
Magari nei pressi di un fiume.
Oppure accompagnati dal rumore del mare. O camminando in un bosco, o tra i prati. O nell’intimità di una stanza in una casa sentita perciò come propria. O, che so, al tavolo di un bar che accoglie noi che in quel mentre ci sentiamo vicini ed amici. O in mille altre possibili situazioni (così come Socrate e Fedro, narrati da Platone dialoganti d’amore e bellezza al fresco sotto l’ombra di un albero) interloquiamo, dialoghiamo, ci parliamo.
*****
(…Cosa hai fatto di bello… Che stai facendo… Che mi racconti… Che ti è successo…)
*****
Così ci narriamo del mondo. Ci raccontiamo. Raccontiamo o ascoltiamo (interessati, coinvolti, a tratti pure magari distratti e forse troppo spesso pure un pochino annoiati) storie. Le nostre storie. Le storie degli altri.
Narrazioni. Da quando siamo al mondo narrazioni ci hanno fascinato, sedotti. Ed edotti. In un ininterrotto colloquio, siamo da sempre in ascolto di storie. Storie, bellissime storie, ci hanno iniziati ad un senso del mondo e accompagnati nell’incontro con gli altri. Gli altri sempre innanzitutto, spesso prima di tutto, altri narrati. In una (postmoderna?) grande narrazione si apre dunque il mondo. E al suo racconto restiamo poi avvinti occhio aperto sempre avido, arcaicamente, pure di miti. E quindi racconti e racconti.
E poi storie, a nostra volta, abbiamo narrato. Le più belle possibili - seduti magari accanto al lettino – a chi ha ascoltato le nostre fiabe e parole, tese le orecchie tutte prese all’ascolto. E poi sempre comunque (anche) storie nel nostro narrarci a chi ci piaceva svelarci.
Narrazioni. Eventi inanellati in sequenze. Dunque trame. Personaggi in campo. Persone (e cose, dei, animali…) prese in un gioco.
Incontri, relazioni, colpi di scena.
Sempre dentro contesti, vaghi o precisi, stagliati fuori fuoco sullo sfondo o minutamente descritti. Storie quindi e poi storie, dentro altre storie, circondate da mille e mille altre storie, che mai incroceremo, che mai sentiremo. Ma dappertutto storie. E frammenti di storie. E storie su storie….
Sempre avidi di racconti dunque. Nella nostra piccola o grande, profondamente personale o banale, eccezionale o comunissima “Mille e una notte”: – “Sherazade raccontaci un’altra storia”.
E in tutto questo c’è qualcosa di essenziale e profondo: l’ininterrotto e fascinoso tentare di portare a parola il senso in cui siamo e da cui siamo investiti. Racconto la mia storia. Mi racconti la tua storia. Il racconto. Continuamente riferiamo di noi, e di quanto ci è capitato. In più modi. E in più modi chiediamo, curiosi, o scrutiamo, le storie degli altri.
In un continuo, inoltre, concomitante e sottostante descrivere e ridescrivere il mondo, ripennellando costantemente la nostra lettura del contesto del nostro narrare e ascoltare narrare.
Intreccio inestricabile dunque: narrazione, descrizione. L’una con l’altra, sempre. Narrare richiede uno spazio entro cui collocare il racconto: spazio descritto. Descrivere è sempre disporre in sequenza (narrare) quanto focalizzato e messo in figura.
*****
É attorno a questo nucleo fondamentale - con cui abbiamo quotidianamente a che fare (quotidianamente narriamo e ascoltiamo narrare) e in cui viene ad emergere molto del senso che abitiamo e ci abita - che si gioca il significato decisivo del nostro capire e capirci. E si giocano molto della gioia e il dolore.
Perciò è opportuno cercare di aver chiaro il senso di tutto questo narrare. Chiederci in cosa esso consista. Per disporci in esso nel modo migliore
Io credo che nel merito pochi contributi culturali siano stati così lucidi e attenti quanto quello propostoci da Calvino che, pur presentandosi spesso solo nella veste del grande narratore che è stato, ha però sempre anche contemporaneamente depositato in ogni suo testo perle da finissimo e lucidissimo pensatore.
In ogni suo cesellare e costruire una storia, in ogni suo descrivere un mondo o un intreccio, Calvino ha sempre insieme riflettuto sul mondo e sui suoi (nostri) ineludibili narrarlo e descriverlo. Perchè narrare e descrivere sono sempre narrare e descrivere qualcosa: la scrittura sempre e solo è tale in quanto è un segno che ad altro rimanda; il parlare è sempre un disporre uno specchio, una duplicazione del mondo che è insieme protensione al suo senso.
Piano della parola, dunque, da un lato, piano della realtà dall’altro. In un gioco di rimandi reciproci per cui avere le parole è anche dire le cose e perciò le cose sfumano là dove la parola manca e spiccano là dove la parole viene. Tante parole tante cose, tante sfaccettature del mondo.
Centralità del linguaggio quindi. Ma insieme disposizione di linguaggio e realtà su piani diversi. Per cui in un rincorrere senza fine la cosa – come Achille con la tartaruga – la parola dà forma e senso ma, quando raggiunge il bersaglio, non può che aspirare che a nulla di più (e a nulla di meno) che all’esattezza.
*****
Poco prima di morire, improvvisamente e prematuramente, nel 1985 Italo Calvino stava preparando le conferenze che si accingeva a tenere all’Università di Harvard. Esse diventeranno, postume, le bellissime “Lezioni americane”: cinque ”lezioni magistrali” appunto, in ognuna delle quali Calvino propone un valore da portare alla letteratura del nuovo millennio (che ormai nel frattempo e da un po’ è diventato il nostro millennio).
Leggerezza, rapidità, esattezza, visibilità, molteplicità: sono questi i valori proposti. E proposti non solo alla letteratura, ma alla cultura tout court; in una forma che, a distanza di quasi trent’anni ormai, rivela ancora tutta la sua freschezza.
Considerazioni inoltre - quelle delle “Lezioni” - che, rilette oggi a distanza di tempo, danno una sensazione stupefacente di contemporaneità (come solo alcuni testi coevi di Pasolini riescono a dare); fornendo proposte per un linguaggio capace di narrare e descrivere con rigore e bellezza il senso, il nostro senso, anche nella civiltà delle macchine, nell’età della tecnica. Un linguaggio non estraneo dunque alla scienza, nè al mondo dei numeri; ma aperto e adeguato, oggi come ieri e come sempre, alla possibilità e alla capacità di narrare. E narrarci. E descrivere il mondo attingendone senso.
*****
E tra i valori da Calvino proposti, a mio avviso, particolare importanza non può che avere, oggi, nel tempo in cui le parole sembrano spesso ridotte a significanti disponibili a qualsiasi uso, l’esigenza dell’esattezza.
Esattezza come ricchezza nel corrispondere al dato e al dono del mondo. Ma in una complessità che nel discorso di Calvino non si riduce a una pura affermazione della necessità di far corrispondere il meglio possibile parola e realtà. Perché Calvino sonda invece ben più a fondo, verso un’esattezza che non è mai solo puro rispecchiamento e men che mai identificazione della parola e la cosa; ma è pure anche sempre, necessariamente, duplicazione e cioè un mantenere dunque anche lo scarto con la cosa, su cui l’esattezza si calibra.
Esattezza che è dunque per Calvino sempre sostare nel mezzo. Assottigliare distanze incolmabili. Specchio. Duplicazione.
E duplicazione in più sensi
*****
Ed è dunque peraltro anche a questo valore che inoltre Calvino tende in ogni sua opera.
Valore che peraltro sicuramente attinge mirabilmente nella distillazione stilistica di quel piccolo libro, che amo moltissimo – da rileggere e poi ancora rileggere – che è “Le città invisibili”; in merito alla quale nella Lezione sull’esattezza tra l’altro Calvino non a caso – focalizzando dell’esattezza il doppio inscindibile volto – questo ci dice: -
“Nelle Città Invisibili ogni concetto e ogni valore si rivela duplice: anche l’esattezza. Kublai Kan a un certo momento impersona la tendenza razionalizzatrice, geometrizzante o algebrizzante dell’intelletto e riduce la conoscenza del suo impero alla combinatoria dei pezzi di scacchi d’una scacchiera: le città che Marco Polo gli descrive con grande abbondanza di particolari, egli le rappresenta con una o un’altra disposizione di torri, alfieri, cavalli, re, regine, pedine, sui quadrati bianchi e neri. La conclusione finale a cui lo porta questa operazione è che l’oggetto delle sue conquiste non è altro che il tassello di legno sul quale ciascun pezzo si posa: un emblema del nulla…
Ma in quel momento avviene un colpo di scena: Marco Polo invita il Gran Khan a osservare meglio quello che gli sembra il nulla:
… Il Gran Kan cercava d’immedesimarsi nel gioco: ma adesso era il perchè del gioco a sfuggirgli. Il fine di ogni partita è una vincita o una perdita: ma di cosa? Qual era la vera posta? Allo scacco matto, sotto il piede del re sbalzato via dalla mano del vincitore, resta il nulla: un quadrato nero o bianco. A forza di scorporare le sue conquiste per ridurle all’essenza, Kublai era arrivato all’operazione estrema: la conquista definitiva, di cui i multiformi tesori dell’impero non erano che involucri illusori, si riduceva a un tassello di legno piallato.
Allora Marco Polo parlò: – La tua scacchiera, sire, è un intarsio di due legni: ebano e acero. Il tassello sul quale si fissa il tuo sguardo illuminato fu tagliato in uno strato del tronco che crebbe in un anno di siccità: vedi come si dispongono le fibre? Qui si scorge un nodo appena accennato: una gemma tentò di spuntare in un giorno di primavera precoce, ma la brina della notte l’obbligò a desistere -. Il Gran Kan non s’era fin’allora reso conto che lo straniero sapesse esprimersi fluentemente nella sua lingua, ma non era questo a stupirlo. – Ecco un poro più grosso: forse è stato il nido d’una larva; non d’un tarlo, perchè appena nato avrebbe continuato a scavare, ma d’un bruco che rosicchiò le foglie e fu la causa per cui l’albero fu scelto per essere abbattuto… Questo margine fu inciso dall’ebanista con la sgorbia perchè aderisse al quadrato vicino, più sporgente…
La quantità di cose che si potevano leggere in un pezzetto di legno liscio e vuoto sommergeva Kublai; già Polo era venuto a parlare dei boschi d’ebano, delle zattere di tronchi che discendono i fiumi, degli approdi, delle donne alle finestre…”
Dal momento in cui ho scritto quella pagina mi è stato chiaro che la mia ricerca dell’esattezza si biforcava in due direzioni. da una parte la riduzione degli avvenimenti contingenti a schemi astratti con cui si possano compiere operazioni e dimostrare teoremi; e dall’altra lo sforzo delle parole per render conto con la maggior precisione possibile dell’aspetto sensibile delle cose.
In realtà sempre la mia scrittura si è trovata di fronte due strade divergenti che corripondono a due diversi tipi di conoscenza: una che si muove nello spazio mentale d’una razionalità scorporata, dove si possono tracciare linee che congiungono punti, proiezioni, forme astratte, vettori di forze; l’altra che si muove in uno spazio gremito d’oggetti e cerca di creare un equivalente verbale di quello spazio riempendo la pagina di parole, con uno sforzo di adeguamento minuzioso dello scritto al non scritto, alla totalità del dicibile e del non dicibile. Sono due diverse pulsioni verso l’esattezza che non arriveranno mai alla soddisfazione assoluta: l’una perchè le lingue naturali dicono sempre qualcosa in più rispetto ai linguaggi formalizzati, comportano sempre una certa quantità di “rumore” che disturba l’essenzialità dell’informazione; l’altra perchè nel rendere conto della densità e continuità del mondo che ci circonda il linguaggio si rivela lacunoso, frammentario, dice sempre qualcosa in meno rispetto alla totalità dell’esperibile.
Tra queste due strade io oscillo continuamente… (pp.70–72)
*****
Esattezza è dunque anche un’oscillazione. Tra due modalità (la distillazione e la proliferazione linguistica) nella cui relazione e tensione si deve dunque riuscire a stare.
Perchè anche nella essenzialità assoluta che sfiora l’evanescenza quel che può sembrare a Kublai nulla; in realtà nulla lo può solo al più sembrare, ma non lo è. E anzi da esso si diparte il riferimento a tutto, che svela come l’apparire stia in relazione a tutto e quindi pure con quanto sembra invece non apparire. Ma che appare, invece, in ombra o fuori fuoco. E può perciò essere richiamato. Ma non più che richiamato. Come un cameo, o un cristallo che rifrange il mondo in essenza.
In realtà dunque le due divergenti modalità linguistiche cui Calvino afferma tendere e tra cui dichiara di oscillare sono pure due differenti modi di aderire, con la parola, all’essere.
E se la strada della distillazione è in filosofia forse la più battuta, magari va sempre ricordata ed esplorata pure la seconda. Filosofia anche come narrazione dunque, attenzione per il dettaglio vivente e pulsante spesso trascurato dal concetto.
Narrando pure anche dunque. E descrivendo, intenzionando un nocciolo duro. Che può essere detto in molte forme e modi. In una proliferazione di dettagli secondo diversi fuochi e prospettive, in una moltiplicazione di possibili dire. Scorci diversi sullo stesso, parti in luce, sequenze. Che aprano però sempre relazione a tutto il resto. In una inesauribilità che ha la sua radice nell’irriducibilità di un fondo: il fatto, il serbatoio del dicibile. E insieme dell’indicibile
*****
“Qualcuno potrebbe obiettare che più l’opera tende alla moltiplicazione dei possibili più si allontana da quell’unicum che è il self di chi scrive, la sincerità interiore, la scoperta della propria verità. Al contrario, rispondo, chi siamo noi, chi è ciascuno di noi se non una combinatoria d’esperienze, d’informazioni, di letture, d’immaginazioni? Ogni vita è un’enciclopedia, una biblioteca, un inventario d’oggetti, un campionario di stili dove tutto può essere continuamente rimescolato e riordinato in tutti i modi possibili.
Ma forse la risposta che mi sta più a cuore dare è un’altra: magari fosse possibile un’opera concepibile al di fuori del self, un’opera che ci consentisse di uscire dalla prospettiva limitata di un io individuale, non solo per entrare in altri io simili al nostro, ma per far parlare ciò che non ha parola, l’uccello che si posa sulla grondaia, l’albero in primavera e l’albero in autunno, la pietra, il cemento, la plastica….” (“Lezioni americane” p.120)