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Dall’origine al (ac-)cadimento

di Andrea Soardo

Stendo qui, su invito dell’ amico Alessandro, alcune note riguardanti il problema dell’origine. Ovviamente, in quanto si tratta di semplici note, va tenuto conto della loro inevitabile incompletezza e della fragilità che ne consegue (sopratutto per quel che concerne la pars construens di questo discorso).

Il tentativo di queste meditazioni è di mostrare la necessità in base alla quale la metafisica deve allontanarsi dall’idea di origine favorendo, al suo posto, le idee di cadimento, ac-cadimento e luogo.

Innanzitutto, è però necessario chiarire il significato essenziale di questo termine; cosa intendiamo infatti quando parliamo di origine?

Il pensiero dell’origine afferma che qualcosa deve il suo essere a qualcos’altro. Ovvero, rovesciando la prospettiva, esso afferma che qualcosa è responsabile, ha in suo potere, controlla (l’essere di) qualcos’altro. Al di fuori del concetto di potere il senso dell’origine risulta inintelligibile; questo lo sapevano già i Greci, i quali attribuivano alla parola archè anche il significato di comando.

Ebbene, avere in proprio potere qualcosa significa agire nei confronti di tale cosa; in effetti, il pensiero dell’origine rimanda inevitabilmente al concetto di atto (l’originare).

Cosicché, seguiranno ora due dimostrazioni della necessità di allontanamento dall’ origine, le quali si rivolgono proprio al concetto di atto.

La prima dimostrazione è parziale, in quanto non copre la totalità dei significati dell’originare, però è comunque interessante riportarla ai fini della discussione.

Tale pensiero è già stato anticipato, nella sua sostanza, da Hegel (anche se il grande filosofo di Stoccarda non ha forse colto, nella sua radicalità, il senso di quelle idee; infatti egli è pur sempre un pensatore dell’origine): l’originare rimanda inesorabilmente ad un soggetto, senza il quale non potrebbe mai costituirsi; però esso abbisogna anche di un oggetto, poiché, se c’è qualcuno che origina c’è sempre qualcosa che viene originato. Cosicché, l’originare ha necessariamente tra le proprie condizioni quell’oggetto che dovrebbe, invece, da esso seguire.

Tale dimostrazione, pur mantenendo intatta la sua validità, non riesce ancora a liberarsi dell’idea di origine. Infatti, il suo difensore potrebbe affermare: “In effetti, se voi pensate l’origine come ciò che inizia all’ essere qualcosa, allora avete ragione: la cosa deve essere già presente affinché l’originare possa costituirsi. Eppure, creare non è l’unico significato che l’originare può assumere.

Originare può anche voler dire confermare, trattenere o meno nell’essere; infatti, anche in quella conferma risulta evidente il timbro di quella responsabilità cui precedentemente si accennava. Confermare è esercitare un potere senza aver bisogno di creare la cosa, ovvero senza sottomettersi alla precitata critica”.

L’originare si declina infatti sia come creare che come confermare; è quindi necessaria una dimostrazione che coinvolga entrambi i significati.

Ebbene, ciò che origina può dirsi veramente origine solo se è responsabile per quello stesso originare che lo investe di tale titolo. Ovvero, l’origine può chiamarsi tale solo se origina l’originare; infatti, essa non sarebbe origine se non comandasse il suo stesso atto. Le critiche che possono seguire da tali considerazioni sono molteplici; mi limito a dire che tutto ciò che è sottomesso all’originare è per forza un originato, mai, quindi, l’originare stesso; in virtù di ciò, l’origine non può essere responsabile per il suo stesso potere, ovvero l’origine, in realtà, non è origine.

Come anticipavo, da tale orizzonte scaturiscono alcune figure concettuali, di cui mi limiterò a dare brevi cenni.

L’ ac-cadimento (come nel cadimento risuona il senso del cadere, ovvero dell’essere liberi dal vincolo dell’origine), pur non dovendo il suo essere ad alcunché, cade verso (ad), abbisogna di un luogo (che può essere anche una molteplicità) che accolga la sua caduta. Il cadimento per contro non rimanda ad altro, ovvero può cadere senza che qualcosa lo accolga.

Tali concetti sono legati necessariamente ad un’idea gerarchica della differenza, ovvero ad una differenza che non può mai essere corrisposta.

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Il caso. Il destino. A prima vista: o c’è l’uno o c’è l’altro.

Ma esiste poi davvero il caso? O, viceversa: c’è un destino? Oppure, detto in altro modo: e se tutto fosse caso? O invece tutto non fosse altro che destino?

Porsi queste domande, o altre simili – sul caso e il destino – accade, capita, magari sollecitati da qualche esperienza che ci tocca. E già il dire che “capita” di porsi queste domande rende la constatazione dell’esistenza di questo interrogarsi assai curioso e interessante. Perchè, ci si può almeno chiedere, porsi la domanda se tutto sia caso o destino, accade per caso oppure è destino?

In fondo è il caso che capita. Ma pure il destino non è scelto; bensì sovrasta, incombe. E se che quello sia il nostro destino, pure questo è cosa che capita – per cui in fondo è un caso che ci sia capitato di avere questo destino – pure potremmo dire che era destino che ci capitasse di avere questo destino.

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