha una pausa. Oppure il senso che ha per qualche motivo una distanza, una cesura, un termine.

Si comunica quindi sempre e comunque. Si comunica quando comunicazione c’è. Ma anche quando la comunicazione langue o manca.

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Nell’uomo autentico si nasconde un bambino: che vuole giocare.

Friedrich Nietzsche, “Così parlò Zarathustra”

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L’infanzia è il tempo della propria, sostanzialmente inconsaputa, origine. Ma, per quel tanto almeno che balugina in qualche ricordo, anche rammemorata origine che si staglia come tempo sospeso, concentrato esclusivamente all’istante.

E in questo istante, depositato nella memoria più antica, entro la scena di elementari ma fondamentali reti affettive, tutta l’attività del me (e del noi) bambino è intento in un giocare instancabile. L’adulto così ricorda anche sempre sè bambino che gioca. Ricorda sè assorbito nel gioco. E vede, poi, bambini giocare. Così, spesso, si crea, in tal modo, quasi un mito d’origine: il mito dell’infanzia felice e giocosa; seppure questo giocare – se può anche apparire allo sguardo adulto soprattutto agire spensierato, per lo più felice – nel ricordo più mio e a uno sguardo più attento, si riveli piuttosto essere innanzitutto un agire dispiegato in un atteggiamento caratterizzato innanzitutto dall’essere totalmente assorbito nell’azione.

Il giocare infantile è cioè, a ben vedere, in realtà attività innanzitutto di una serietà assoluta, e tale proprio perchè ludicamente orientata. Ed è in questo modo che nel gioco infantile si depositano esperienza e memoria del puro piacere di esserci, anche al di là di ogni diretta intenzione verso i, pur presenti, divertimento piacere svago.

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I bambini quindi cioè, si sa, giocano. Giocano spontaneamente e il gioco è dimensione originariamente infantile.

Ma questo giocare non è solo divertimento. Men che meno è un modo imperfetto e inadeguato di stare al mondo, o per lo meno non è questo il senso profondo e originario del gioco infantile. Perchè nel gioco infantile si dà piuttosto l’approccio fondamentale al mondo, quindi la modalità originaria di apertura dell’apparire dell’essere.

In un senso e in un modo che perciò orientano, condizionano e generano ogni successivo modo d’agire che si distingua, poi, da quello del gioco. In un certo qual senso, cioè, ogni forma d’azione o di relazione, per quanto possa essere – differentemente da ciò che l’adulto intende per gioco – serio (o magari terribile), è in realtà una derivazione o variante della modalità originaria in cui il giocare consiste.  Per cui in fondo il gioco può essere inteso, non solo come matrice da cui ogni “gioco” della vita deriva, ma come, in fondo, una modalità d’esistenza costante. Una costante esistenziale dunque che ci consente di pensare che tutto quello che la vita comporta, per quanto distante possa apparire dalla dimensione infantile che chiamiamo “gioco”, non è invece null’altro che una forma di gioco.

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Proposta: che mi si dice della questione decisiva dell’aporia del nulla? Termini della questione: nel dire o pensare che il nulla non è, lo si investe di realtà che gli si nega. (la formulazione è ovviamente perfettibile)

Paolo

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