A. Un amico ha condiviso con me il testo che ti riporto in seguito. Sono andata a cercare qualche informazione sull’autore e ho visto che si occupa essenzialmente di ebraismo, così mi sei venuto in mente. Conosci questo scrittore? Tu cosa ne pensi delle seguenti affermazioni? Io, sarà ormai deformazione (o simbiosi), ma resto legata al mio buon Kant, secondo il quale morale e pensiero percorrono binari differenti che, solo in alcuni casi “eccezionali”, s’incontrano e corrispondono. Mi sembra di denotare nel testo una sottile confusione tra “umanità” di una persona e “profondità speculativa”. Ma non mi dilungo troppo.
«Grandi nell’arte e nel pensiero, ma piccoli e meschini nel quotidiano? Si può dire questo di Celine, Eliot e Pound? Francamente non credo. Chi è stato, o è, fascista, nazista o antisemita in modo grave, e non lieve, non è grande nel pensiero. Quanto all’arte, il discorso sarebbe lungo. Grande nel pensiero può essere un uomo umile, eticamente buono, anche se non è necessariamente un artista o famoso. Cosa significa avere arte? Sapere mettere in fila con garbo delle parole? Scrivere una bella poesia? Originale Heidegger? Forse era intelligente, ma ha adoperato le sue facoltà per tradire i suoi vecchi amici ebrei e fare carriera. Come fidarsi di un filosofo così? E pensare che fosse uno dal pensiero originale? Era cieco? Non vedeva quello che accadeva attorno a lui? Il mondo ebraico ha sofferto molto, è stato traumatizzato dalla sofferenza e ha capito poche cose, ma una su tutte l’ha messa molte volte, forse anche troppe, in pratica: distruggere gli idoli, perché gli idoli, tutti gli idoli, non solo quelli di terracotta, ti portano fuori strada.
Un intellettuale che si è lasciato sedurre dalla violenza del fascismo, del nazismo, dalla vigliaccheria dell’antisemitismo, proprio perché aveva mezzi critici che non ha voluto, o saputo, adoperare non può essere considerato grande nel pensiero, perché il suo era un pensare marcio e portatore di dolori all’umanità. Fosse un letterato, un poeta un filosofo o un uomo di scienza, il discorso è lo stesso: un intellettuale ha obblighi maggiori verso di sé e verso il mondo, se capisce in che mondo vive. E, se non lo capisce, in che cosa è grande? Distruggere gli idoli significa, in questo caso, non lasciarsi abbacinare dalle presunte grandezze e considerare l’uomo non come un doppio, ma nella sua unità mettendo in atto sempre una capacità critica che sappia discernere dai falsi miti. Ci sono tanti falsi miti al mondo. Quello degli intellettuali, intelligenti e farabutti, che, perché sanno leggere, o scrivere o pensare, meritano rispetto, se sono famosi, è uno di questi. Attenzione: Questo non è un pregiudizio, è un giudizio. Basato sul fatto che l’uomo è fatto di idee e di azioni e anche le azioni che compie, o non compie, hanno un peso. Non so perché, ma in questa impostazione trovo qualcosa di intimamente ebraico e questo mi conforta».
(Riccardo Calimani, scrittore e storico dell’ebraismo)
B. Scusami, ho tardato a rispondere perché ho avuto poco tempo, e perché non volevo darti una risposta frettolosa. Ci ho pensato un po’ su e sono giunto alla conclusione che, be’, non so rispondere. Credo che questo problema, che poi è la vecchia storia dei rapporti tra l’intellettuale e il potere (sulla quale ci incasiniamo fin dai tempi di Platone) non abbia soluzione. O almeno non una definitiva. Forse, però, si possono fare alcune considerazioni. Ecco quello che mi è venuto in mente. Niente di risolutivo, intendiamoci, solo pensieri in ordine sparso.
Quando si domanda quale sia il ruolo dell’intellettuale nella società, ci si trova spesso di fronte a due opposti schieramenti. Chi lo vuole impegnato e chi no. Ed è a questo punto che il nostro problema, impercettibilmente, si trasforma: da interrogativo, ricerca, dubbio, investigazione, diventa fatalmente ingiunzione a scegliere tra l’impegno o il disimpegno. Di fronte a questo aut aut l’incertezza iniziale è costretta giocoforza a “saltare”: diventa una scelta di campo, diventa “morale” (compresa la scelta di chi rifiuta di scegliere). E così, infatti, è stato spesso inteso. L’engagement o l’art pour l’art?
Ma non può darsi che, messo così, il problema sia impostato male?
Il primo, l’impegno, ha condotto spesso a dichiarazioni inconsulte, accessi di demenza, bagni di folla, arringhe stucchevoli, insomma all’adesione incondizionata al proprio partito con l’inevitabile corredo di tradimenti delazioni e clamorosi tonfi giù giù nel più nero dei pozzi della vergogna (è il caso di Heidegger, certo, ma non solo. L’elenco è molto lungo, a cominciare dal solito Platone, che come primo atto del suo utopico governo dei filosofi emette un bando nei confronti dei poeti, – bel modo di fondare una comunità! I poeti, anche loro ebrei?-, e non finisce con Heidegger… Penso ovviamente a tutti i simpatizzanti nazifascisti che Calimani ricorda, da Céline a Pound fino all’insospettabile Eliot, sì proprio lui, l’ultraconservatore premio Nobel, di cui recentemente è stato pubblicato in Inghilterra il II vol. delle lettere che testimonia in maniera inequivocabile il suo antisemitismo. A conferma di ciò che il critico Anthony Julius denunciava nel suo importante libro del 1995, T.S. Eliot: Anti-Semitism and Literary Form. Perfino Walt Disney era un ammiratore del fascismo… Né si possono tacere, nello schieramento opposto, la simpatia o, peggio, la difesa di regimi violenti e terroristici, come lo stalinismo e il maoismo, da parte di autentici giganti come Lukàcs o Sartre. Sartre, sì, proprio lo stesso Sartre – lo stesso? – che con coraggio e sovrana libertà sostenne l’indipendenza dell’Algeria e denunciò l’uso della tortura che i suoi connazionali facevano in quel paese).
Col secondo “pacchetto”, quello del disimpegno (o se si preferisce dell’indipendenza e dell’autonomia), invece, uno si porta a casa la vecchia foto di gruppo, sbiadita e impolverata, di tutti i maniaco-depressivi (e varianti: megalomani tisici abulici luetici spleenetici suicidi ecc., per cui, sia chiaro, segretamente parteggio) che hanno infestato e infestano la lingua con le loro maiuscole: Uomo Ragione Spirito Verità Arte Poesia Assoluto ecc., e un vecchio disco rotto che continua a suonare la patetica manfrina dell’eccentricità e della solitaria missione dell’artista-eroe circonfuso di luce e chiamato, unico fra i mortali, da una Dea dispotica e inesorabile – quella Musa che, ahi loro, è troppo spesso una “donna pubblica” (tutti i poeti lo sanno) – a diffondere il suo Verbo, sempre con la maiuscola. E che sarà mai questo verbo? Quando non è il solfeggio di Pan, con i suoi riti propiziatori e rigeneratori, ma anche con le sue equivoche metafisiche, è drammaticamente il canto del gallo: alla terza volta scocca il bacio traditore, ed ecco che il Grande Ispirato diventa un piccolo cospiratore. Ammantata del mistero di ciò che è riservato a pochi, la mera contemplazione, o riflessione pura, tradisce soltanto un inveterato privilegio di classe. Snobismo e aristocratica superiorità sono spesso i complici ideali del crimine che viene perpetrato sotto i loro occhi – innalzati a seguire il volo dei putti… E c’è davvero da augurarsi che si tratti di piccioni!
Ho l’impressione che finché restiamo prigionieri di quest’alternativa, che non a caso si è posta con tragica evidenza proprio nel Novecento, non ne veniamo a capo. A me pare che se c’è un errore nel discorso di Calimani non bisogna cercarlo in ciò che è detto, e che io sottoscrivo pienamente, ma in quello che non è detto. L’argomento, infatti, è giusto: se l’intellettuale è chi prende la parola, e se la parola è azione, cioè potere, allora l’intellettuale è sempre, piaccia o no, responsabile di quello che l’uomo fa all’altro uomo (e all’intero creato). Prendere parola non è, infatti, un altro gesto da quello di prendere posizione, di occupare uno spazio nella lingua e dunque nel mondo, e al limite di migliorarlo o peggiorarlo. (Secondo la mistica ebraica la Torah è la parola con cui Dio ha creato il mondo: spostare o modificare anche una sola lettera del testo sacro equivale a mettere in pericolo l’integrità del mondo. Da qui l’immensa responsabilità che grava sulle spalle di chi maneggia le parole).
Perciò è inutile o, peggio, oltraggioso nei confronti delle vittime cercare una giustificazione del comportamento di un Heidegger, distinguendo capziosamente fra genio speculativo e infamia politica (come fa ad es. Arendt). L’adesione al nazismo non è stata un incidente biografico dell’Uomo, mentre, all’oscuro della storia, il Filosofo lavorava separatamente alla grande Opera. Lévinas, al contrario di Arendt, comprese fin da subito che il pensiero di Heidegger non era estraneo al nazionalsocialismo, tanto che la scelta del rettorato gli apparve come l’assunzione conseguente di alcuni presupposti della sua ontologia. Non solo l’uomo e il filosofo sono la stessa persona, ma quel che è peggio è che qui è il Filosofo a prestare il suo linguaggio ai barbari, ed è ancora il Filosofo che innesta sulla storia dell’Essere (sempre quella maledetta maiuscola!) la vicenda nazionalsocialista, campi di sterminio compresi (equiparati alla motorizzazione dell’agricoltura!), ed è infine sempre il Filosofo che, a guerra conclusa, incurante dell’orrore che la scoperta dei campi di sterminio aveva rovesciato addosso all’opinione pubblica, si ritiene perfino esonerato dal fornire una qualche spiegazione. Ed anzi non mostrerà mai il minimo pentimento. Ancora nel 1953, pubblicando il corso del ‘35, la famosa Introduzione alla metafisica, lascerà immutata la terribile frase sulla “verità interiore e la grandezza” del nazismo. Insomma Heidegger è un nazista, uno dei più radicali, e se nel 1934 si dimette da rettore e prende le distanze dal regime non è affatto perché è in disaccordo con le sue intenzioni criminali, ma perché, come emerge dall’autografo affidato al figlio Hermann, ritiene che i dirigenti nazisti abbiamo tradito la “verità interiore” del movimento nazionalsocialista.
Ma su Heidegger basta. Torniamo a Calimani. Poco fa dicevo che c’è un’importante omissione nel suo discorso. Quello che Calimani non dice, e forse si rifiuta di ammettere (spiego poi il motivo di questo rifiuto), è esattamente ciò che il “caso Heidegger” dimostra inequivocabilmente: l’intelligenza, il genio perfino, può servire il male. Una verità, questa, arcinota a miti e religioni, e che solo la nostra smemoratezza di “rozzi cibernauti” (ma non è certo il caso di Calimani) può trovare sorprendente. L’intelligenza non è sinonimo di bontà e giustizia, ed anche il più umile degli uomini è più grande di Heidegger, questo è certo, ma non è il punto cruciale. Se Calimani si fermasse qui, avresti pienamente ragione tu: confondere speculazione e umanità, pensiero e morale, significa non solo fraintendere la filosofia tout court ma soprattutto asservire il filosofo, o l’intellettuale, a una preconcetta idea di ciò che è, o dovrebbe essere, “giusto”, “etico”, “umano”, e che è invece tutto da dimostrare.
Tuttavia credo che Calimani si spinga più in là. La sua domanda suona pressappoco così: posto che l’intelligenza che si mette al servizio del male si perverte in un “pensiero marcio e portatore di dolori all’umanità”, abbiamo ancora il diritto di chiamarla “intelligenza”? È ancora “intelligenza” quella che, nella stessa pagina, senza alcuno stacco, può svolgere una sottile analisi ontologica e subito dopo proclamare la grandezza del nazionalsocialismo? Davvero possiamo definire grande l’arte di chi ha mescolato nei suoi romanzi infamanti proclami razzisti? E, al contrario, non è forse vero che il sapiente è prima di tutto un uomo “giusto”? Socrate, Platone, gli ellenisti, e tutto il pensiero ebraico, stanno qui a difesa di questo punto fermo: non c’è vera intelligenza senza bontà, e il grande pensiero è quello che, rifiutando miti e pregiudizi consolidati, sa distinguere il bene dal male. Ma discriminare non è per niente facile, e a volte la scelta cui si è chiamati può essere terribilmente dolorosa. L’esito, poi, è sempre incerto. Un esempio: chi non volle cedere alla violenza nazista dovette scegliere se andarsene (quando era possibile) o rimanere, e in questo caso combattere. La violenza può essere giusta se serve a contrastare una violenza più grande e perniciosa. La lotta era, in quella situazione, un dovere morale (come ebbe a dire Jankélévitch).
C’è però ancora un aspetto che Calimani non menziona e che occorre invece considerare. Ed è il tema della situazione. L’intellettuale, infatti, non è estraneo al suo tempo, non si muove in un vuoto pneumatico, né sul suo capo splendono le stelle fisse del Vero e del Buono (e del restante maiuscolame). Non c’è, in altre parole, un “manuale d’istruzioni”, non ci sono direttive sicure o precetti eterni cui attenersi. Piuttosto, come tutti gli uomini, l’intellettuale è un essere “in situazione”, direbbe Sartre, o un essere compreso in una determinata circostanza, direbbe Ortega. Un concetto, questo, che è preso direttamente proprio da Heidegger. A riprova del fatto che il discrimine non passa tra la piccineria dell’uomo e la grandezza del filosofo, ma è interno alla filosofia stessa e separa una filosofia buona da una cattiva. Discernere e discriminare l’una dall’altra è il compito che si sono riservati i migliori fra i suoi interpreti. Dicevo dell’intellettuale: anche la sua cultura e la sua intelligenza sono stipate con le mercanzie che offre il suo tempo. E spesso si tratta di mercanzie di frodo. Merce rara, l’originalità…
Può darsi che la consistenza del mondo sia illusoria… Quanto Oriente può sopportare un Kant senza diventare uno Schopenhauer?… Siamo fatti della stessa materia di cui sono fatti i sogni… Può darsi. Sta di fatto che se questo sogno è la sola realtà che è dato conoscere allora non ha più senso chiedersi se siamo desti o stiamo sognando. Tocca vivere. Non c’è altro. (Ecco un’altra parola che non comprendo più: vita. Forse dovrei dire “vite”, “la” vita io non so che sia.) Ed è perciò che le considerazioni retrospettive riescono sempre facili, mentre è molto più arduo discriminare invischiati nella situazione presente. Eppure non c’è altra possibilità: è in questa situazione, in questo istante, che si sta combattendo la battaglia finale. Il pensiero di un grande uomo, sembra dire Calimani, deve essere “penetrato dall’idea che anche i morti non saranno al sicuro, se il nemico vince”. (Benjamin). E cosa più del dilagare di un fenomeno inquietante come il negazionismo prova la verità di quest’affermazione?
Credo che per capire le parole di Calimani, per capirle davvero, per riconoscere quanta sofferenza gli siano costate (come si fa a non impazzire di fronte all’ostinato silenzio di Heidegger? Sì, Paul Celan…), bisogna riconoscere la situazione, la circostanza, il tempo e il luogo da cui parlano, e questo “luogo” si chiama Auschwitz, che non è solo la metonimia di un generico massacro, ma è il nome singolare e vulnerabile (perciò deve essere custodito e ricordato) di un evento senza precedenti: proprio ad Auschwitz la ragione, non l’irrazionale, la tecnica, non la superstizione, edificò i camini attraverso cui, insieme agli ebrei, fu ridotta in cenere l’intera civiltà occidentale, la sua millenaria cultura e la sua orgogliosa filosofia…