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Posts Tagged ‘Adorno’

FrancofortesiLa musica dodecafonica basata sull’atonalità doveva essere, nelle intenzioni di Schönberg, liberazione dell’ascolto. Tutta la neue Musik obbediva all’imperativo di emanciparsi dalle reazioni basate sui riflessi, dalla passività, dall’ascolto meccanico e privo di un controllo cosciente – le categorie del nuovo e dell’imprevisto, del non-categorizzabile e dell’emergente avrebbero dovuto far piazza pulita una volta per tutte di ogni rigurgito classicheggiante o romanticoide che fosse teso alla ripetizione di schemi percettivo-sensoriali collaudati e riconoscibili, ormai divenuti cliché e sapere mondano. Tutta la migliore avanguardia artistica del Novecento ha cercato di muoversi – finché non è lei stessa degenerata in cliché – all’interno di tale rifiuto dell’irreggimentazione sensoriale. Atonale è anche il pensiero del non-identico, in quanto rifiuto del previamente categorizzato, delle identità precostituite e dei punti di vista assunti metodologicamente come presupposizioni di senso; in questo senso il non-identico è intrinsecamente rivoluzionario e trasformativo. La dodecafonia avrebbe dovuto attuare un siffatto principio di eguaglianza nell’arte: la pari dignità di tutte le forme musicali; allo stesso modo il pensiero critico-negativo avrebbe dovuto attuare la democrazia nel pensiero, quella priorità che Rorty ha rivendicato come idea inventata dal pragmatismo deweyano e che Habermas crede di individuare nella legittimazione in forza dei diritti umani, mentre i nemici dell’illuminismo, da Schmitt a Heidegger, ritengono non-fondabile tale priorità sulla base del congedo dai principi che l’appartenenza ad una democrazia impone. Che il pensiero critico-negativo abbia fallito il suo compito e che la sua utopia della conoscenza sia inattuale – come parimenti è inattuale la musica dodecafonica – non dice però ancora nulla sulla validità della sua strategia intellettuale, mentre i suoi avversari credono di scorgere in tale inattualità un index falsi, la sua inefficacia pratico-politica e, conseguentemente, la sua incapacità di far presa sul “reale”, sulla cui base si crede di poter misurare e valutare tutto.

battista_pierluigiGli imbonitori nazionali della mezzacultura (Halbbildung) giornalistica continuano ancor oggi a dibattere, girandoci intorno, sul destino dell’intellettuale e a liquidare la possibilità stessa della critica sociale: del primo disprezzano il tono supponente (e per esemplificare ricorrono spesso ad Adorno o a Heidegger); della seconda irridono l’idea stessa che si possa cambiare il mondo. Dietro il loro tono apparentemente umile e anti-intellettuale nascondono smodate pretese di egemonia intellettuale. Ma un po’ tutti sfuggono al confronto col concetto, impresa peraltro abbandonata anche dai filosofi di professione. Dimenticando troppo a buon prezzo che la falsità di un progresso che nasconde il dominio, la passività e l’eteronomia, la dipendenza dal contesto, la contingenza e la storicità, erano tutti elementi  da cui il pensiero critico-negativo traeva non già motivo di resa ma di stimolo alla prosecuzione dell’impresa illuministica della ragione, mentre sono oggi trasformati, con la complicità della alfonso-berardinelli-che-intellettuale-seiHalbbildung politico-sociologica onnipervadente (lo si sa dai tempi di Adorno, del resto, che «la Halbbildung è difensiva: evita quei contatti che potrebbero in qualche modo rivelare la sua problematicità» e che il suo atteggiamento è quello del taking something for granted: Teoria della Halbbildung, pp. 44-45), in elementi di ulteriore conferma dello strapotere del “reale” e dell’”esistente”. Questo vive di vita autonoma, e al filosofo, più che di importunare il prossimo con le sue critiche deprimenti, viene chiesto un impegno “per il concreto” (ironica trasformazione del vecchio cavallo di battaglia del materialismo dialettico), a governare la complessità, a trovare delle risposte ai dilemmi del multiculturalismo, del welfare state, della bioetica, della globalizzazione, della crisi finanziaria e ambientale. La coscienza critica viene incentivata come “competenza”– si deve dire skill – che serva il traghettamento verso Halbbildungl’epoca della produzione immateriale e del confronto multiculturale, della connessione illimitata e dell’emissione di sé. Poiché gli psicologi, quando va bene, riescono a tamponare qualche falla della psiche e gli economisti sprofondano nei loro calcoli, al filosofo si chiede di dire come si debba vivere, pur deprecandone l’esistenza intellettuale parassitaria. Ma non gli viene nemmeno più contestato il suo diritto ad esistere: fa sempre comodo uno che sappia tappare i buchi dell’universale contingenza, purché faccia seriamente professione di Halbgebildete.

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Teorie_della_rei_5149c02278798La reificazione – spesso confusa con oggettivazione, alienazione, feticismo e in generale con un processo onniestensivo di estraniazione dei rapporti umani – è un processo (storico, sociale, culturale) che modifica radicalmente il modo in cui pensiamo e ci rappresentiamo la razionalità, la vita, tanto nella sua dimensione soggettiva che in quella intersoggettiva, ed è quindi una trasformazione che sommuove, sovverte e finanche perverte il Geist, lo spirito, o quel che resta oggi di esso. A venir distorta e deformata fino all’irriconoscibilità è sempre una forma di vita, che diviene incapace di rappresentarsi come tale e quindi di retroagire su se stessa. Con la reificazione ci troviamo irretiti in un’oggettivazione inertizzante dei nessi vitali e delle possibilità di relazione intersoggettiva che finisce per disgregare l’esperienza di quel “reale” a cui oggi si vorrebbe nuovamente ancorare il discorso filosofico. Proprio quella “realtà” a cui ci si appella diventa sempre più irriconoscibile e impraticabile, frammentata e disarticolata, quanto più crescono le spinte sistemiche a circoscriverne e a decifrarne la complessità.

Certo, oggi non è più così scontato parlare di “reificazione”. Dopo decenni di martellamento neoliberista non solo siamo venuti a patti con il mondo rovesciato delle merci – fatto di corpi mercificati e di merci personificate –, un mondo con cui ormai conviviamo più o meno felicemente. Ad esser divenuto problematico è piuttosto il presupposto di un’essenza umana e razionale integra, sulla quale si eserciterebbe la violenza deformante dei processi di reificazione, una violenza da neutralizzare attraverso la kritische Darstellung, la critica immanente di marxiana (e hegeliana) memoria. Tuttavia, anche ammesso che non sia metafisico in senso deteriore presumere l’esistenza di un’essenza umana unitaria e univoca da preservare, non è forse velleitario o quanto meno troppo esigente pretendere dalla teoria della reificazione un’interpretazione normativa e unitaria di tutta una serie differenziata di processi che si vorrebbero ricondurre alla reificazione in senso classico?

Le relazioni umane assumono, dunque, la parvenza di relazioni fra cose, i soggetti viventi diventano oggetti inanimati, il nostro mondo sociale si manifesta come un ambiente naturale, in cui motivazioni, sentimenti e impegni morali prendono la forma di rapporti meccanici e causali, gli automatismi si sostituiscono alle volontà e alle intenzioni, l’insieme delle qualità viene ridotto a quantità calcolabili e manipolabili. Questa è la forma che ha assunto la società moderna, spinta dall’espansione illimitata dell’universo economico-finanziario e dal crescente processo di tecnicizzazione delle relazioni umane. A questo complesso di fenomeni la filosofia e la teoria sociale contemporanea hanno dato il nome di reificazione. Diventa cosa ciò che non è cosa e non deve diventare cosa, perché è ciò che conferisce senso alle cose, perché la soggettività – comunque la si intenda –, la natura normativa e comunicativa delle relazioni intersoggettive, il carattere qualitativo della nostra esperienza, costituiscono la specifica forma umana di esistenza. La reificazione totale della società significherebbe il tramonto definitivo di quella forma di vita, la trasformazione deformante dell’umano.

L’analisi della reificazione si accompagna perciò al compito filosofico di delineare ciò che ad essa si oppone, ciò che dev’essere salvato, fino all’impegnativa delineazione di quella che potrebbe essere una società finalmente libera dal dominio delle cose sulle relazioni umane. Questo è apparso fin da subito come l’aspetto più problematico e complesso della teoria: che cos’è propriamente l’«umano»? qual è lo specifico delle relazioni intersoggettive? non è forse illusoria un’idea di società in cui i soggetti siano completamente emancipati dalla natura e controllino «con volontà e coscienza» le loro pratiche individuali e sociali?

Teorie della reificazione – abstract

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“Teoria critica e metafisica”, per i tipi dell’editore Mimesis, pubblicato nel 2009, è un testo interessante che raccoglie le relazioni, in parte rielaborate, tenute nelle varie sedute del “Seminario di teoria critica”  – da tempo operante all’Università di Venezia – tra il 2007 e il 2008. Incontri di alto livello teorico, che sono stati relativi al tema, appunto, dello sguardo che la teoria critica (ovviamente innanzitutto francofortese, ma senza trascurare il “punto di partenza” hegeliano, nè gli esiti habermasiani) ha inteso, in alcuni suoi sviluppi, rivolgere alla metafisica e alla sua crisi, operando in un certo senso persino un tentativo di rivalutazione in un qualche senso positiva della metafisica stessa.

Il libro raccoglie contributi assai ben documentati e di indubbio rigore teorico. Innanzitutto vi è contenuta una introduzione, con commento e lettura analitica e attenta – sviluppata da Alessandro Bellan, Angelo Cicatello e Lucio Cortella – delle” Meditazioni sulla metafisica” presenti nell’ultima parte della “Dialettica negativa” di Adorno. Ma poi vi  sono anche inoltre importanti contributi di Lucio Cortella sul terzo capitolo – relativo all’intelletto – della “Fenomenologia dello Spirito” di Hegel, di Alessandro Bellan sulla “trasformazione e trasfugurazione” della metafisica nell’approccio materialista di Horkheimer, di Anna Tamai su alcuni spunti verso una rivalutazione della metafisica presenti in alcune prese di posizione di Marcuse e di Italo Testa su motivi metafisici nel pensiero post-metafisico di Habermas.

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“Inconsciamente l’ho sempre saputo”. Oppure: “L’ho fatto inconsciamente”.

O: “Inconsciamente era quello che volevo”….

Quante volte ci capita di dire o pensare frasi come queste! Quante volte, parlando o pensando, facciamo riferimento all’inconscio!

Inconscio. Inconsciamente. Un termine, un avverbio, entrambi di uso comune ormai.

Spesso infatti nel linguaggio comune facciamo appunto riferimento in qualche modo alla dimensione che ormai tutti chiamiamo “l’inconscio”,  dando inoltre per assodato che ci intendiamo su ciò cui ci riferiamo quando usiamo questo termine.

Eppure, anche ad una superficiale considerazione della cosa, balza agli occhi come questo uso linguistico sia ben strano.

Ci diciamo infatti consapevoli – ammettendo che ci sia un inconscio – di essere, almeno in parte oppure anche in gran parte, inconsapevoli. Ma appunto questo dirci inconsapevoli è detto con la consapevolezza di esserlo, e quindi questo dirne sta tutto dentro l’ambito della consapevolezza. A ben pensarci è un dire di essere consapevoli circa cosa che, per come la definiamo, è inconsapevolezza; inconsapevolezza che noi stessi, i coscienti di essa, siamo. Diciamo di essere consci circa un ambito che per definizione è altrove rispetto la luce della coscienza; la quale però, investendolo, in qualche modo lo include in essa. 

Nominando l’inconscio, pensandolo, esso diventa noto, entra a esser parte della luce della coscienza. E come fa quindi ad essere ancora il non-conscio cui ci riferiamo?

Tutto ciò è, appunto, assai strano.

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https://prismi.wordpress.com/2018/06/05/8880/#more-8880

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Trasformazioni della dialettica” è il titolo del (bel) libro pubblicato da Alessandro Bellan nel 2006 per i tipi de “Il Poligrafo”.

Nel libro sono raccolti vari saggi, prevalentemente su Adorno e la teoria critica. Ma molto di quanto in tale testo viene sviluppato trova il suo terreno originario anche in una riflessione su cosa sia, o sia stata, propriamente la dialettica hegeliana. Tema questo, della dialettica, forse troppo poco presente nelle riletture contemporanee del pensiero di Hegel.

All’interno di questa categoria può aprirsi un dibattito, una discussione, o possono essere sviluppati una serie di approfondimenti e chiarimenti intorno ai temi e alle riflessioni presenti nel libro; oppure intorno alle questioni di cosa sia la dialettica hegeliana, e eventualmente di quale sia il suo valore metodologico o- perchè no? – veritativo (questione quest’ultima sostanzialamente quasi sempre negli ultimi tempi accantonata).

Paolo

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