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In questa bella intervista-colloquio di Marco Paolini col poeta Andrea Zanzotto (realizzata per i “Ritratti” con la regia di Carlo Mazzacurati) la disarmante acutezza di Zanzotto, la semplice profondità della sua affabulazione non possono che affascinare, secondo me, chi si dispone, anche attraverso la visione di questo film-documentario, a gettare - con le dovute attenzione, pazienza e umiltà – così uno sguardo entro il ricchissimo, denso e stratificato mondo di questo grande poeta, nonché finissimo e coltissimo intellettuale.
L’essenzialità, la gentilezza, il chiaro senso dell’importanza di tutte le cose, il valore del rapporto fondamentale con luoghi e mondo (sociale, storico, naturale, ma finanche vegetale e minerale) – il tutto distillato da una profonda cultura letteraria, filosofica, artistica, psicanalitica – impongono, in questo incontro, innanzitutto, nei suoi modi e le sue parole, ciò che è stato (è) l’uomo Andrea Zanzotto, ribadendo in altro modo – cioè nell’incontro con la profonda umanità di Andrea Zanzotto – quanto la sua poesia, per chi ha avuto la fortuna di incontrarla e leggerla, dà ed è capace di dare…
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Zanzotto è sempre vissuto a Pieve di Soligo, tra le colline e le Prealpi venete. E la sua poesia, anche se certo è capace di parlare a chiunque dovunque viva, è tutta declinata entro il paesaggio (in tutta la sua stratificazione anche umana e storica) della pedemontana trevigiana del solighese.
I luoghi di Zanzotto sono cioè ben specifici. Vanno perciò esplorati, conosciuti. E la sua poesia è già da sola di per sè un modo per farlo. Per cui, magari senza averli mai visti (ma a maggior ragione dunque avendoli visti, per essere stati in quei luoghi) il Piave e il suo greto, il Montello, il panorama delle montagne all’orizzonte, le colline, i prati e i vigneti, l’ ossario e i cippi memorie della Grande Guerra, i resti dell’Abbazia di Nervesa distrutta nella prima guerra mondiale (ove monsignor Della Casa scrisse “Il galateo”, e da cui il titolo “Il galateo in bosco” della raccolta di poesie forse più celebre e che comunque è stata quella che per prima ho accostata dell’opera di Zanzotto), i boschi (appunto), i campi e le “rive” prendono loro corpo, diventano tracce nei segni delle parole delle poesie di Zanzotto. E così acquisiscono una certa figura, forma e pregnanza. Diventano luoghi veramente vissuti, e vivi, toccati da una parola che li fa emergere a una luce epifanica.
Toccando tutti i registri poetici e senza mai recedere dalla complessità stratificata di senso (e non-senso) insita sia pure nel più banale e semplice dei fenomeni - avvertiti o inavvertiti, ma comunque balenanti sempre entro l’orizzonte dell’apparenza - che stanno innanzitutto sott’occhio (o dentro psiche), la parola poetica di Zanzotto fa sì che nessun luogo rimane lo stesso una volta filtrato dall’incontro con questa poesia…
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La poesia stessa in generale d’altronde è sempre un incontro, spesso anche (almeno per me) pure in gran parte casuale: un libro acquistato seguendo una suggestione, una sollecitazione culturale che incuriosisce verso un mondo poetico, un brano d’intervista sentita chissà dove e quando, una citazione trovata chissà in che luogo, un’allusione rinvenuta all’interno di un testo, parole con qualcuno cui un certo mondo poetico in qualche modo si ricollega… Così è stato per me con la poesia di Zanzotto.
E poi altre occasioni inducono magari ad addentrarsi e inoltrarsi più a fondo nel mondo di parole scoperto, condividendo in alcuni casi pure con altri sensibilità, passioni e interessi. Consentendo così ulteriori incontri ancora, orientando verso direzioni inconsuete e desuete il chiacchierare con chi, magari per caso, si incrocia.
Così è capitato (alcuni giorni dopo la morte di Zanzotto), parlando di tutt’altro e in contesto tutt’altro che culturale, di scoprire una comune ammirazione per Zanzotto con chi aveva avuto modo, laureando a preparare una tesi di laurea su Zanzotto, di avere perciò avuto modo di conoscere personalmente il poeta. Accolto più volte nella casa di Pieve di Soligo, per preparare la tesi di laurea ma non solo, questo allora studente aveva avuto modo a chiacchierare con Zanzotto in persona.
Così ho incontrato il racconto di chi, con piacere, evidente simpatia per Zanzotto (e forse un po’ di velatissima commozione) ricordava quei dialoghi in cui il poeta, parlando sempre con grande cortesia e attenzione per l’interlocutore, dislocava pure continuamente, quasi inavvertitamente, il suo parlare sovrapponedo (o giustapponendo) tra loro sempre almeno tre piani di discorso.
Sul primo piano rispondeva e interloquiva in merito a ciò per cui l’incontro era avvenuto: a un parlare semplice, comune, in cui Zanzotto rispondeva a domande parlando di letteratura, ma anche di sé stesso, o anche del tempo (o, con una specie di vezzo che Zanzotto aveva, dei suoi, a suo dire, vari e numerosi piccoli acciacchi, ma anche delle sue profonde depressioni…)… Su un altro piano ogni tanto il suo dire affondava come un coltello con varchi e brecce su un livello di cultura alta, raffinatissima, quasi esoterica. Per poi congiungere quasi i due piani riportando il discorso colto a un piano, almeno apprentemente, semplice (”leggendo Lacan e Heidegger si capisce che non hanno mai provato davvero l’angoscia” per esempio si ricorda l’ascoltatore di allora abbia detto Zanzotto).
Ma il tutto era pure sempre intercalato da parole che Zanzotto rivolgeva, con la stessa modalità con cui parlava di cose comuni o di esoterismi, ai suoi gatti. Interlocutori alla pari di chiunque altro, nella stessa dignità di ascoltatori, i gatti erano lì, inclusi a tutti gli effetti nel cerchio magico della comunicazione in atto.
L’idea del poeta che parla coi gatti, e insieme di cosa offrire all’ospite, e di Heidegger, Lacan, di letteratura, del “più e il meno” mescolandolo al “che tempo che fa” o alla psicanalisi, mi sembra del tutto corrispondente a una sensazione di fondo (di ricchezza di piani condensata in nodi semantici) che la lettura della sua opera dà….
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Spesso gran parte della poesia di Zanzotto è considerata “difficile”.
In parte è vero: non ammette letture superficiali, distratte, veloci. Perchè in essa rifluiscono in condensazione una quantità tale di elementi da darle tale spessore che solo una lettura attenta e a scavo può far suonare, parlare, danzare, adeguatamente le parole. Ma l’origine prima di questa impossibilità di accedervi in modo troppo diretto e immediato sta peraltro innanzitutto nell’intenzione profonda che la guida: una attenzione devota, minuziosa per tutto l’esistente, a cominciare da quanto sta sotto il naso, e in modo particolare per il minuscolo, il piccolo. In una specie di tensione a dare parola a ogni atomo, a tutto quanto però non perciò diventa significato. Perchè in realtà è qualcosa di ancora più remoto del significato. Antecedente anche ad esso.
E tutto questo implica una consapevolezza, ultramoderna direi, del ruolo e l’importanza che ha invece piuttosto il significante in quanto tale. La poesia di Zanzotto è dunque perciò sempre tensione verso un oltre che in realtà retrocede in contraccolpo sul corpo del suono, o del grafema, finanche della lettera, o il lessema. In una tessitura sintattica che tende nodi attestantisi sulla materia, là ove il senso prende corpo: nel significante e nel suo gioco.
Le poesie di Zanzotto sono dunque per me quadri rivelativi la verità di una pura apparenza tesa a un altrove che non si può che rinvenire qui. In una costante iterazione, quasi ossessiva, che ribadisce un gesto. Un gesto in qualche modo benedicente…
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Sono passati dieci anni ormai da quando per la prima volta – nel dicembre 2002 a Venezia in occasione di un incontro in omaggio a Zanzotto con interventi di Cacciari e Vitiello - ho avuto modo di riflettere adeguatamente sulla poesia di Zanzotto, che ho da allora sempre intesa nel suo carattere anche di pensiero poetante (o poesia pensante).
Anche dall’avere allora asssistito a quel convegno mi è venuta sollecitazione a approfondire, almeno un po’, dopo sporadici incontri precedenti, l’opera di Zanzotto. E quanto detto allora da Cacciari e Vitiello su Zanzotto, a distanza di tempo e dopo una più approfondita conoscenza della poesia zanzottiana, mi sembra ancora oggi assai stimolante.
Cacciari infatti in quell’occasione, trattando di cosa fosse in fondo la poesia, evidenziava, partendo quale spunto da una riflessione di Paul Valery secondo il quale, se è vero che il poeta è sempre ispirato da qualcosa, il problema del poeta è come ispirare il lettore della stessa cosa. Raggiungere questo obiettivo richiede, al poeta e al lettore, esercizio, ma questo è l’unico modo acchè la parola sopravviva alla sua comprensione (laddove il filosofo vuole invece la comprensione e che qui finisca la parola).
La parola perciò in questo senso deve avere corpo, perciò ritmo. Incarnarsi nel ritmo, così come in origine esso ritmo era nel battere con la mano il tempo. Questo è il pathos (ossia il colpo) che la parola deve dare. E il pathos di Zanzotto non è un colpo qualsiasi, ma sempre un’emozione esatta. Poesia pensante perché nel suo “corpo” agita inoltre tutti i problemi del luogo in cui sta (si agita in essa in tal modo l’etica).
E riesce a farlo perchè l’opera di Zanzotto è poesia in quanto tutto questo riesce, come la poesia (diversamente dalla filosofia) fa, a risensibilizzarlo (ha cioè così a che fare con il corpo), risollevando la domanda come possa esservi simbolo tra il linguaggio (ossia l’artificio) e la singolarità delle cose. Zanzotto così si e-spone a tale problema e arrischia il dire la singolarità della cosa, dell’evento, del volto. Si arrischia dire l’uno di ogni cosa, attraverso la parola.
Vitiello a sua volta evidenziava soprattutto il legame in Zanzotto tra riflessione sul linguaggio e ispirazione poetica. In una tensione alla radice genealogica del linguaggio, Zanzotto cerca così di cogliere l’emersione del suono dal rumore, dell’anima dal corpo, indicando un’unità che tiene in sé la contraddizione e la esplica (soprattutto nella tensione Terra/Cielo).
Così nel paesaggio per Zanzotto si danno presenze in cui domina la sensibilità. Le cose si danno in parole, che sono parole-sensazioni in una moltiplicazione in cui tutto è evento. Zanzotto elabora così una parola-visiva nel tendere a dire la sensazione che precede il significato. Orizzonte che pareggia il mondo, palpebra aperta senza occhio, riflesso come (senza) origine. Perciò in Zanzotto c’è tutto il recupero del linguaggio materno e del petèl (la lingua dei bambini), ma anche allusioni alla nascita della lingua dal canto animale (degli uccelli), dal grido, dalla babele (dalle rovine della lingua cioè).
Zanzotto perciò lavora sulle radici materiali del linguaggio, usando tutti i segni per dire l’indicibile. Ma portando così pure inseime tutto il terrestre al concettuale…
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Mondo, sii, e buono;
esisti buonamente,
fa’ che, cerca di, tendi a, dimmi tutto,
ed ecco che io ribaltavo eludevo
e ogni inclusione era fattiva
non meno che ogni esclusione;
su bravo, esisti,
non accartocciarti in te stesso in me stesso.
Io pensavo che il mondo così concepito
con questo super-cadere super-morire
il mondo così fatturato
fosse soltanto un io male sbozzolato
fossi io indigesto male fantasticante
male fantasticato mal pagato
e non tu, bello, non tu “santo” e “santificato”
un po’ più in là, da lato, da lato.
Fa’ di te (ex-de-ob etc) -sistere
e oltre tutte le preposizioni note e ignote,
abbi qualche chance
fa’ buonamente un po’;
il congegno abbia gioco.
Su, bello, su.
Su, műnchhausen.
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Vedi anche “Esistere psichicamente”
http://prismi.wordpress.com/2008/03/20/filosofica-poesia/
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