Il sipario calato sulla vicenda terrena di don Luigi Verzè, proprio nei giorni in cui il San Raffaele – con le sue finanze disastrate – andava all’asta, sta proiettando il faro dell’opinione pubblica e degli accertamenti giudiziari su quarant’anni di storia milanese. Una storia a dire il vero da sempre sotto gli occhi di tutti, eppure impermeabile alla vista. Anche a quella di chi – insospettabile e in buona fede, come Massimo Cacciari – ha magnificato, nel corso degli anni, la visionarietà del sacerdote-manager, la crucialità della sua posizione imprenditoriale e intellettuale nel panorama delle iniziative di sviluppo a favore del Paese e delle sue eccellenze.
Marco Travaglio, il giorno dopo i funerali, ha ripercorso sul Fatto Quotidiano le tappe dell’ascesa e delle cadute (plurali) di don Verzè, dagli affari immobiliari con Silvio Berlusconi agli albori di Milano 2, alle condanne per tangenti e abusi edilizi – in parte annullate dalla santa prescrizione –, dalle amicizie politiche come quella con l’immancabile Bettino Craxi – a lungo terminus ad quem irrinunciabile per qualunque oliaggio della macchina amministrativa pubblica –, alle speculazioni rapinose su due opere d’arte, finendo con l’abbraccio solidale elargito al pragmatismo illuminato dalla fede di Roberto Formigoni, ras indiscusso della Regione Lombardia e delle sue opere di bene nell’era berlusconiana.
E siamo all’oggi, con i suoi “sorprendenti” buchi di bilancio. Don Verzè, in mezzo a tanto rigoglio di idee e progetti, era solito dire che i soldi non sono mai il problema: chissà perché, allora, sono spesso in cima ai pensieri e alle preoccupazioni delle persone comuni, non appena si propongono di fare qualcosa, non solo di pensarla. L’imprenditore edile Piero Zammarchi, proprio il giorno dei funerali, l’ha detto, in uno di quei momenti di verità che vengono spontanei quando si è innanzi alle cose ultime, come la morte di una persona: bastava distribuire qualche tangente, anche a quel Giuseppe Rotelli – oggi candidato a riscattare il San Raffale –, dal quale Zammarchi è stato peraltro prontamente querelato.
Su Repubblica, Gad Lerner ha invece esplicitato il carattere oscuro, misterioso e innominabile, della storia del San Raffaele: «La Milano dei Michele Sindona e dei Roberto Calvi non è certo nuova a questo genere di misteri». Già, il mistero, questo tenebroso compagno dell’avventura italiana, che fa capolino quando i nodi vengono al pettine.
In attesa che la magistratura faccia chiarezza, Berlusconi e Formigoni hanno intanto disertato le esequie di don Verzè, sentendo quella sulfurea puzza di bruciato, che poco ha a che fare con le stimmate della santità. Più coraggioso il barbuto Cacciari, uomo d’una sinistra al di là della speranza e della disperazione, e padre della facoltà di filosofia del San Raffaele, asilo delle migliori intelligenze teoretiche italiane, specialmente veneziane, ma non solo (Emanuele Severino, Andrea Tagliapietra, Massimo Donà, Roberta De Monticelli, il giovane Diego Fusaro e altri). L’ex sindaco di Venezia era presente, e ha così reso tangibile uno dei più lancinanti paradossi che la vicenda di don Verzè ha portato alla ribalta. È ammissibile che l’eccellenza italiana, per conservarsi in vita, debba vendere l’anima all’affarismo, al denaro generato non dal lavoro ma dalla spregiudicatezza, all’intreccio inquietante di business, corruzione e bene pubblico, clientelismo? Ciò che stringe il cuore, a ridosso dei funerali di don Verzè, è proprio l’immagine di un Massimo Cacciari che partecipa alle esequie accanto a Renato Pozzetto e ad Al Bano. Il pensiero che doveva essere critico, fortificato dalla lezione di negatività impartita da Schopenhauer e Nietzsche, disilluso e nemico d’ogni ingenuità al punto da dichiararsi postumo a se stesso, tanto profetico da riaccendersi di speranza in nome della Fede in un Inizio sganciato dalla storia e dalla sua processualità mondana, ebbene questo pensiero – presuntivamente consapevole della crisi e dell’abisso – era stretto tra il pecoreccio degli anni ’80 e la canzonetta che pertugia nell’Amplifon delle nonne.
È il destino che ci attende tutti, si dirà, l’adagio sic transit gloria mundi vale per ognuno e nessuno ne può essere immune. Senz’altro è vero. Tuttavia, perché Cacciari, innanzi al conclamato abisso, non di fede, ma di fraudolenza, ha insistito a dire al Tg3 che don Verzè è stato un uomo dalla visione straordinaria, che pensava in grande? Non cortocircuitava questa affermazione alle sue stesse orecchie, nell’istante in cui la pronunciava? Con che sguardo d’ora in poi i milanesi guarderanno l’angelo (nient’affatto necessario) sulla cupola del San Raffaele? Per carità, non ci venga a parlare, Cacciari, della hybris che accompagna il fare. Qui non è questione d’essere prometeici, ma impuniti o meno. Qui non si tratta di tirare in ballo il volontarismo prassistico del Faust, e di dedicargli una bella lezione nei pressi del residence Olgettina, ma di seguire d’ora in poi la lotta tra il perdurante mistero italiano e l’accertamento della verità giudiziaria. Con onestà intellettuale e con buona pace di chi, a suo tempo, riponeva fiducia in una sinistra de-ideologizzata, colta, bibliografica, eppure capace di “sporcarsi le mani”, e adesso deve ammettere che la barba dei suoi (falsi) profeti era anch’essa, più che sporca, tinta.
Le (infelici e opinabili) esternazioni di Cacciari sul non da tutti compianto Don Verzè si potrebbero rubricare in vari modi:
1) come debolezza degli intellettuali italiani di fronte al potere;
2) come manifestazione di Realpolitik intellettuale: è da anime belle pensare che si possa “costruire” qualcosa (ospedali, università, centri di ricerca…) senza compromessi e clientelismi: Don Verzè era solo uno che aveva il coraggio di “sporcarsi le mani” e che “se uno alla fine della vita ha le mani completamente pulite vuol dire che le ha tenute in tasca” (da cui la citazione arbitraria di Don Milani: e ha ragione chi, come Travaglio, osserva che se è così, allora non c’è alcun male nell’infilarle nelle tasche altrui);
3) come espressione anticonformista, in un momento in cui tutti attaccano X, Y manifesta la propria autonomia intellettuale appunto difendendo X;
4) come il tentativo di non accanirsi sulla memoria di un uomo che, pur con i suoi errori, non può più difendersi.
Forse nella mente di Cacciari – notoriamente vulcanica – tutte queste giustificazioni si sono presentate contemporaneamente e si sono fuse in un magma sulfureo. Eppure, uno come lui di fronte ai microfoni avrebbe pur potuto esprimere un umile ma dignitoso riserbo, riservando le beatificazioni a chi se ne occupa per mestiere. I baciamani postumi sono peggio di quelli da vivi.
Ma l’esternazione è sintomatica, e deve preoccupare sommamente che gli intellettuali italiani ormai non sappiano più trovare quella capacità di giudizio distaccato, quel distacco pacato che deriva dalla propria indipendenza morale e intellettuale, la “serena calma della considerazione semplicemente pensante” di hegeliana memoria. L’orrore di essere escluso, trattato con la sufficienza che si riserva ormai alle anime belle (cioè, agli idioti – e non sono più i tempi del principe Myskin), il tentativo disperato di difendere le proprie scelte sempre e comunque, senza mai rimettersi in discussione, è un tratto tipico dei narcisisti. Non a caso Sgarbi ha dato ragione a Cacciari. Fossi in lui (in Cacciari) comincerei a preoccuparmi. D’ora in poi ogni occasione sarà buona per rinfacciargli quelle parole (soprattutto la citazione da Don Milani) e non è un bene, né per Cacciari, né per la reputazione della filosofia in Italia.
Ma davvero quel che dice Cacciari, quando non parla o scrive di filosofia – ma magari di defunti che hanno vissuto con le mani ben fuori dalle tasche e verso i quali probabilmente sente qualche debito o esigenza personale di ribadire una qualche forma di amicalità, o quando parla da politico di politica (a proposito: ma siamo sicuri che “Verso Nord?” abbia qualcosa ancora a che fare con la sinistra?…) – deve far sentire coinvolti in quel che dice tutti coloro che si sentono in qualche modo interessati alla filosofia?
Lo dico ben sapendo che la questione sollevata è importante e interessante, dal punto di vista etico generale e politico senz’altro, e forse anche in relazione a un’analisi del costume. Ma davvero mi sembra riguardare il Cacciari uomo, politico, forse anche rettore. Ne traggo conseguenze (benevole o malevole) che riguardano questi aspetti.
Ma poi quando leggo o ascolto Cacciari trattare di filosofia, è di ciò che leggo o ascolto che mi interesso (se quelle cose le avesse scritte o dette un altro sarebbero lo stesso per lo più, come io ritengo, interessanti)
Quanto dico sarà banale o potrà apparire ingenuo, eppure davvero non vedo che c’entrino con la cosa filosofica le barbe vere o finte, nere o tinte. Io mi sto sempre più convincendo che i filosofi debbano essere valutati per la loro opera e che possano essere anche grandi pensatori (e restare tali) e insieme uomini pieni di difetti (o persino uomini piccoli, persino meschini, nevrotici, persino pazzi, non parliamone peccatori…).
Certo resta il problema di valutare la loro opera anche nel merito del fatto che anche le loro relazioni umane sono opera, e, più nello specifico, a volte sarebbe da riflettere come a volte si diano alcuni comportamenti nonostante teorie che propongano magari altre ortoprassi, o la filosofia come pratica o come testimonianza. Ma ciò non toglie che si possa comunque benissimo addentrarsi in un universo teorico senza nulla conoscere del singolo individuo che lo ha prodotto (e che anzi in alcuni casi nulla sapere del filosofo possa persino aiutare la comprensione della sua filosofia)…
Però siccome anche altro potrei dire nel merito magari riporto quanto ho scritto tempo fa sulla questione delle “cantonate” dei filosofi”:
“…il nodo che lega la politica alla filosofia è, di per sè, sempre molto stretto. Basti pensare al nesso che lega, nel mondo greco, la nascita e lo sviluppo del pensiero filosofico alla crisi e all’evoluzione delle forme e istituzioni politiche nella polis, o all’importanza della riflessione filosofica sulla politica che contribuisce in maniera così determinante a istituire la modernità e in particolare la tradizione politica occidentale moderna, con tutto il suo peso decisivo e prevalente nella politica contemporanea.
Ma il nesso tra la politica e la filosofia è probabilmente ancora più forte e profondo, essenziale anche in quelle forme della filosofia che sembrano disinteressarsi della politica o in quelle espressioni politiche che sembrano prescindere da ogni contributo teorico di origine esplicitamente filosofica. E ciò anche nel nostro tempo, che sembra quello dell’epoca della postpolitica e postfilosofia, non fosse altro – ma non è solo per questo – che ogni superamento di una tradizione è tale perchè dalla tradizione, appunto contrapponendovisi, pur sempre dipende.
Tuttavia il rapporto tra filosofia e politica è peraltro, sotto un certo verso, anche assai singolare per il fatto che se la filosofia da un lato ha fornito alla politica fondamento, radici e capacità di grandiose visioni d’insieme o di acuti sguardi sul futuro del mondo; d’altro lato non è per nulla infrequente una sostanziale incapacità dei filosofi a cogliere la realtà politica effettiva della contemporaneità in cui si sono venuti a trovare. Quasi che la “nottola di Minerva” tenda, quando si incarna nella persona concreta dei vari filosofi e debba guardare da lì al presente politico dove le capita stare, a essere particolarmente accecata dalla luce del giorno, o assopita in attesa del calar della sera.
Fatte le debite eccezioni (che però così su due piedi faccio fatica qui ora a trovare), gli esempi eclatanti di questa che potremmo intendere come una miopia politica che lo sguardo del filosofo tende ad avere sul presente sono numerosi, importanti e direi preoccupanti. Molte sono state le “cantonate” che i filosofi han preso. Basti pensare alle vicende di Platone coi tiranni di Siracusa. O a Seneca nel suo consigliare Nerone. O che so a Gentile col fascismo (ma magari, nel caso specifico, Gentile non converrebbe sul riconoscere di avere sbagliato) o a Lukacs in relazione a una certa fase almeno dello stalinismo. Nè esente da entusiasmi poco opportuni è stato neanche Wittgenstein che chiese, peraltro inutilmente, pieno di buoni propositi di essere accolto come lavoratore manuale nell’Unione Sovietica di Stalin. O si pensi a Heidegger e alla sua controversa vicenda di adesione al nazismo.
Gli esempi credo tra l’altro siano moltiplicabili (nel loro piccolo, a mio avviso, ci aggiungo pure Mathieu, Pera e Colletti, tanto per riferirmi all’Italia recente) e magari il punto è soltanto che probabilmente anche i filosofi in fondo sotto quasi tutti gli aspetti sono in realtà come tutti e nella vita di tutti i giorni – a tu per tu coi fatti e le situazioni immediate – come tutti gli altri possono prendere i loro abbagli e fare errori, anche gravi.
Eppure questa risposta non soddisfa del tutto e questa miopia politica che spesso accompagna il filosofo dà lo stesso assai da pensare, specie quando l’errore diventa assai grave. A questo riguardo il caso di Heidegger è forse esemplare e basti pensare a quanto Lowith racconta, indignato, circa un colloquio avuto con Heidegger nel periodo della piena adesione di questi al nazismo. In questo colloquio – a fronte della obiezione di Lowith che chiedeva al maestro come potesse provare ammirazione per Hitler, data la preparazione culturale di livello assai basso che il Fuhrer aveva – Heidegger rispose: -”Ma guarda come muove le mani”. La risposta può sembrare stupida, ma in realtà può suonare pure agghiacciante.
Tuttavia, a ben pensare, la risposta è forse meno superficiale e sprovveduta di quanto a prima vista possa sembrare.
Potrebbe cioè alludere alla forza del potere carismatico, ampia-mente analizzato da Weber. Potrebbe essere riferimento alla forza di seduzione che il politico deve esercitare per essere un leader. All’importanza dei gesti, i riti, simboli e forme; che a mio avviso in politica è troppo spesso dimenticata, ma invece assai importante. …”
Anche io credo che i filosofi vadano studiati, e apprezzati o meno, per la loro opera, e non per le loro esternazioni in altri ambiti. Mi sarebbe stato altrimenti impossibile aprire “Sein und Zeit” e scoprire che il pensiero di Heidegger andava ben oltre la sua sciagurata adesione al nazismo. Dico lo stesso per Arnold Gehlen e il suo trattato di antropologia intitolato “L’uomo”.
Tuttavia penso che sia lecito mettere in evidenza le cantonate dei filosofi o le incongruenze del loro comportamento, quando sussitono delle condizioni di interesse generale.
Il mio pezzo su don Verzè e Cacciari, tra l’altro, non è un articolo di filosofia, ma solo un’opinione su un fatto d’attualità: un intervento sostanzialmente giornalistico, per quanto “opinioned”.
E’ vero, d’altra parte, che è dai tempi di Platone che la filosofia ha dei problemi con il potere. Ciò nasce dal fatto che la filosofia ha un’ispirazione critica e che al tempo stesso ben conosce la necessità di sussistere come prassi condivisa: l’alternativa sarebbe probabilmente la solitudine monologante, l’inudibilità delle proprie parole.
Il caso di don Verzè è emblematico di una condizione che scivola facilmente nell’aporia, soprattutto perchè quello del San Raffaele è un centro di eccellenza filosofica, ovvero un istituto in cui si “addestra” proprio il pensiero critico, o quello che dovrebbe essere tale.
L’aporia è la stessa che enunciavo nell’articolo, e che forse vale pena esplicitare: è mai possibile che l’eccellenza filosofica, per mantenersi in vita (in termini di selezione del corpo docente, borse di studio, cattedre, programmi di ricerca, pubblicazioni…) debba venire a patti con, o bellamente ignorare, gli strumenti che concretamente concorrono alla realizzazione di un ambiente idoneo al suo prosperare? Dal personale docente del San Raffaele, non mi pare si siano sollevati cori di riflessioni in tal senso, e questo mi pare piuttosto deludente, poiché tende a squalificare la filosofia come pratica di un pensiero consapevole del contesto della propria genesi (secondo Horkheimer, è questa la differenza tra la teoria tradizionale e la teoria critica). Cacciari ha ripetuto che il bello del San Raffaele era la completa libertà di ricerca che don Verzè aveva dato a lui come organizzatore e ai docenti come studiosi. Tanto di cappello per la libertà di ricerca. L’epilogo giudiziario, tuttavia, mostra che le insidie si nascondono anche nei gesti apparentemente più liberali. Mi sarei aspettato un commento su una problematica del genere, che tuttavia a oggi non c’è stato, nonostante i diretti interessati sicuramente abbiano letto almeno una volta, nella loro vita, qualcosa di, poniamo, Marcuse.
Vorrei esplicitare ulteriormente – in direzione filosofica e non solo “opinioned” – quanto detto da Andrea nel suo commento, presente in un’altra forma anche nel mio.
La filosofia può rinunciare a riflettere sul contesto in cui sorge ed opera? Come ricorda Andrea, è questa la sottile linea che separa la teoria tradizionale dal pensiero critico (che in Prismi coltiviamo e difendiamo). Purché siano garantite le condizioni della “libertà di ricerca”, è lecito sospendere il giudizio su chi rende possibile quella libertà, anche a costo di corruzione, violenza, intimidazione? Non si tratta solo della millenaria storia del controverso rapporto della filosofia con il potere, ma proprio dell’amore per la verità, quindi della filosofia in quanto tale. E, per citare ancora i numi tutelari francofortesi, si dovrebbe dire che esiste solo un’espressione che corrisponde alla verità: il pensiero che nega l’ingiustizia. Nel momento stesso in cui il pensiero viene a patti con l’ingiustizia del potere, con la sua “oscenità” – da Siracusa a Friburgo – esso diventa immediatamente impotente. Lasciando che altri si sporchino le mani affinché il filosofo possa scrivere candidi libri sulle cose prime, ultime o penultime si incorre nell’aporia di un pensiero che costruisce castelli imponenti, ma poi si ritira a vivere nell’infimo granaio di kierkegaardiana memoria. E’ forse un caso che Cacciari da quando ha tutta questa grande libertà di ricerca al San Raffaele non ha pubblicato più libri del calibro di Dallo Steinhof, L’Angelo Necessario, Icone della Legge, Dell’Inizio…? Non basta dire che i filosofi talvolta prendono cantonate politiche, ma che tanto, poi, contano i testi e i concetti lì espressi. La moralità intellettuale, l’autodisciplina morale, di cui parlavo nel mio precedente commento, non è un linguaggio privato di cui il filosofo possa disporre nella misura in cui gode di una spensierata “libertà di ricerca”. Concludo con queste parole di Adorno, tratto da un aforisma che si intitola – e chi ha orecchie per intendere intenda – “Attento alle cattive compagnie”:
“Essa [=la moralità intellettuale] si costituisce sulla base di un’idea della società giusta e dei suoi cittadini. Se questa idea o questa prospettiva viene meno (e chi potrebbe ancora, ormai, abbandonarsi ad essa con cieca fiducia?), la spinta intellettuale verso il basso non incontra più inibizioni, e tutta la sporcizia che una civiltà barbarica ha accumulato nell’individuo, la mezza cultura, la sciatteria, la familiarità sguaiata, la mancanza di stile, vengono a galla. Nella maggior parte dei casi, per giunta, questa tendenza si giustifica e si maschera come umanità, come la volontà di rendersi comprensibili agli altri, come esperienza del mondo e senso di responsabilità. Ma il sacrificio dell’autodisciplina intellettuale riesce troppo facile a chi lo esegue perché si possa pensare che si tratti veramente di un sacrificio” (Th. W. Adorno, Minima Moralia. Meditazioni della vita offesa, § 8).