La figura di Socrate ha da sempre costituito per la filosofia, così come essa è venuta a definirsi e svilupparsi in Occidente, un punto di riferimento imprescindibile. Socrate ha cioè rappresentato il modello del maestro, lo stilema stesso del filosofo in quanto tale, il luogo d’origine – così in vari modi i filosofi ci hanno narrato – e il punto d’avvio delle tematiche che hanno contraddistinto gran parte di ciò che la filosofia è poi stata.
Ma, insieme a tutto ciò, Socrate si è sempre presentato anche come maschera indecifrabile, questione aperta, domanda sempre riproposta, oggetto di interrogazione. Ossia: enigma.
Se quindi, come sostiene ad esempio – in forma particolarmente esplicita e incisiva – Whitehead, la filosofia tutta non è che “una serie di note a piè di pagina a Platone” e se, come è, Socrate è di Platone maschera, è già nel gesto platonico istitutivo della filosofia stessa (a questo punto essa tutta, per Whitehead, raccolta sotto la maschera di Platone, capace di riassumere in sè anche tutto il pensiero più arcaico e presocratico) che essa indica quale suo punto d’origine chi (Socrate) intenzionalmente, non avendo scritto nulla, si è perciò prestato, quasi inerme, a essere inevitabilmente soltanto rammemorato e perciò interpretato, ossia inteso quindi da ciascuno a modo suo, perciò irrimediabilmente sempre almeno in parte equivocato.
Fin da subito quindi la filosofia è anche indice del suo punto d’orgine nell’enigma in Socrate incarnato. Ma è anche proprio per questo che Socrate può quindi essere anche fonte da cui chiunque sempre può attingere linfa filosofica e va quindi inteso innanzitutto come un (o magari il) punto zero della filosofia, ossia come un vuoto entro il quale la scaturigine di ogni discorso si serba, o si concede solo per allusione o trascrizione.
Socrate può essere perciò in tanti, forse innumerevoli, modi declinato, interpretato. Forse non può quindi che essere inevitabilmente travisato. Ma proprio per questo così la sua interrogazione resta anche sempre aperta, e sempre resta avanzata la sua richiesta di essere interpellato interpellandoci (a costo di porsi, come una certa tradizione ci tramanda, magari pure come un tafano fastidioso ed insistente)
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Dalla penombra in cui Socrate ha scelto di restare (o di annidarsi, o di ripararsi…) tuttavia il suo cenno è un gesto. Perciò ha forma: è cioè ben determinato segno. Ed è parole, parole profuse o cavate, estorte ai suoi interlocutori. Il gioco della seduzione da lui allestito nelle piazze dell’antica Atene ci lascia cioè significati, ci manda segnali configurati, da decifrare quali sollecitazioni imprescindibili per il pensiero. L’ambiguo, lo sfuggente Socrate, lancia precise sfide racchiuse in alcune, poche, certezze circa ciò che il suo dire indicava. “So di non sapere“, “conosci te stesso“: motti, frasi, apparentemente banali, o ambigue forse, ma insieme ben precise. A ben vedere soprattutto pregne di senso e dense di tutti gli sviluppi che su di esse il senso articola.
E in tutto il suo dire, allusivo e preciso, Socrate inoltre anche insieme sempre ci invita alla ricerca. E alla virtù. Ci invita all’ “aretè“, come la lingua greca assai precisamente esprime, nel senso che aretè ha a fare con la virtù nel senso dell’abilità consistente nella “perfetta esecuzione“, nel senso in cui ad esempio è virtuoso (nei virtuosismi appunto) il perfetto violinista. Tra le indicazioni di Socrate anche questa sua sollecitazione alla virtù va annoverata: “Ricerca la virtù”. E insieme, come chiaramente esposto nel “Menone”,: “La virtù è scienza”, con tutta l’aporetica che da ciò consegue. Anche allo scioglimento dell’enigma chiuso nel groviglio tra virtù, ricerca e scienza Socrate dunque ci invita.
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Socrate ci sprona dunque a focalizzare costantemente la nostra attenzione e tensione energetica comunque verso la ricerca e la realizzazione di una perfezione esecutiva, nel disporsi quindi sempre nel giusto modo in relazione al contesto e al mondo, nel dispiegare la mente e le forze in un equilibrato rapporto con sé, il mondo, gli altri; nel gestire il dire o tacere appropriati, nel fare la mossa giusta. In una perfezione esecutiva dunque in cui l’azione tende, o è, sempre al meglio, appropriata al contesto al cosa e al come; nella forma, il modo, il contenuto giusti.
Ma tale virtù – Socrate su questo giustamente insiste molto – deve essere tale veramente. Non deve cioè solo sembrare tale, essere appropriata solo apparentemente o illusoriamente. E per essere vera virtù deve essere capace di giustificare l’azione o l’intenzione in cui consiste, in modo che chi o quanto intenda negarne la verità non possa in realtà mai negarla.
Ma per poter esibire la sua verità e per essere capace di far fronte agli attacchi o le obiezioni di chi non la riconosca veramente tale, la virtù deve essere anche senz’altro per lo meno saputa. E consaputa, in un esercizio consapevole della propria forza esecutiva.
In questo senso prima virtù, preliminare atto di ogni intenzione alla vera virtù, non può essere che avere scienza di cosa essa virtù mai sia. E la prima azione veramente virtuosa non può che essere quindi quella consistente nel dedicarsi alla ricerca della determinazione di che mai sia vera virtù.
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La vera virtù deve dunque essere guidata dalla scienza della virtù. Per cui per essere virtuoso e acquisire virtù debbo prima disporre di tale scienza e innanzitutto dunque cercare tale scienza. Ma quindi tale ricerca della vera virtù non può che essere, in quanto passaggio preliminare alla possibilità di esercitare vera virtù, a sua volta che già in sé virtù, non solo in quanto essa ricerca perfetta esecuzione nel suo campo (quello della ricerca della scienza della virtù), ma anche quale componente della virtù stessa nel senso di essere condizione imprescindibile di possibilità dell’esercizio della virtù stessa.
Sennonché, purtuttavia, se la vera virtù è cercata, significa che, nel mentre è ricercata, non è posseduta. Nel mentre la si cerca si deve cioè essere in situazione di assenza della consapevole conoscenza della virtù. La conoscenza, ogni conoscenza, può essere ricercata solo se non già posseduta. Per cui allora, se la ricerca della virtù fosse già essa stessa in qualche senso esercizio della vera virtù, allora si sarebbe insieme nell’assenza di ciò che si ricerca e contemporaneamente in una situazione (quella della ricerca) in cui la vera virtù è di fatto, in quanto esercitata, già acquisita, in fondo già in qualche modo dunque conosciuta. Ma allora tale ricerca sarebbe in quanto tale sostanzialmente uno stare nella contraddizione e dunque in un’impossibilità.
D’altronde (come ricorda Platone stesso nel “Menone,” (cap. XV) esponendo un classico paradosso eristico relativo all’impossibilità del conoscere) se qualcosa è già conosciuto non può essere ricercato, ché non si può cercare ciò che già si possiede; né d’altra parte si può arrivare a conoscere ciò che, sconosciuto, non può perciò nemmeno essere, qualora incontrato, neanche ri-conosciuto.
Per Platone la via d’uscita da questa situazione aporetica non può che essere l’ammettere che la verità è già presente, per quanto implicita, nel ricercante, il quale perciò quando la rinviene la riconosce. Chi cerca dunque, nello specifico, la virtù sarebbe dunque già implicitamente in possesso della virtù che cerca, ne ha già implicitamente l’idea, la quale perciò lo guida come stella polare della sua ricerca e come baricentro della sua azione calibrata ad essa.
Per Platone dunque anche la scienza della virtù, come ogni conoscenza, non può che essere reminiscenza, ricordo di una verità già latente nella memoria del soggetto conoscente. Per cui la conoscenza effettiva, anche di cosa sia virtù, sarebbe quindi un atto di esplicitazione di un implicito. Il rendere conscio ciò che già è saputo inconsciamente e già è contenuto dunque in un preconscio. Ma siccome, a questo punto, la situazione paradossale potrebbe riproporsi esattamente identica se si ritenesse semplicemente che la verità ora presente latente nel preconscio fosse conosciuta perché incontrata in un’esperienza precedente (nel mondo delle idee… in qualche vita precedente…) perché allora il paradosso eristico si ripresenterebbe pari pari, seppur spostato alla situazione in cui la verità fu per la prima volta, chissà quando chissà dove, vista; e poiché peraltro si deve evitare il “regresso all’infinito” nella fondazione del riconoscimento della verità che il paradosso tende a profilare; non si può allora che concepire sia la verità che la sua conoscenza come eterne. La conoscenza in questione (della virtù) deve quindi essere eternamente tale. Essa c’è sempre e non può che essere perciò anche sempre in qualche modo operante, attiva.
La vera virtù è perciò tale da sempre. Essa è conosciuta da sempre. Essa è in tal senso stella polare, baricentro.
Ma quindi, ammettendo tutto ciò, resta allora da dar ragione dell’evidenza che, seppure presente in qualche modo nella conoscenza, quale ricordo disponibile alla rammemorazione, che cosa sia la virtù e quale sia dunque , nel contesto dato, l’azione appropriata non è però sempre consapevolmente saputo. La scienza della virtù non sempre è già disponibile. E perciò va ricercata. Se infatti è eterna l’entità conosciuta (la vera virtù, la scienza della virtù) e innata, in quanto anch’essa mai spenta e eterna, ne è la conoscenza; resta da spiegare la dinamica per cui questo sapere sta in un ombra da cui emerge e in cui poi torna a riannidarsi.
Ma inoltre e soprattutto: se la scienza della virtù non è sempre chiaramente consaputa, l’agire sarà sempre - al vaglio della chiara coscienza e in assenza perciò di modelli di riferimento o cartina di tornasole per valutare la bontà (la virtuosità) dell’azione - concepibile anche come un andare alla cieca, una fede nel fatto che un sapere recondito guidi al vero ed al buono, nel vero e nel buono. Fede in cui si annida inevitabilmente il dubbio se l’azione in atto corrisponda a vera virtù.
D’altronde, anche se la verità emerge ora e qui, essa poi sempre pure sprofonda, magari momentaneamente (ma nulla garantisce che non sia per sempre) nell’oblio. Anche in questo modo (come comunque in ogni caso accade) la situazione perciò si trasforma, evolve. Cambia quanto era saputo (l’oggetto muta), oppure si trasforma l’idea su esso. La scienza della virtù mai è detto riesca a stare davvero al passo col mondo in cui la virtù si esercita.
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Purtuttavia se la virtù è scienza e questa scienza, come ogni conoscenza, va portata alla luce della rammemorazione, di certo, nel mentre essa sta in oblio, l’unica azione adatta per la virtù, per averne scienza, è tale virtù cercarla.
Perciò virtù è ricerca di tale scienza. La virtù è dunque ricerca. Almeno ricerca.
Ma la ricerca però resta cieca se non è già inscritta entro un orizzonte, esso già virtuoso, che la indirizza e includa, dando costante riferimento, e indicazione del luogo e della direzione.
Luogo e direzione che sono la dimensione che potremmo chiamare l’umano. Scienza della virtù è così scienza dell’uomo. E se l’uomo ha la sua forma propria nella ricerca, allora virtù è sapere che l’uomo è ricerca della scienza (innanzitutto della scienza della virtù).
Il cerchio così forse in tal modo si chiude. Nel convenire che la scienza indica che l’uomo è questa inesauribile ricerca. In cui verità emergono, nei contesti dati, in diverse perfezioni esecutive in ognuno dei differenti contesti adatte. Tutte emergenze da uno spazio di rivelazione che si incarna via via nella perfezione esecutiva di ogni atto.
Ma si deve anche pur sempre sapere ciò che si ricerca. Almeno in modo inconscio (e a meno che non si sia sempre che inevitabilmente fuori da una virtù che non sappiamo né sappiamo riconoscere, in una situazione di inevitabile peccato, che solo una Rivelazione può superare)
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L’inconscio è forma. Ma che non può essere oggettivata, Forma trascendentale, aperta a disporsi via via in figure. Configurazioni in cui può esserci o non esserci armonizzazione, esserci o non essserci perfezione nell’atto in sé e nella sua relazione con tutti gli altri atti. In una relazione ineludibile tra forma e contenuto in cui so di non sapere, ma anche non so di sapere.
Per cui so che non so di sapere. E in cui il sapere includente (includente il “non sapere di sapere”) è un apparire che forse nessun linguaggio può indicare, perché orizzonte, al più esso solo indice includente indici che possono solo segnarne margini e limiti
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La virtù è dunque forma che cerca la sua definizione. Nei due sensi del termine definizione: nel senso di acquisizione di una figura conchiusa di un atto preciso e nel senso di venire in luce, alla consapevolezza di un sapere o di un dire, della verità in cui un ente consiste.
Come nella definizione del ricordare.
O del capire…
Del riconoscere…
O del desiderare…