I: La porta aperta della Legge.
Una porta aperta, sorvegliata da un anonimo custode (Türhüter: letteralmente, un portinaio). Di là, si dice, si trova la Legge (Gesetz). Quale “legge”? “La” legge: verità assoluta, somma giustizia, senso ultimo delle cose? Non si sa. Nessuno lo sa, nemmeno il custode. Ma tutti vogliono conoscere “la” legge. Anche un uomo, altrettanto anonimo, giunto dalla campagna (vom Lande) chiede al guardiano di poter entrare, di poter avere accesso alla Legge. Ma questo non è possibile, almeno non ora; forse dopo. L’uomo prova a convincere il custode, con mezzi leciti e illeciti. Questi lascia fare e accetta tutto, ma non promette nulla né lo lascia entrare. Così l’uomo comincia anche a dimenticare perché se ne sta lì ad osservare quasi ininterrottamente il custode, perdendo di vista il senso del suo stare “davanti alla Legge”, dimentica anche che ci sono altri custodi e solo questo primo gli sembra l’unico ostacolo per accedere alla Legge. La porta davanti a lui è sempre aperta. Alla fine l’uomo venuto dalla campagna muore, ma prima di morire chiede perché nessun altro all’infuori di lui ha chiesto accesso, visto che tutti tendono alla Legge. Ma quell’ingresso era destinato a lui, e a lui solo. Quando l’uomo muore, la porta viene definitivamente richiusa dal custode.
II: L’enigma.
Il celebre capitolo “Il duomo” nel Processo propone una sorta di spiegazione di questo racconto o parabola, presentata da Kafka anche nella raccolta del 1914-15 Ein Landarzt (Il medico di campagna). Josef K., il protagonista del romanzo, tenta di decifrare il significato di questa storia o “leggenda”, discutendola con il sacerdote che gliel’ha raccontata nel corso del misterioso episodio del duomo. L’uomo è stato ingannato dal guardiano, conclude Josef K.: c’era un accesso per lui e solo per lui e questo gli è stato nascosto deliberatamente. Ma il religioso smentisce questa chiave di lettura: se vogliamo stare a quanto narrato, sappiamo solo che il guardiano dà all’uomo venuto dalla campagna due informazioni: la prima, che per il momento egli non può entrare (pur non escludendo che ciò sia possibile in un secondo tempo); la seconda, che quell’accesso era destinato esclusivamente a lui. Ma non c’è contraddizione fra queste due informazioni, come invece pensa Josef K.: anzi, “la prima dichiarazione allude persino all’altra” e l’accenno alla possibilità che l’uomo avrebbe potuto accedere in un secondo momento una trasgressione perdonabile al suo dovere. Non c’è inganno, se qualcuno è stato ingannato questi è, secondo un’altra “opinione” esposta dal sacerdote, “proprio il custode”, la cui vita dipende da quella dell’altro uomo, in una sorta di singolare riedizione della dialettica servo-padrone di hegeliana memoria. E di opinione in opinione l’enigma, invece che chiarirsi, si infittisce sempre più, perché sempre più sorgono domande che non trovano risposta, o risposte che sollevano altre domande.
III: L’interpretazione infinita.
“Tutta l’opera di Kafka sta nell’obbligare il lettore a rileggere” (Camus, 1943). Cosa significa allora questa storia? È una parabola carica di metafore ambigue abbastanza affinché non si possa mai scioglierle del tutto (quindi una sorta di trappola mentale per ermeneuti) o dobbiamo prendere per buono quel che ne dice Kafka stesso, cioè che è una “leggenda”? E che sorta di “leggenda”? O è un’allegoria, di quelle di cui Kafka stesso dice che esse “in fondo vogliono soltanto dire che l’inafferrabile è inafferrabile, e questo lo sapevamo già” (Descrizione di una battaglia, cit. in De Angelis, 1971) Insomma: qual è l’ermeneutica “giusta” per capire cosa voleva davvero Kafka con il racconto nel racconto Davanti alla Legge? Ci vuole forse una “metaermeneutica” che faccia vedere come Kafka ha disseminato di ambiguità il suo racconto per non essere inchiodato a una interpretazione che avrebbe finito col distruggere l’equilibrio tra anima e forme da lui così faticosamente raggiunto? O ci vuole una fantasia educata dialetticamente, in grado di accordarsi con il movimento di pensiero che le immagini di Davanti alla Legge suscitano?
Forse è vero che i racconti di Kafka “non sono parabole, ma non vogliono neppure essere presi di per se stessi; sono fatti in modo da potersi citare, da potersi narrare a guisa di illustrazione” (Benjamin, 1934). Irresistibile è la tentazione di interpretare la storia come una sorta di metafora dell’inconcludenza dell’esistenza umana e quindi di vedervi l’espressione dell’inganno fatale cui è consegnato l’uomo che non può mai decidere “laicamente” del suo destino. Dall’altra il sacerdote, con il suo continuo richiamarsi alle “opinioni” che si contraddicono a vicenda, adombra l’impotenza della ragione umana a comprendere fino in fondo il rapporto tra l’uomo e il suo limite, a chiarire quella che sembrava “una storia semplice” (einfache Geschichte), tanto che lo stesso Josef K. avverte il desiderio di sbarazzarsene, di non pensarci più. Egli di conseguenza nega all’umano la possibilità di accedere al significato ultimo – alla Legge, appunto – che pure sta squadernato, spalancato anche davanti a due uomini semplici come il contadino e il guardiano e “manda una luce di ineguagliabile splendore” colta dall’occhio morente dell’uomo venuto dalla campagna. Non resta allora che rimettersi al Mistero, al Trascendente, all’Ineffabile, senza fermarsi a fissarlo, senza sperare di trovare un punto particolare nel finito che ci possa guidare in sicurezza verso l’infinito. “Quell’uomo” – afferma il sacerdote – “in realtà è libero, può andare dove vuole, proibito gli è solo l’accesso alla Legge, e per di più da una sola persona, dal custode. Se si siede sullo sgabello di fianco alla porta e rimane lì tutta la vita, lo fa di sua volontà, la storia non parla di nessuna costrizione”.
IV: Solo una metafora?
Tutto sistemato, allora? “Davanti alla Legge” era soltanto una metafora teologico-metafisica, una parabola cabbalistica sull’inattingibilità del Senso Ultimo e/o sull’im-possibilità “mosaica” di giungere alla meta, alla Terra Promessa, un gioco di specchi fra la legge e la sua interpretazione, in cui i rappresentanti del tribunale (fra cui lo stesso sacerdote) accumulano interpretazioni su interpretazioni spostando sempre più in là l’orizzonte in cui vige la Legge. Ma questo stesso spostare-più-in-là non è forse anch’esso una legge, un criterio, una norma? Si è allora tentati di spiegare il testo ripiegando sulla sua inintelligibilità, sulla sua inspiegabilità (cioè si spiega che il testo non si può spiegare), magari sulla sua natura appunto di “allegoria”, di “sogno”, di “esercitazione intellettualistica” se non di fiaba. Ma questo è un errore ermeneutico: “Kafka non è mai frivolo, superficiale o dilettantesco, neppure quando scrive in termini del tutto fiabeschi o onirici. Non compie mai semplici divertimenti letterari o pure esercitazioni intellettuali” (Cantoni, 2000). Anzi, tutto lo sforzo maggiore di Kafka si concentra nel sottrarre ciò che si racconta all’ermetismo allegorico, perché una tale soluzione estetica porrebbe il problema della chiave, che in tal modo ci sarebbe e la cui esistenza legittimerebbe la sovranità dell’autore, essere onnipotente cui spetterebbe il compito di indirizzare lungo il retto cammino il lettore impotente e ignavo. La Legge è metafora di se stessa, è la potenza della necessità a cui gli uomini credono ciecamente e che essi perciò identificano nella Cieca Necessità, una divinità cui gli uomini continuano a credere nonostante la distruzione di tutti gli immutabili. “L’apparire della necessità”, scrive a questo proposito la Arendt, si può realizzare soltanto “attraverso l’ammirazione degli uomini per la necessità stessa. La macchina entra in funzione, perché la necessità è ritenuta qualcosa di sublime e perché il suo automatismo, che è spezzato solo dall’arbitrio, viene preso per il simbolo della necessità”. Nel mondo così delineato da Kafka non si dà possibilità, ma soltanto aut contingenza aut necessità. Fuori dalla Legge, dalla potenza accecante della Parola che non può essere udita né intesa, c’è solo la dolorosa contingenza della piatta quotidianità, che si svolge con cieca e regolare necessità. Tentando di scavalcarla l’uomo finisce inevitabilmente per interrogare quale senso abbia questo cieco e regolare accadere. Interroga la contingenza, la necessità; spera nell’esistenza di un senso, di una possibilità ulteriore. Ci deve essere qualcosa di più dell’accidentale e del necessario. Deve esistere il possibile. Ma cercando il possibile ci si imbatte proprio nella sua negazione: nella Legge, epitome del Necessario, dell’Immutabile. Da qui la tipica gnoseologia dolorosa che attraversa tutti gli scritti di Kafka. “Esiste una speranza infinita”, diceva, “ma non per noi”. Noi chi? Noi uomini, ogni volta che tentiamo la strada della conoscenza (filosofica, letteraria, religiosa, scientifica…).
V: L’insormontabile aporia.
Eppure c’è un dato niente affatto metaforico su cui bisogna riflettere: la porta (come la metafora) è aperta, è sempre stata aperta, e viene richiusa soltanto quando l’uomo venuto dalla campagna si spegne, è alla fine (solo la morte arresta la metaforesi). Kafka fa giustizia di tutte le retoriche dell’aperto e del rinvio infinito, mostrando come proprio l’apertura paralizzi l’uomo, trasformandola così, paradossalmente in una chiusura assoluta, nell’impossibilità dell’attraversamento. L’uomo consuma se stesso nell’attesa davanti a qualcosa che è completamente dischiuso davanti ai suoi occhi senza essere capace di vederlo perché è fin troppo visibile, troppo oggettivamente presente, troppo Gegen-stand. La Legge non rimanda ad altro che a sé: essa esclude ontologicamente il rinvio infinito. La Legge è la Legge, nient’altro: questa è la sua “apertura”, un’apertura che non permette l’accesso, ma lo blocca e fa ruotare intorno ad esso chi vi si avvicina: “Possiamo entrare solo lì dove possiamo aprire. Il già-aperto immobilizza… Il contadino non può entrare, poiché entrare è ontologicamente impossibile nel già-aperto. Le sue domande ruotano vertiginosamente intorno a questa insormontabile aporia, senza riuscire a riconoscerla” (Cacciari, 1985). Ma l’aporia è insormontabile, perché il contadino non si chiede mai che cosa sia la Legge, perché si debba star lì davanti ad attendere che essa ci chiami, mentre è dato dogmaticamente per scontato che quella sia da considerare “la” legge, l’Immutabile Originario, l’Univoco e il Definitivo. Egli non interroga questo “Immutabile”, non lo affronta, non cerca di penetrarne l’enigmaticità, l’opacità, la ragion d’essere, il Grund. Egli soccombe all’idea, alla rappresentazione che si è fatto della Legge, non alla Legge stessa. La Legge potrebbe essere il Destino o il Sommo Bene, ma questo non cambierebbe la sua essenza, il suo essere una potenza soverchiante, sproporzionata, violenta. In quanto tale, e proprio nel suo tacere, essa è la violenza della necessità amorfa, che chiama e respinge, che respinge proprio nel momento stesso in cui chiama, convoca, elegge. Essa è una Seconda Natura che non parla o davanti alla quale l’uomo non ha sensoria adatti ad ascoltarla, come il Castello, che “comunica con l’esterno attraverso un suono continuo e indecifrabile” (Calasso, 2002). Il Castello, come il Tribunale, corrisponde alla caratteristica che Newton assegnava allo spazio, alla res extensa: ovvero di essere sensorium Dei. L’aporia sta nell’esser già dentro alla verità – se ovunque è il Tribunale, se il potere del Castello si estende indefinitamente, allora non serve entrare da nessuna parte: siamo già “dentro” ciò in cui dovremmo o vorremmo entrare.
VI: Verità e interpretazione.
La gnoseologia dolorosa di Josef K. sta proprio nel suo essere l’uomo che si ribella a questa strutturazione aporetica del rapporto fra l’umano e la Legge o la Verità: finché questa risulta possibile solo nei termini di un’indecifrabile potenza “della menzogna si fa una regola universale”. Dire (senza asserirlo espressamente) che la Legge è inattingibile a un’esistenza finita qual è quella umana significa semplicemente trasferire la verità su un altro piano, sottratto alla riflessione, alla comunicazione, all’argomentazione: significa fare dell’esistenza della Legge un teologumeno, un atto di fede. Ma è proprio questo trasferimento ciò che Josef K. contesta. L’inesauribilità ermeneutica, il rinvio infinito delle interpretazioni, diventa il criterio per sottrarre la verità alla disponibilità dell’uomo: essa è anzi apparentemente disponibile nella sua indisponibilità (la porta è pur sempre aperta, non c’è nessuna costrizione, il guardiano non impedisce nulla all’uomo venuto dalla campagna, dall’uscio il morente può cogliere lo splendore inestinguibile che promana dalla Legge e che attesta la sua esistenza reale). Questo spiega perché taluni interpreti – sia di impostazione teologica che postmoderno-decostruzionista – accolgano per buona l’interpretazione che invece Josef K. giudica una “malinconica opinione”, ovvero la tesi decostruttiva per cui la verità oggettiva, la Legge, è sempre al di là e indisponibile all’uomo, “assolutamente insuperabile” (Agamben, 1995). Come la “storia semplice” diventa “confusa” e Josef K. si arrende all’impossibilità di venirne a capo, allo stesso modo la verità si dissolve nella sua interpretazione, anzi diventa l’interpretazione stessa: ma questo distrugge la possibilità stessa dell’interpretazione della “Scrittura”, perché essa coinciderà con l’“opinione” su di essa. Kafka pensa proprio questa dialettica statica, aporetica, tra verità e interpretazione: la verità può abitare solo nell’interpretazione, nella domanda, nell’interrogazione, ma una verità che dimori solo in questi spazi toglie se stessa in quanto verità. Dunque né interpretazione né verità possono sussistere, ciascuna trasforma l’altra, la neutralizza, la rende indifferente. Ed è qui che Josef K. scrive la sua condanna: egli emette la sua stessa sentenza, è condannato dalla sua impossibilità di venire a capo dell’aporia, tra la Legge come possibilità prossima e la vita come impossibilità di attingerla anche solo parzialmente. Il suo pensiero è una freccia di Zenone che non giunge mai a colpire il suo bersaglio: ecco la sua colpa. E non perché K. sia un “inetto” sveviano, un pigro, un irresoluto, un antieroe, un antipersonaggio beckettiano: K. non attende nessun Godot. Ma K. è condannato proprio perché pensa fino in fondo, fino all’estremo, sia la freccia (l’interpretazione) che il bersaglio (la verità, la Legge). La sua colpa sta in questo soccombere al pensiero da lui stesso suscitato, al suo stesso vano chiedersi in che cosa consista la sua colpa: tutta la sua gnoseologia vorrebbe risolversi in un giudizio, vorrebbe oggettivare quella struttura di oggettivazione che la Legge stessa è. Ma la Legge – struttura di oggettivazione, necessità immutabile – non si lascia a sua volta oggettivare, perché se così fosse ci sarebbe qualcosa di ancora più oggettivo di essa stessa e – dunque – il problema si riproporrebbe.
VII: Il Totalmente Neutro.
Vale allora anche per la parabola sull’uomo davanti alla Legge nel Processo quanto Blanchot sosteneva a proposito del Castello? Il Castello – come “sovranità del neutro e il luogo di questa strana sovranità”, sovranamente neutra perché né trascendente né immanente, né divina né umana, dunque libera da ogni schema metafisico – è allora ciò che produce una specie di vuoto ermeneutico, è la parola che assorbe, facendo collassare in se stesse tutte le possibili interpretazioni e rendendole quindi indifferenti, lasciandole sospese e pronte a precipitare nel baratro (come in un’altra celebre parabola kafkiana, Il ponte). L’inaccessibilità del Totalmente Neutro (la Legge, il Castello, il Tribunale) sembra far tutt’uno con il suo essere l’assolutamente senza mistero, pura (e vuota) forma identitaria che assorbe il proprio contenuto. Come osserva ancora Blanchot, ci si lascia prendere dal segreto più appariscente, l’inaccessibilità del luogo-castello (o della “dimensione-Legge”) “come se là ci fosse tutto il segreto – il vuoto su cui si fonda l’elaborazione del commento”. Ma il vuoto è ovunque, il mistero da colmare sta in ogni minima esperienza umana, in ogni dettaglio mostruoso, eccentrico, grottesco, dalle dita di Leni, unite da una membrana, all’aspetto di “vecchi attori” o di “tenori” degli esecutori della sentenza nel Processo (Adorno, 1942-53). Come il guardiano non sa che cosa custodisce, non sa che cosa lo attende una volta varcata quella soglia che deve sorvegliare scrupolosamente e infaticabilmente, così gli esecutori della sentenza nel Processo sembrano incapaci di risposta: essi eseguono una sentenza che non si basa su alcuna norma e che quindi non è nemmeno una sentenza (per esserlo, avrebbe dovuto essere pronunciata). Essi quindi non sanno che “sentenza” eseguono, così come Josef K. non saprà mai il motivo per cui essa viene eseguita. Nessuno riesce a scrutare le traiettorie di un mondo fattosi, in ogni sua piega, in ogni suo anfratto, inabitabile e ostile, escludente e includente al tempo stesso: accedere alla Legge “è possibile, ma per il momento no”. Ma se questo momento dura quanto la vita dell’uomo stesso, essa ha il suo senso nel consumarsi nell’attesa che un senso si mostri. In un mondo Totalmente Neutro, presente assenza, visibile invisibilità, si muore allora improvvisamente, fatalmente, senza aver conosciuto alcunché, “come un cane” – ed è per questo che a Josef K. sembra che la vergogna debba sopravvivergli. La vergogna di non essere stato capace di conoscere, di identificare, di risolvere in un giudizio la totalità dell’essente.
VIII: Il riconoscimento mancato.
Secondo una dichiarazione di Max Brod, Kafka avrebbe confidato che il Castello doveva concludersi con la concessione del diritto a K., l’agrimensore che tenta invano di accreditarsi nella residenza comitale del “Castello”, di dimorare e lavorare nel villaggio (Freschi, 1993). L’agrimensore lotta per tutta la vita per un riconoscimento che gli viene negato. Egli è lo straniero, il diverso, l’estraneo che lotta incessantemente per essere incluso, accolto, accettato e che ottiene questo riconoscimento solo in punto di morte. Egli non viene cacciato e rifiutato, ma non viene neanche accettato e accolto: non viene incluso, non viene reso “cittadino del mondo”, cioè non viene riconosciuto. Secondo un paradigma recente della “teoria critica” francofortese, è proprio questo mancato riconoscimento ad essere patogeno, a intaccare cioè le condizioni entro le quali può fiorire un’identità integra (Honneth, 2005) e ciò spiegherebbe forse anche “quella peculiare situazione “kafkiana” di sospensione, di dubbiosa, angosciante, sofferta eppur ostinata ricerca di accoglienza, di riconoscimento e infine di identità” (Freschi, 1993). Non diversamente, il contadino sta davanti alla Legge perché si attende che sia questa a rendergli possibile l’ingresso. In altri termini, quell’uomo venuto dalla campagna attende perché si aspetta di essere riconosciuto, non perché sia un irresoluto, un incapace, un inetto che non sa far altro che tediare il custode con le sue domande. È il bisogno di riconoscimento a costringerlo “davanti” alla Legge. Può sembrare che Kafka abbia voluto dirci che questo bisogno attesta la finitezza dell’uomo, che questi incontra il riconoscimento solo nel momento della morte. Ed è in effetti questo che accade in Davanti alla Legge e nell’ipotetico finale del Castello. Gli stessi rapporti con le donne (Leni nel Processo e Frieda nel Castello) testimoniano di questo bisogno dell’altro per essere se stessi da parte di Josef K. e di K.; lo stesso contadino che importuna continuamente il custode della Legge con le sue domande mostra l’insopprimibile presenza-assenza dell’altro di cui non ci possiamo liberare, quel legame che ci fa essere umani. Ed è solo in questo pensiero dell’altro che nell’agrimensore, nel contadino, nel procuratore bancario si fa spazio qualcosa di più del proprio essere se stessi, qualcosa che fa saltare il ruolo in cui tutti sono imprigionati, che spezza la loro razionalità conforme allo scopo, lineare, calcolante, freddamente contemplativa (Lukács, 1923). A ben vedere, poi, i protagonisti delle principali opere narrative di Kafka sono “antieroi” proprio per questo loro autismo, per il loro bisogno di riconoscimento (che porta ad es. l’agrimensore K. a “usare” Frieda per raggiungere il suo obiettivo di farsi accreditare al Castello): per loro “l’altro” esiste solo come mezzo, mai kantianamente come fine. Essi vivono in una reificazione di sé – da intendersi qui come “oblio del riconoscimento” (Honneth, 2005) – completa, irredimibile, quasi comica (è questo il motivo che ha spinto G. Anders, non senza buone ragioni, a “condannare” Kafka stesso: Anders, 1951). Ed è questa loro accettazione di tale auto-reificazione a condannarli tutti, senza appello e anche senza pietà, a impedirgli di andare oltre la loro dolorosa fissazione gnoseologica. L’unico momento in cui K. sente di avere un cuore è nel momento in cui i due guitti-esecutori gli rigirano per due volte il coltello nel petto: il procuratore K. è un uomo senza colpa perché, come il contadino, sa solo interrogare gli altri, ma mai se stesso, assolvendosi dunque a priori non già dell’incapacità di esistere, ma dell’incapacità di riconoscere. Il cosmo di Kafka è il cosmo del riconoscimento negato e solo in tal senso può esser letto come l’universo anonimo-anomico della reificazione totale e del mondo totalmente amministrato che non lascia spazio alla spontaneità e alla libertà dell’individuo. La lotta per l’integrazione-inclusione è in Kafka lotta per trovare qualcuno che possa integrare-includere, è la lotta di un io senza tu, o di un io che trova di fronte a sé sempre dei tu parziali, provvisori, manchevoli, incapaci di garantire un vero riconoscimento e dunque un’effettiva inclusione. Nell’universo di Kafka non c’è lotta per il riconoscimento, perché non ci sono autocoscienze capaci di riconoscersi. Il suo è il cosmo spinoziano in cui gli individui sono solo accidenti, modi finiti, mere contingenze, effimere vite fattizie con la presunzione di poter entrare nella Legge.
IX: La conoscenza impossibile.
Se “conoscere è riconoscere” quello dei personaggi dei romanzi kafkiani è l’universo di una gnoseologia dolorosa e di un riconoscimento mancato e manchevole: come ha scritto H. Arendt, “in Kafka l’eroe si distingue sempre per la sua voglia di sapere ‘come stanno le cose che cadono intorno a me come fiocchi di neve, mentre davanti agli altri un bicchiere d’acquavite sul tavolo è già saldo come un monumento’” (Arendt, 1944), secondo una scepsi che ricorda il Wittgenstein di On Certainty: “se sai che qui c’è una mano allora ti concediamo tutto il resto” (Wittgenstein, 1969). Il fallimento della conoscenza della Legge, il mancato accesso, innesca quella spirale delle interpretazioni della Legge medesima che costituisce il giudizio in quanto tale; ma il giudizio giudica sempre ciò che non conosce, altrimenti non sarebbe giudizio, ma sapere puro e semplice e non sarebbe necessaria la predicazione. Il giudizio è costitutivo della conoscenza: se la domanda fondamentale per Kant è “come sono possibili giudizi sintetici a priori”, per Kafka la domanda è “com’è possibile il giudizio”, perché ogni ricerca trascendentale presuppone in fondo un dato ultimo – come avevano mostrato gli empiriocriticisti e i fenomenologi contemporanei di Kafka – oltre il quale non possiamo risalire e oltre il quale il conoscere non è in grado di riconoscere alcunché. Ma questo “dato ultimo” non può essere assunto come fundamentum inconcussum della conoscenza: esso non è un sapere ma il vuoto sostrato che, tanto ironicamente quanto perfidamente, deve poter accompagnare le mie rappresentazioni. Da qui il carattere disperante delle esegesi, delle interpretazioni, del Meinen, del conoscere in quanto tale. La Legge, allora, sarebbe la dimensione in cui il riconoscimento avviene davvero, in cui conoscere è realmente un riconoscere, dove processo conoscitivo e realtà conosciuta sono finalmente una cosa sola (De Angelis, 1971). Ma quella di Davanti alla Legge è invece la tragedia della moderna autocoscienza solipsistica che non sa trovare nella sua erranza scettica altro che motivo di disperazione, di isolamento, di solitudine, in un cosmo in cui ogni parte è ugualmente vicina e distante dal centro, in cui il Centro è ovunque e in nessun luogo, un “circolo di circoli” (Hegel, 1812-16) in cui “ogni cerchio è autosufficiente”, “fondamento e giustificazione a ciò che gli appartiene” (Calasso, 2002). L’io penso kafkiano è accompagnato dal Vuoto eretto a Potenza. Questa è la sua teoria di una conoscenza impossibile.
Testi citati:
Franz Kafka, Il processo [1925], a cura di G. Zampa, Adelphi, Milano 1973.
Id., Il Castello, Mondadori, Milano 1979.
Id., Diari, a cura di E. Pocar, Mondadori, Milano 1953.
Id., I Racconti, a cura di G. Schiavoni, Rizzoli, Milano 1985.
Letteratura critica:
Th. W. Adorno, 1942-53: Appunti su Kafka, tr. it. di E. Filippini in Id., Prismi. Saggi sulla critica della cultura, Einaudi, Torino 1972, pp. 249-282.
G. Agamben, 1995: Homo sacer. Il potere sovrano e la nuda vita, Einaudi, Torino.
G. Anders, 1951: Kafka. Pro e contro, a cura di B. Maj, Quodlibet, Macerata 2008.
H. Arendt, 1944: Il futuro alle spalle, tr. it. di L. Bazzicalupo, Il Mulino, Bologna 1981, pp. 73-103.
W. Benjamin, 1934:“Franz Kafka. Per il decimo anniversario della sua morte”, in Id., Angelus Novus, a cura di R. Solmi, Einaudi, Torino 1955, pp. 275-305.
M. Blanchot, 1969, “Il ponte di legno”, in Id., L’infinito intrattenimento. Scritti sull’“insensato” gioco di scrivere, Einaudi, Torino 1997.
R. Calasso, 2002: K., Adelphi, Milano.
A. Camus, 1943:“La speranza e l’assurdo nell’opera di Franz Kafka”, in appendice a Id., Il mito di Sisifo, tr. it. di A. Borrelli, Bompiani, Milano 1947, pp. 125-137.
R. Cantoni, 2000: Franz Kafka e il disagio dell’uomo contemporaneo, con una nota di C. Montaleone, Unicopli, Milano.
M. Cacciari, 1985:“La porta aperta”, in Id., Icone della Legge, Adelphi, Milano 1985, pp. 56-137.
E. De Angelis, 1971: Arte e ideologia grande borghese. Mann Musil Kafka Brecht, Einaudi, Torino, pp. 134-170.
M. Freschi, 1993: Introduzione a Kafka, Laterza, Roma-Bari.
G.W.F. Hegel, 1812-16: Scienza della logica: Dottrina del Concetto, tr. it. di A. Moni, riv. da C. Cesa, Laterza, Roma-Bari 1988, vol. 2.
A. Honneth, 2005: Reificazione. Uno studio in chiave di teoria del riconoscimento, tr. it. di C. Sandrelli, Meltemi, Roma 2007.
G. Lukács, 1923, Storia e coscienza di classe, tr. it. di G. Piana, Sugar, Milano 1967.
L. Wittgenstein, 1969: Della certezza, tr. it. di M. Trinchero, Einaudi, Torino 1978.
Riflettere sul testo di Kafka “Davanti alla legge”, contenuto ne “Il processo”, è senz’altro interessante e il modo, molto articolato e approfondito, in cui ne tratta Alessandro Bellan nell’articolo, inserito nel blog, richiede forse più complimenti che commenti.
Particolarmente apprezzabile mi pare soprattutto il tentativo, secondo me riuscito, di andare oltre il puro gioco delle possibili interpreazioni metaforiche cui la famosa storia sul “contadino e la Legge” contenuta nel “Processo” di Kafka si presta. Mi pare infatti che venga posto adeguatamente in rilievo che qualsiasi interpretazione voglia essere proposta non può comunque eludere di dover tener conto della presenza, nella situazione descritta, di alcuni dati, alla cui inoppugnabilità si deve gran parte del fascino, e forse dell’enigmaticità, del racconto.
Qualsiasi senso complessivo infatti si voglia dare al testo, è un dato il fatto per esempio che “l’uomo di campagna” chiede di entrare dalla porta e attende (nell’attesa si relaziona al guardaporta in vari modi, ma comunque attende), ma anche pure che il guardiano non si muove dal suo posto davanti alla porta, nonché che al di là della porta si pensa vi sia la Legge. Così come è un fatto che la porta resta sempre aperta e non viene mai varcata, ma anche che l’esito dell’attesa è alla fine la morte del contadino, cui segue infine la chiusura della porta.
La situazione è cioè perciò ben chiara e delineata nei suoi contorni e da questa sua figurazione nessuna interpretazione del testo può prescindere. Nell’analisi del significato del racconto cioè si deve tener fermo che qui abbiamo a che fare con lo stallo di un’apertura, che alla fin fine si rivela in realtà essere una chiusura.
Nel senso innanzitutto che se è certo vero che in ogni attimo dell’attesa in cui il contadino si consuma non c’è soltanto la possibilità, ma piuttosto la realtà (la porta è e resta sempre aperta) di un’apertura verso un oltre (che è pensato essere la Legge), per cui dunque c’è sempre, nella situazione un’apertura; tuttavia il contadino resta sempre al di qua del varco aperto, per cui la situazione descritta è certo di costante tensione a una trascendenza, ma una trascendenza verso cui in un certo senso non ci si sposta mai, e che può perciò pure essere letta, dal punto di vista dello svilupparsi della serie temporale, come un costante spostarsi del varco sempre un po’ più in là, via via che la situazione evolve.
E alla fine, soprattutto, pure questa situazione di stallo giunge al suo esito: la porta si chiude, definitivamente. Il varco sull’oltre svanisce e l’adombrata luce abbagliante intravista al di là della soglia cessa anch’essa di essere in vista dell’uomo che non ha oltrepassato la porta. La situazione tutta semplicemente dilegua, con la morte dell’uomo di campagna.
In questo esito, tutto dunque finisce. Ma il senso del racconto non sta solo in questo porre in rilievo lo scacco finale che tale fine comporta, ma sta anche nel fatto che, insieme a tutta la situazione, a dileguare alla fine è pure qualcosa che sta al centro del racconto più di quanto a prima vista magari sembri, ossia il riconoscimento reciproco tra l’uomo di campagna ed il custode.
Riconoscimento che è centrale perché in fondo è l’unica vera struttura relazionale che si realizza nella situazione descritta. Il contadino infatti non è in realtà sottoposto a nessuna costrizione (nulla vieta, almeno apparentemente, che se ne vada, o che entri o che cerchi almeno di entrare) se non a quella di dover stare, finchè attende alla porta, in relazione al custode. E in questa relazione i due producono un reciproco riconoscimento (fino al punto che il contadino arriva a “conoscere le pulci del bavero del custode”).
Riconoscimento reciproco dunque tra i due unici effettivi attori sulla scena. Ciascuno riconosciuto dall’altro nel suo ruolo. Ma anche solo per il suo ruolo, per quel tanto cioè che è il suo stare come attore in situazione. E, in questo modo, riconosciuti l’uno dall’altro in fondo solo limitatamente a tale ruolo, cioè riduttivamente e unilateralmente.
Tutto ciò inoltre sotto l’egida della Legge incombente. Legge perciò pure del reciproco riconoscimento tra chi la cerca e chi ne vieta l’accesso, Legge sotto la quale il riconoscimento avviene dunque come riconoscimento nella e della fissità dei ruoli.
Per cui è pur vero che la chiave per comprendere l’opera di Kafka è probabilmente rinvenibile nel fatto che in effetti il protagonista dei libri di Kafka (cioè K., sia esso l’agrimensore del “Il castello” o l’impiegato de “Il processo”), in realtà è sempre alle prese con un blocco comunicativo e dell’azione che ha a che fare con il non ottenere il riconoscimento che gli sarebbe necessario (e col non concederlo in fondo nemmeno K. ad altri). Ma nel racconto della storia dell’uomo di campagna una certa ben particolare forma di relazione di riconoscimento, per quanto riduttiva, mi pare invece si dia, e per di più relazione di reciproco riconoscimento, tra il contadino e il guardiano-antagonista.
La parabola, vista nel complesso dell’opera kafkiana complessiva, acquista dunque particolare interesse e importanza anche perché sembra alludere forse a un’alternativa alle peripezie di K.: quella prodotta dal riconoscimento reciproco di fronte alla Legge, nella fissità dei ruoli.
Eppure tale alternativa non resta più che un illusione, perché peraltro, nel’economia complessiva del testo (“Il processo”) in cui è inserita, è già, per Kafka, oltrepassata, sorpassata. Per cui comunque è K. (non il contadino) il protagonista reale del romanzo e K. è già in un’altra storia, in cui la vicenda dell’uomo di campagna è passato leggendario e ormai solo oggetto di esegesi e commenti, vecchio racconto, parabola, metafora. Al più solo tramandato, come leggenda da interpretare, all’interno del vero e proprio romanzo.
Se dunque esemplificata nella parabola si può magari intravedere un’alternativa alla situazione-tipo in cui K. è irretito e questa alternativa affascina, perché deve la sua configura-zione e la sua forza essenzialmente alla presenza, oltre la soglia, della maestà della Legge; tuttavia la Legge ormai però non c’è più, se non come allusione indecifrata e indecifrabile oltre una porta che poi si chiuderà. Per cui è il mondo di K. per Kafka quello decisivo: quello nel quale K. è sempre sì tratteggiato anche attraverso attribuzioni di ruolo ben precise (ad esempio “agrimensore” o “impiegato”), ma ben lontane dal tratteggiarne complessità e figura perché K. in realtà è addentrato in una situazione ulteriore, ben più inquietante ed enigmatica, ove la Legge forse in qualche modo chiama, ma purtuttavia di certo pure manca. Fosse anche solo perchè, come nota Alessandro, se Legge è, deve però essere inoggettivabile. E comunque è solo presupposta. In ogni caso è il totalmente impenetrabile. E perciò alla fin fine preclusa. O non c’è o è come se non fosse, il che poi è la stessa cosa.
Certo: la Legge peraltro forse incombe ancora comunque, come il Vuoto eretto a Potenza. Ma allora, forse meglio, essa è la Potenza che si rivela essere il Vuoto.
Un vuoto che tuttavia continua a opprimere per cui sia a K. che all’uomo di campagna la Legge, cioè il Vuoto, è e rimane ostile perchè comunque essa è e resta un fuori e ci forza a un altrove, a porre il senso in un tutt’altro luogo o in un tutt’altro momento Ma sempre altrove, altro separato, isolato e astratto. Un altrove peraltro (la Legge) coesistente e relato al qui, ma come potenza incombente sull’ ”ora e qui” e per la cui azione il “qui e ora” è contingenza, ossia è un venire all’atto al posto di altro equipossibile “qui e ora” (che la Legge o propone come quel dovere che il “qui e ora” effettivo non realizza; oppure vieta, lasciando essere, legittimamente, il “qui e ora” che si dà).
È perché la Legge incombe che il luogo in cui siamo può essere concepito come più o meno adeguato al dover-essere. E dunque è perché c’è la Legge che si può avvertire il luogo in cui siamo e che siamo come inadeguato, ossia tale che potrebbe e anzi dovrebbe anche essere altro, cioè quello che la, magari indecifrata, imposizione della Legge comunque comanda.
Ma siccome la Legge è altrove si può pure pensare che si potrebbe in ogni momento anche varcare la porta per accedervi, così come non varcarla (il che non vuol dire, ovviamente, che non si varchino porte e non si vada via via in sempre ulteriori “qui e ora”).
Mentre invece magari la nostra storia è invece che alla fin fine c’è una sola storia, la determinata storia specifica (come peraltro una determinata storia specifica è pure il preciso racconto di Kafka sulla Legge) che non è altro che noi, e non è altro da noi, nè sovrastante nè ostile (come mai potrebbe esserlo se coincidente?). Nostra storia specifica per niente neutra inoltre, ma del tutto determinata. Non impenetrabile come la Legge e non, come tutto ciò che è sottoposto alla Legge, aporetico essere un qui che è un altrove perchè si pensa anche, sotto lo stesso rispetto, altrove e cioè determinato da un altrove assente che si pone come presente.
Nostra storia specifica che nessuna legge stabilizza, pietrifica, reifica e precondiziona dall’esterno. In uno “stare qui” che non è nemmeno uno stare isolati, immobili (nella fissità della Legge) perchè anche negare il fluire dell’oltrepassare e l’ineludibilità della relazionalità olistica è un voler che sia quell’altrove che è il non procedere oltre o il non essere in relazione.
In fondo potrebbe essere questo il senso del racconto di Kafka e delle vicende di K: l’indicazione del vicolo cieco racchiuso nei due modi diversi, e sotto certi lati pure opposti (storicamente successivi direi), di evitare (o cercando di stabilizzarlo nella fissità dei ruoli sotto l’egida della legge, oppure tentando di sottrarvisi, ma sempre sotto la nostalgia o il richiamo della legge) il gioco dell’effettivo riconoscimento (percepito forse dalle due strategie contrapposte esplorate da Kafka come un rischio eccessivo) che si realizza nel qui e nell’ora, senza altra garanzia che quella dell’evidenza del nostro essere del tutto determinato, che via via da sè si dà.
E se il potere della Legge fosse solo quello di una “porta aperta”, una porta la cui autorità non sta nella proibizione e nemmeno nell’oppressione, ma nella semplice sfida al soggetto di essere libero? E’ come se quella Porta dicesse a chi si para davanti a lei: “Prova a essere libero, se ci riesci! Entra, se ne sei capace, se ti bastano le forze!”. Intendo dire: e se Kafka ci stesse dicendo: attenti, noi non siamo soggetti a un potere anonimo, oscuro, opaco, misterioso, ma alla nostra stessa assoluta libertà che, proprio perché assoluta, ci rende inetti, inerti, incapaci di agire e di scegliere. La Legge, quindi, non ci è ostile, come scrive Paolo, “perché essa è fuori, e ci forza a un altrove, a porre il senso in un tutt’altro luogo o in un tutt’altro momento”, non è la violenza dell’astrazione, dell’isolamento, della separazione, ma è il potere neutro, neutrale, neutralizzante di ciò che è qui e ora, dell’immediatamente evidente e dell’immediatamente essente. E’ la violenza di ciò che non può essere in altro modo, di ciò che è così e basta. Come ho scritto (§ IX) la Legge sarebbe il luogo in cui il riconoscimento potrebbe avvenire davvero, sarebbe lo spazio niente affatto anonimo in cui l’individuo potrebbe essere davvero libero, non il suo annullamento, dove ci sarebbe finalmente la conciliazione mitica tra soggetto e oggetto. Ma la Legge kafkiana, come scrive Zizek, ripete continuamente al soggetto “Sei ancora libero di fare quello che vuoi! Non chiedermi ordini!”. Il che rappresenta, secondo Zizek, “la formula perfetta del Super Io”. Essa è allora l’Ordine che non dà ordini: se è violenza, è la violenza neutrale dell’Inespresso che, come il padre di Kafka (si veda la celeberrima Lettera al padre) e come molti altri padri, pretende l’adeguamento non attraverso l’intentio recta del “fa’ ciò che ti dico” ma lo persegue attraverso la strategia obliqua dell’inespresso, di un’identificazione acquiescente e inconscia. Per questo la Legge deve mantenersi nell’ambiguità ed è per questo che la conoscenza – sia essa accesso alla verità, alla giustizia, al senso ultimo delle cose – deve restare impossibile. In tal modo è lo stare impotenti davanti alla Legge che fonda la Legge.
grazie, fantastico saggio, nel sito di chi vuole pensare il saggio mi fa pensare. paola lovisolo oggi ha pubblicato su viadellebelledonne.wordpress, il racconto di che trattasi e abbiamo messo il link a questo saggio. grazie davvero, in tutta la rete è il più interessante. in effetti il guardiano non aveva nessun potere, era l’uomo di campagna che glielo riconosceva. complimenti a.p.
saggio interessante nonché riccamente sorretto da citazioni puntuali.
nel racconto, oltre agli aspetti de “la conoscenza impossibile” e del “totalmente neutro”, mi colpì (e ancora porto il livido tra capo e collo) il fatto che nessun altro potesse entrare da quella porta se non il contadino ics, e che nel momento in cui il contadino ics muore, il custode *va e la chiude*.
in un certo senso, dunque, la legge (inconoscibile o meno) finisce per coincidere con la vita del soggetto, ovvero con la sua ricerca soggettiva, unica e irripetibile.
ciò è corroborato dall’impressione (a tutt’oggi ancora viva) che mi faceva l’amico franz ogniqualvolta ci sedevano a chiacchiare al bar: kafka era un depresso burlone…
dunque, il cerchio sulla *sconoscenza* e sulla *slegge* si chiude impiccandoci per ben due volte, e la seconda è determinata dal fatto che qualora “per assurdo” il contadino superasse tutte le porte e tutti i custodi guadagnandosi l’accesso alla legge, essa non potrebbe avere che un valore limitato nello spazio e nel tempo dall’esistenza del soggetto, cessando di esistere alla sua morte in quanto relativa e incomunicabile.
ergo, qui prodest?
: )
amen.
e grazie di esistere.
: )
Un sincero ringraziamento a tutti gli amici e le amiche per gli interventi e le empatiche considerazioni sulle mie arrischianti considerazioni kafkiane. Il mio saggio voleva anche essere una sorta di tributo verso tutti quegli autori che mi hanno guidato nel mio noviziato “in Kafka”, a cominciare dal folgorante saggio di Massimo Cacciari, letto tanti anni fa e mai dimenticato, un esempio di pensiero e di scrittura armonizzati in maniera davvero eccelsa.
La porta è aperta ci urla sempre e ancora K.: abbiate il coraggio di pensare per davvero questo Aperto che ci sfida, costringendo ognuno di noi a misurarsi con le proprie chiusure. E’ questa la maieutica talmudistica di K.: ciascuno è compito a se stesso. Ognuno, direbbe Michelstaedter, è l’alfa e l’omega. Ciascuno, dunque, può solo prendere su di sé il peso, la croce, di questa conoscenza impossibile e fare di questa impossibilità la materia profonda del proprio conoscere.
Perciò, da parte mia, non mi sento di aggiungere altro a quanto avete detto che queste parole di Ferruccio Masini, che sottoscrivo integralmente:
“Il problema Franz Kafka è una questione sempre aperta.
Forse è necessario che sia così; forse, se K. stesso potesse risponderci ci direbbe che non è tanto necessario trovare una soluzione interpretativa per via di conoscenza, quanto divenire invece noi quella soluzione.
Non si conosce se non a condizione di realizzare in noi ciò che vogliamo conoscere, non si ottiene se non si diviene ciò che si vuole ottenere. Conoscere ha ancora il significato biblico di ‘compenetrazione’. ‘Tu sei il compito. Non un discepolo, né da lontano né da vicino’. ‘Non tutti possiamo vedere la verità, ma ciascuno può esserla’.” (F. Masini, Franz Kafka. La metamorfosi del significato, Torino 2010, p. 33).
Tra le interpretazioni proposte scelgo quella di Calasso: “quella di Davanti alla Legge è invece la tragedia della moderna autocoscienza solipsistica che non sa trovare nella sua erranza scettica altro che motivo di disperazione, di isolamento, di solitudine, in un cosmo in cui ogni parte è ugualmente vicina e distante dal centro, in cui il Centro è ovunque e in nessun luogo, un “circolo di circoli” (Hegel, 1812-16) in cui “ogni cerchio è autosufficiente”, “fondamento e giustificazione a ciò che gli appartiene” (Calasso, 2002).”.
Il senso ultimo della parabola – che è emblema del nostro tempo – è il carattere dissipativo, inutilmente frustrante della ricerca che per una sorta di singulto della hybris ripete ossessivamente i percorsi dell’intelletto fino a scavare un fosso tra noi e gli altri.
L’uomo moderno vuole conoscere inferno e paradiso senza un Virgilio che lo guidi ed è condannato a girare in tondo senza soluzione come in un castello degli specchi. Libero di farlo, ha scelto il suo inferno.