Prismi – Pensieri filosofici

Su tirannia e politeismo dei valori

Annunci

Siamo tutti abituati a sentir parlare di “valori”, “crisi dei valori”, “valori spirituali” e, soprattutto, del “valore della vita”. In Italia c’è persino un partito che si richiama esplicitamente  ai “valori” come criterio fondante delle proprie scelte politiche: nel suo statuto si può leggere che tale formazione politica intende integrare “i tradizionali valori di libertà, uguaglianza, legalità e giustizia con i valori nuovi del nostro tempo: pari opportunità, sviluppo sostenibile, autogoverno, solidarietà e sussidiarietà, responsabilità, iniziativa, partecipazione ed europeismo, nel quadro di un sempre più avanzato federalismo europeo” (Statuto nazionale dell’Italia dei Valori, art. 2).

Ma che cosa sia un “valore” qui, come altrove, non viene chiarito – né si spiega la differenza tra “valore” e “principio”. Perché allora la nostra Costituzione parla di “principi” e non di “valori”? E perché in Germania questa differenza ha scatenato un dibattito che dura ancor oggi? Questione di lana caprina o questione sostanziale? A me pare che il problema sia innanzitutto filosofico, e lo sottopongo ai lettori di Prismi, invitandoli a intervenire su questo tema, a mio avviso di centrale importanza. Per cercare di impostare correttamente il problema e orientarsi fra principi, norme e valori, mi baso provvisoriamente su un testo la cui chiarezza forse ci può aiutare in tale non facile impresa. Si tratta di una conferenza, risalente al 1959, La tirannia dei valori (Die Tyrannei der Werte) di Carl Schmitt, il celeberrimo filosofo del diritto tedesco autore di Teologia politica (1922), Categorie del politico (1932) e di Il Nomos della terra (1950). In italiano il testo è disponibile nella collana “Biblioteca minima” di Adelphi (n. 27, € 5,50). Rimando alla postfazione del compianto Franco Volpi non solo per le necessarie informazioni sul dibattito giuridico a partire dal quale Schmitt elaborò questo scritto, ma anche per un inquadramento più ampio della storia del concetto di “valore”, impossibile in questa sede.

La tesi centrale di Schmitt, ripresa in qualche modo da Heidegger, è che il concetto di valore sia una sorta di surrogato del “metafisico”, un concetto introdotto all’inizio del Novecento dai neokantiani (cfr. W. Windelband, Was ist Philosophie?, 1882; H. Cohen, Ethik des reinen Willens, 1904; H. Rickert, Der Gegenstand der Erkenntnis, 1892, e Vom System der Werte, 1913) e sviluppato poi dal personalismo fenomenologico in direzione di un’etica materiale dei valori (in part. da Max Scheler, Der Formalismus in der Ethik und die materiale Wertethik, 1913-16). Scrive Schmitt:

“Una scienza basata sulla legge di causalità, quindi avalutativa, minacciava la libertà dell’uomo e la sua responsabilità religiosa, etica e giuridica. A questa sfida la filosofia dei valori ha risposto contrapponendo al regno di un essere determinato in modo esclusivamente causale un regno dei valori come regno della validità ideale. Era un tentativo di affermare l’uomo come creatura libera e responsabile, non già in un essere, ma quantomeno nella validità di ciò che veniva chiamato valore. Un tentativo, questo, che può senz’altro essere definito un surrogato positivistico del metafisico” (pp. 59-60).

Il “valore”, dunque, sarebbe il tentativo filosofico di recuperare la libertà e la responsabilità a fronte della minaccia costituita da una scienza che rinuncia programmaticamente ai giudizi “di valore”. Che all’origine di tutto vi sia Nietzsche con il famoso tema della décadence, cioè della “crisi dei valori”, è evidente dalle sue sentenze sul nichilismo definito infatti “svalutazione di tutti i valori” (cioè dei valori umanistici tradizionali: il buono, il giusto, il vero), al quale bisogna contrapporre una dottrina della Umwertung aller Werte, una trasvalutazione di tutti i valori (Der Wille zur Macht) in grado di lasciare “aperto” il senso ultimo del divenire.

A fronte di ciò, come insegna Max Weber, i giudizi di valore diventano totalmente soggettivi, frutto cioè dell’arbitrio di un individuo che si postula libero e capace di giudizio e decisione. Non essendo più pensabile un cosmo noetico di tipo platonico, un regno delle idee separato in cui le pure forme possano venir contemplate onde modellare il retto agire (l’orthos praxis), la validità viene implementata integralmente nella sfera immanente del soggetto. Secondo Weber è proprio questa posizione-fondazione soggettivistica dei valori (Wertsetzung) a far sì che i giudizi di valore non siano altro che decisioni, in ultima analisi arbitrarie, a partire dalle quali non può non scatenarsi un nuovo bellum omnium contra omnes, ben peggiore, come nota Schmitt, di quello hobbesiano (p. 50). E’ il ben noto politeismo dei valori: la razionalizzazione del mondo ha smitizzato gli antichi dèi e li ha costretti nello spazio ristretto dei “valori”: ma “i vecchi dèi”, scrive Weber nella Scienza come professione, “risorgono dalle loro tombe e riprendono la loro antica battaglia, ma disincantati e con nuovi strumenti bellici… terribili prodotti della scienza avalutativa”.

Secondo Schmitt, che tenta di individuare una “genealogia della tirannia dei valori”, proprio questa diagnosi “hobbesiana” di Weber è all’origine dei tentativi di fondazione oggettiva del concetto di “valore” (Schmitt menziona N. Hartmann e M. Scheler; in Italia un tentativo simile è stato tentato, per quanto ne so, da N. Abbagnano). Dall’utile al sacro, dall’inorganico allo spirituale, è tutto un gerarchizzare, un cercare un basso e un alto, un disvalore e un valore, radicandolo in una presunta o postulata oggettività. La filosofia dei valori diviene in tal modo una Weltanschauung, un’intuizione o visione del mondo, che però, pur nel tentativo di fondazione oggettiva, resta sempre soggettivistica, perché i valori sono sempre “per qualcosa o per qualcuno” (p. 52). La nostra mente sembra venir costretta, soggiogata, alla malìa del pensare per valori. Questo dipende, secondo Schmitt, dal fatto che “il carattere specifico del valore risiede… nell’avere non già un essere, ma soltanto una validità” (pp. 52-53): un valore non è, un valore si impone. “Chi dice valore vuole far valere e imporre” (p. 53). Il “politeismo” weberiano diventa “tirannia”, perché non lascia spazio a mediazioni: ogni valore deve imporre se stesso, ogni valore è una lotta hegeliana per il riconoscimento che si combatte “per la vita e per la morte”. Perciò un valore non può restare fermo: posta la sua natura soggettiva (anche nelle fondazioni oggettive o materiali di Hartmann e Scheler), il valore non può che essere im-posto, “fatto valere”, anche con la violenza. E’ a questa imposizione violenta che Schmitt pensa ricostruendo la genealogia della filosofia dei valori: “Le virtù si esercitano; le norme si applicano; gli ordini si eseguono; ma i valori vengono posti e imposti” (p. 53).

Il valore, poi, richiede sempre un Angriffspunkt, un “punto di attacco” già posto, prestabilito, predefinito e inattingibile, un “punto di vista” che fa della filosofia dei valori un “puntinismo” (p. 54) che squalifica a priori come cieco chi non vede tali valori (p. 63). Qui si capisce bene, allora, la differenza tra “valore” e principio”: mentre questo è una sorta di evidenza originaria, indimostrabile, ma perfettamente razionale perché (come insegna Aristotele) su di esso si basa qualsiasi dimostrazione (e, quindi qualsiasi insieme di norme giuridiche, etiche, ecc.), il primo ha una struttura di posizione (“tetico-ponente”, la definisce Schmitt) tale da richiedere l’imposizione della sua attuazione. I principi (“norme di rango superiore alla cui luce possono giustificarsi altre norme”, come li definisce Habermas) guidano, indirizzano, orientano, mostrano, consigliano; le norme prescrivono; i valori, infine, impongono e costringono a imporre, decidono e recidono. Ogni orientamento ai valori è perciò un taglio drammatico di possibilità,  una riduzione drastica di complessità, una recisione netta di ciò che potrebbe essere altrimenti. Se i principi (axíoma) sono logicamente il fondamento della dimostrazione, e politicamente-praticamente garanzia della libertà e del pluralismo, i valori – sia in senso logico che in senso pratico – difendono sempre e solo se stessi costringendo chi si fa loro portatore a difenderli strenuamente e finanche con la forza perché, evidentemente, ogni posizione valoriale implica una svalutazione di tutto ciò che non rientra nel sistema di valori prefissato, un sistema relazionale che è peraltro già dato con la posizione originaria del valore stesso. Ecco perché il politeismo dei valori di Weber è  espressione di “onestà intellettuale” (p. 54): Weber riconosce che la pluralità soggettivistica dei valori non può che  relativizzarli e la relativizzazione produce conflitto, non tolleranza. Il politeismo dei valori non è per niente la loro convivenza pacifica.

Il valore è pertanto una posizione assoluta alla Fichte: pone se stesso e, ponendo sé, pone anche l’altro da sé, il non-valore. (Sarebbe interessante, a questo punto, discutere qui la nota critica dello Hegel jenese a Fichte nella Differenzschrift, mostrando le analogie con la critica di Schmitt al valore come autoposizione. Ma forse mi attirerei le solite accuse di scrivere troppo difficile, ecc., quindi lascio stare). Perciò “l’anelito del valore alla validità è irresistibile, e il conflitto tra valutatori, svalutatori, rivalutatori e valorizzatori è inevitabile” (p. 59).

Dal punto di vista giuridico la distinzione tra principi, norme e valori è importantissima, perché una legislazione che si fondi su “valori” anziché su principi e norme (si veda in merito J. Habermas, Fatti e norme. Contributi a una teoria discorsiva del diritto e della democrazia, Guerini e Associati, Milano 1996, pp. 302 sgg.) porta inevitabilmente alla criminalizzazione e poi anche all’annientamento di tutto ciò che fuoriesce dall’ambito semantico definito dalla nozione vischiosa di valore. L’esito non può che essere, allora, la “tirannia della virtù”, come aveva visto già Hegel (che Schmitt nella sua conferenza non menziona mai) nelle sue celebri Lezioni sulla filosofia della storia. La natura totalizzante e quindi anche potenzialmente totalitaria del “valore” fa sì che la negazione di un valore negativo divenga immediatamente un valore positivo: ma se questo “è matematicamente ineccepibile, dato che meno per meno dà più” (p. 64: si tratta di una questione matematica e speculativa di capitale importanza, sulla quale mi riprometto di tornare), la filosofia dei valori non può non innescare una logica binaria di tipo distributivo per cui il nemico del mio nemico è mio amico (e il grande teorico, sin dagli anni Venti, della logica Amico-Nemico e del Führerprinzip ne sapeva ben qualcosa: qui bisognerebbe approfondire attentamente la vexata quaestio dei rapporti di Schmitt col nazismo: ma si cfr. C. Galli, Lo sguardo di Giano. Saggi su Carl Schmitt, il Mulino, Bologna 2008): in questo modo si finisce col “ripagare il Male con il Male, trasformando così la nostra terra in un inferno, ma l’inferno in un paradiso dei valori” (p. 64).

L’incursione del giurista in munere alieno filosofico è stata salutare (ex captivitate salus!): Schmitt riesce infatti a rendere nitidi i malcerti confini di un concetto-spugna, quello di “valore”, da cui la filosofia si è sempre lasciata ipnotizzare ed assorbire, senza mai coglierne le potenzialità nichilistiche e – anzi – credendolo il vero antidoto al nichilismo portato da una razionalizzazione avalutativa e senza freni che dissolve ogni “assoluto”. Il “valore” è con tutta evidenza un surrogato della metafisica, come aveva ben compreso Heidegger, che l’epoca avalutativa della tecnoscienza ha bisogno di introdurre per poter legittimare se stessa (e Schmitt ha buon gioco a rilevare che la natura tetico-ponente del valore fa sì che persino l’avalutatività divenga un valore, in un rovesciamento dialettico degno di Hegel). L’“Epimeteo cristiano”, come si autobattezzava lo stesso Schmitt (Volpi, p. 79), porta alla luce la mistificazione insita in questo “comodo grimaldello che guasta tutto” (J. Freund, cit. da Volpi, ibid.). Proprio in quanto “preferenze intersoggettivamente condivise”, i valori esprimono una variabilità e una contingenza che implica un’acquisizione o una realizzazione “tramite un agire finalistico” (Habermas, Fatti e norme, p. 303). I valori, in tal modo, vanno attentamente vagliati e sottoposti a critica, senza accettare come autoevidente alcuna filosofia del valore: questa è sempre soggetta al rischio di trasformarsi in una trappola mentale che imprigiona tanto l’agire quanto il pensare, costringendoli nel gioco della valorizzazione-svalutazione-neutralizzazione, a scapito degli stessi valori che si crede di poter difendere. Una fondazione etica del diritto e della democrazia deve passare, come ha mostrato Habermas, attraverso tutt’altra strada che non la ripresa di un’etica dei valori: la strada di una fondazione linguistico-discorsiva.  Il diritto, come la democrazia, ci insegna Habermas, è una mediazione sociale tra fatti e norme, non tra fatti e valori: fatti e valori non sono mediabili (o, meglio, la loro mediazione distrugge la natura stessa del diritto). Una lezione, questa, su cui bisogna riflettere attentamente, soprattutto quando principi e norme sono sottoposti a una torsione  (vedi recenti vicende politiche italiane) che rischia di distorcerli definitivamente. E una democrazia distorta non è più una democrazia.

Annunci

Annunci