Nel “Simposio” di Platone, a un certo punto, non appena Socrate ha finito di riferire il discorso della sacerdotessa Diotima, che svela finalmente la completa natura di Eros, prima che chiunque altro possa aggiungere qualcosa (e in particolare prima che Aristofane, che già si sta agitando e cerca di prender la parola, possa obiettare alcunchè) si sente un gran rumore provenire dall’esterno e qualcuno picchiare con forza alla porta.
“Se sono amici fateli entrare”, ordina Agatone, festeggiato padrone di casa e alla porta è Alcibiade, accompagnato dai servi.
Alcibiade vuole entrare, ma quando giunge sulla soglia, lì si ferma, vuole essere accolto, sta in attesa, sosta.
Sta lì: nello spazio di mezzo tra il dentro e il fuori. Viene dal fuori e la presenza della soglia, su cui l’azione sta per un attimo sospesa, indica un confine spaziale che sottolinea l’incombere – al di là delle mura chiuse della stanza in cui la scena del discorso d’amore si è sino a quel momento svolta – di un’alterità; nonché lo scoccare di un istante in cui è possibile la decisione di lasciare entrare o cacciare Alcibiade, l’intruso che – agghindato con nastri e incoronato di edera e viola – vuole, dice, entrare per onorare Agatone, il più sapiente e il più bello.
Ma subito dopo questo importante momento di sospensione nella dinamica scenica Alcibiade dentro la situazione quasi di botto ci irrompe. Entra in modo chiassoso, in fondo ospite non invitato entra premendo.
Ma anche se in qualche modo così impone il suo essere incluso tra gli amici convenuti, non viene cacciato e nessuno tra i presenti obietta che egli non sia uno di loro. Ciò che Alcibiade rappresenta dunque è quanto nel convito era stato finora escluso, ma che i convitati sanno bene non essere per niente un estraneo.
Così Agatone lo accoglie, quale amico dei convitati. L’amico che peraltro non è stato invitato, e che anzi è stato inizialmente, e deliberatamente (Agatone non accampa scuse per non averlo chiamato), escluso dal gruppo. Ma che ora c’è e con buona ragione, perchè tutti lo sanno che alla brigata – chiusa nella stanza del simposio e isolata dentro il gioco della leggera ebbrezza e del regolato discorso su amore – manca ancora il confronto con tutto ciò che la situazione ha finora escluso tenendolo fuori dal luogo del dire su eros.
*****
Alcibiade rappresenta dunque una parte di quanto fino ad allora escluso dal convito (la parte rimanente irromperà alla fine portando alla baraonda finale, all’ubriacatura totale e alla fine di ogni discorso); una parte di cui peraltro in fondo si sentiva la mancanza. Alcibiade, l’escluso dal discorso fino ad allora prodotto secondo ragione e bella dizione, si aggiunge ai convitati ed entra nella stanza. Motu proprio, ma accolto seppure non invitato.
*****
Ma chi è Alcibiade, nell’economia del discorso? Che rappresenta? Cos’è Alcibiade?
Alcibiade è completamente ubriaco, ebbro di vino; ma anche, giovane e bello, pieno di forze e di eros. Accolto cinge di nastri Agatone. Ubriaco, sa di esserlo e dichiara di esserlo e di poter perciò apparire ridicolo. Ma dichiara inoltre che, proprio perchè ubriaco magari, egli, Alcibiade, dirà solo verità. Una verità dunque – nell’economia complessiva dei discorsi tenuti sinora tra i convitati – ulteriore e proveniente dal mondo esterno al discorso finora proferito. Una verità inoltre proveniente dal discorso incontinente dell’ebbrezza.
Alcibiade non si accorge dapprima di Socrate. Perciò è senza volerlo che, sedendosi vicino ad Agatone, si interpone in tal modo tra Agatone e Socrate stesso. Lo fa senza volerlo, certo, ma già questo gesto apparentemente casuale fa subito emergere con chiarezza il ruolo di Alcibiade: egli è il terzo, l’altro che si intromette e interpone tra i due. Un terzo tuttavia indispensabile per sbloccare lo stallo a cui la situazione era giunta, riaprendo i giochi e riarticolando tutto il discorso nel suo complesso. Se infatti il dialogo tutto era alla fine confluito in un confronto tra posizioni dialettiche al quale Socrate – sconfitto alla fine pure Agatone, cui il discorso finale decisivo di Socrate è diretto e dedicato – sembra porre il suggello nella sintesi discorsiva alla fine col suo discorso prodotta; l’irruzione di Alcibiade ha la funzione di impedire questa chiusura.
*****
Alcibiade riapre infatti il discorso, attraverso l’introduzione di un nuovo punto d’origine del discorso amoroso. In tal senso in qualche modo si pone pure come il terzo incomodo tra il maestro Socrate e il nuovo potenziale discepolo-amante Agatone.
Certo: appena visto Socrate, Alcibiade – che si è presentato in tutta la sua irruenza; come quasi invasato, ubriaco e pronto a menar le mani, intenzionato a far sì che si ubriachino tutti con lui – dapprima sembra quasi voler fuggire, tanto che si alza di scatto quasi spaventato e pronto ad andarsene. Ma questo suo impulso dura appena un attimo. Poi, subito, invece si ferma e rimane, accettando così anche lui di stare nel gioco e nel rito che i convitati stanno lì celebrando.
Ed è così che anche Alcibiade viene dunque accolto entro il rituale in atto: farà il discorso, per poi passare la parola a chi sta alla sua destra. E a destra c’è Socrate (per cui in qualche modo l’arrivo di Alcibiade implica pure un retrocedere con un passo indietro nella successione dei discorsi, riportandone lo sviluppo al momento antecedente il discorso di Diotima; quasi che così si riconoscesse l’aver sinora omesso di tener conto di un punto di vista, quello da Alcibiade incarnato): Socrate invincibile nei discorsi e impossibile da sconfiggere, neanche magari portandolo a perdersi in una qualche ebbrezza; perchè si sa che Socrate, pur bevendo, non si ubriaca mai.
*****
Ma Alcibiade non si adegua soltanto e semplicemente allo stare nel rito del convito finora, prima del suo intervento, celebrato; tessendo cioè come gli altri a sua volta ora il suo elogio di Eros. Alcibiade introduce invece subito un nuovo inatteso elemento nel gioco, dislocando – con una mossa a sorpresa – immediatamente il tema stesso del suo discorso. Anzichè di Eros direttamente, infatti dichiara che parlerà invece di Socrate e di lui farà quindi l’elogio. Iniziando inoltre subito col dire che Socrate mente sempre; mentre lui, Alcibiade, invece, dirà solo verità, tanto che Socrate è autorizzato a interromperlo in ogni momento qualora in un punto qualsiasi del suo discorso egli Alcibiade dicesse il falso.
*****
Alcibiade inizia dunque a parlare. E pur proclamandosi ubriaco e folle (dice “farò un racconto senza precisione e ordine”) sarà invece lucido e chiaro; ma soprattutto non verrà mai interrotto – nemmeno da Socrate – se non forse alla fine.
Ma se non viene mai interrotto dunque il suo discorso è del tutto vero. Un discorso vero dunque che proviene inoltre da un luogo, come già detto, che non era mai stato davvero ancora presente prima nella stanza e la scena del convito stesso. Perchè infatti il luogo da cui parla Alcibiade è quello – dal quale nessuno dei convenuti prima di Alcibiade aveva parlato – in cui si colloca la posizione dell’amante, del davvero innamorato, che parla col cuore. Ma insieme parla lucidamente, al culmine di una lucidità estrema.
Che d’altronde Alcibiade sia per davvero l’amante lo si evince anche dal presentarsi Alcibiade – fin dal primo momento in cui entra nella stanza del convito – come consapevole di poter essere anche “ridicolo”; nonchè dal corrispondente timore che Socrate dichiara di avere: di essere fatto apparire tale dal discorso che Alcibiade inizia. Entrambi sanno infatti che è l’amore che può rendere, o far apparire, tali.
*****
Il discorso che Alcibiade fa non è però ridicolo per niente, nè fa apparire tale Socrate. Il discorso è invece profondo e vero e narra innanzitutto dell’atopia (la stranezza) di Socrate. Fuoriuscendo così dal puro gioco del concetto, Alcibiade parla per immagini e paragona Socrate al satiro Marsia, che al suo interno è altro che all’esterno; esternamente insolente, internamente divino (laddove il dio è pure follia). Come Marsia, perciò Socrate ammalia e scopre chi ha bisogno degli dei e dell’iniziazione ai riti mistici. Tutto ciò solo coi discorsi, coi socratici discorsi che trattano argomenti importanti e che toccano il cuore; tanto da mettere l’anima in grande tumulto e far pensare non sia possibile vivere ancora come si era vissuti sinora. Socrate così, facendo percepire la vita come vissuta finora come invivibile, spinge chi lo incontra e lo ascolta e lo segue perciò a cercare di andare oltre quanto ha vissuto e di cambiare vita.
Socrate è Sirena che tiene avvinti a sé; ma fa vergognare di sè quando, lontano da lui, ci si comporta diversamente da quel che si è capito essere giusto.
*****
Socrate è dunque chiaramente l’amato e Alcibiade invece è l’amante. Amante che si pensa però non corrisposto tanto da dire, riguardo a Socrate, che “mi farebbe piacere non fosse più tra noi, ma se non ci fosse la mia angoscia sarebbe maggiore. Non so come comportarmi con lui”.
Ma Alcibiade peraltro ormai non è più amante solo accecato. Egli conosce ormai Socrate (“mentre” – dice – “nessuno di voi lo conosce”) e sa che Socrate, al di là di ogni apparenza contraria, è in realtà contraddizione e doppiezza.
Perchè Socrate è (o sembra) innamorato dei belli e ne è sconvolto, sta loro vicino; ma dentro è temperanza e se uno è bello non gli importa in realtà nulla perchè non dà davvero alcun valore a bellezza e ricchezza. Socrate inoltre ironizza e prende in giro e perciò può sembrare dappoco o un burlone; ma dentro si sè ha, o fa credere di avere, immagini divine, meravigliose, bellissime, le quali sono ciò che portano chi se ne avvede a seguirlo.
Alcibiade invece non ha avuto nella relazione con Socrate alcuna doppiezza: è stato sincero. Ha cercato perciò solo di essere amato, adeguandosi ad un modello che lo attraeva ma con cui non riesce a collimare.
Alcibiade invece non ha avuto nella relazione con Socrate alcuna doppiezza: è stato sincero. Ha cercato perciò solo di essere amato, adeguandosi ad un modello che lo attraeva ma con cui non riesce a collimare.
Socrate invece non ha mai ceduto e con Alcibiade vicino si è sempre comportato nel suo solito modo. Sembra così ritrarsi, per poi a poco a poco avvicinarsi, irretendo l’amante nel “morso della vipera” che può comprendere solo chi lo ha provato: un dolore che fa parlare (parlare sinceramente del dolore) chi è morso nell’anima e che può essere compreso solo nel simposio degli iniziati all’esperienza di eros. E Socrate morde, morde coi suoi discorsi filosofici che “afferrano selvaggiamente” il giovane e lo portano a poter fare qualsiasi cosa per la follia e entusiasmo bacchico della filosofia.
*****
Ma la sincerità di Alcibiade diventa infine pure disarmante e estrema, quando abbandona finalmente tutti i sotterfugi e parla direttamente a Socrate del suo desiderio. Al culmine dunque di una iniziazione e di una maturazione; il desiderio si espone nudo, in Alcibiade, per quello che è.
Ma è a questo punto che – racconta Alcibiade – anche Socrate si svela, rivelando non essere l’oro che Alcibiade vorrebbe “scambiare col bronzo” che egli Alcibiade invece è. Ciò accade quando Socrate gli dichiara nell’intimità, di fronte alla dichiarazione d’amore di Alcibiade, di “essere niente”.
Levata quindi la maschera e rivelato il vuoto che (anche) Socrate è, Socrate tuttavia prende però ancora tempo. Sembra quasi dover ancora decidere se cedere all’amante o meno. Perciò dorme sì insieme ad Alcibiade, ma castamente; in un gesto sì di intimità e di riconoscimento di fiducia, ma anche di nuovo sprezzando le grazie del bell’Alcibiade e confermando la sua superiorità nel ruolo di amato, sicuro e pure superbo.
*****
Alcibiade, l’amante, è così paralizzato, in un punto cieco. Svalorizzato ma insieme ammirato egli della natura temperante e virile di Socrate, non può avere l’amato nè allontanarsene nè arrabbiarsi con esso. Schiavo senza via d’uscita, vede l’amato invulnerabile (Socrate più di tutti sa sopportare fatiche, freddo e fame – nonché evidentemente resistere al desiderio sessuale – e peraltro è capace di mangiare e bere a iosa senza conseguenze). Lo vede forte, capace di fissarsi in un pensiero non demordendo nel ragionare finchè non ne viene a capo; coraggioso, con una sempre fredda perfetta consapevolezza della situazione.
*****
Ma a questo punto è Socrate, cioè l’amato non amante, che ci appare ancora più strano. E inquietante.
Nessuno è simile a Socrate – ce lo ha rivelato Alcibiade – ma non solo come nessun amato è peraltro mai simile a nessun altro, perché Socrate ha in più una peculiare stranezza che è incomparabile e suscita perciò meraviglia in sè stessa. Suscita “taumatòs”, il termine greco che sta per “meraviglia”, ma che rimanda pure a stupito senso di angoscia e inquietudine per lo sconosciuto imprevisto.
Socrate è infatti Sileno e satiro, ma se vedi come è dentro trovi discorsi che sono i soli ad avere intima coerenza, i più divini e pieni di immagini di virtù, sulla più grande varietà di cose e su tutto ciò cui deve tendere un uomo eccellente.
Ma Socrate ci ha svelato di essere niente.
*****
E dunque è da un niente – Socrate ci dice- che proviene la verità che da lui viene insegnata. Per cui a ben vedere anche i discorsi coerenti e chiari e razionali di cui Socrate è pieno e che provengono dalla sua stranezza sono però discorsi che ogni ragione comprende e chiunque dunque in fondo potrebbe fare e tenere. Sono discorsi provenienti cioè da nessun punto specifico. Provenienti da un niente.
Socrate ci appare allora un contenitore vuoto, un automa quasi, privo di passione e emozione. Certo, profondo conoscitore – anche per esperienza – di eros e dei suoi giochi e trucchi. Ma ora come svuotato di desiderio e perciò divenuto libero da esso e padrone di sè stesso, puro assoluto oggetto di desiderio altrui. Puro niente, cui l’amante può attribuire perciò tutto quel che egli, l’amante, vuole vedere e cercare. Inquietante oggetto d’amore per chi, pieno di “thauma”, cerca amore, stabilità. E modelli.
*****
Alcibiade tutto questo, che narra, lo ha vissuto. Ma in più lo ha capito. Non lo ha capito forse la parte di Alcibiade diurna e razionale in cui vive l’Alcibiade narcisista, ambizioso e frivolo. Ma nella sua parte più profonda che il lucidissimo Alcibiade ubriaco lascia emergere, irrompendo sulla scena dei discorsi d’amore come il terzo sino a prima assente: l’amante davvero, l’amante carnale.
Perciò nel suo discorso la lode ammirata per Socrate è mescolata al rimprovero, perchè con Alcibiade – come con molti altri – Socrate ha solo simulato i modi dell’amante all’unico scopo di assumere il ruolo dell’amato. Ponendosi però invece come il niente di un contenitore vuoto di affetti, seppur pieno dei discorsi preziosi di cui l’amante ha bisogno; ma che i discorsi da soli lasciano alla fine l’amante da solo e insoddisfatto a – come dice Alcibiade – “soffrire come un fesso”.
*****
Alcibiade a questo punto ha concluso il discorso e solo a questo punto, alla fine del discorso – che tutti hanno ascoltato in assoluto silenzio e senza mai interrompere – l’uditorio si libera infine in una risata generale per la grande franchezza di Alcibiade stesso (che si rivela per di più in realtà sembrare anche ancora innamorato di Socrate). Una risata che è anche liberatoria perchè finalmente è entrato in scena un protagonista che nel convito mancava, l’amante folle e sincero, che inoltre ha svelato il segreto di Socrate.
Socrate, che – senza aver mai prima interrotto il soliloquio di Alcibiade – solo a questo punto interviene. E di nuovo, rivolgendosi ad Alcibiade, lo svia. O magari invece lo indirizza, lo invia. “Non sembri ubriaco” gli dice “perchè in realtà con tutto ciò che hai detto hai solo cercato di nascondere il vero scopo del tuo discorso: inimicarmi Agatone affinché egli ami solo te”.
*****
Socrate indica così ad Alcibiade un nuovo oggetto d’amore, da contendere inoltre al suo vecchio maestro. Da un lato quasi a volerlo tenere inchiodato nel ruolo di amante – dal quale la folle lucidità del suo “elogio” lo aveva fatto forse almeno in parte uscire – indicandogli quindi che mai si può uscire del tutto dall’iniziazione d’amore. Ma peraltro indicandogli un oggetto d’amore diverso dal vecchio maestro e modello che si è svelato essere niente, ossia si è svelato essere amato solo per ciò che esso non è; ma bensì per il ruolo che l’amante gli dà e le virtù che quest’ultimo gli attribuisce costruendo la maschera dietro cui l’amante non può poi più vedere nient’altro. Una maschera dietro cui cioè non c’è niente.
Ma indicandogli come oggetto d’amore reale un Agatone qualsiasi, Socrate si ritrae e lascia spazio. Consentendo però così il balenare dietro la sua maschera di qualcosa di ulteriormente indecifrato.
*****
Agatone tuttavia, sentitosi chiamato in causa, tra i due sceglie Socrate. Se non altro per evitare che, mettendosi – nel caso avesse scelto Alcibiade – Agatone in mezzo tra i due, debba ora egli ripetere – restando entro la regola del convito che implica passare parola alla destra – un’inopportuna nuova lode di Socrate. Così Agatone si sposta scegliendo così la parte di Socrate sostanzialmente innanzitutto per permettere la continuazione del gioco, per non introdurre perturbazione nel gioco regolato d’amore e del parlare d’amore.
Ora comunque perciò tocca così invece a Socrate di nuovo parlare.
*****
Ma a questo punto il gioco bruscamente si interrompe. Irrompono infatti d’improvviso molte altre persone, questa volta senza indugiare alla soglia e portando un grande trambusto.
Senza più regola, tutta l’alterità espulsa per consentire adeguato e iniziatico discorso d’amore in questo modo dilaga, portando confusione nella stanza ove amore, regolato, ha steso il suo incanto. Si beve allora moltissimo vino e il convito finisce, nel crollo infine di tutti nel sonno. All’alba solo Agatone, Aristofane e Socrate discutono ancora, con Socrate che li convince di come siano lo stesso il tragico e il comico (alludendo anche in questo riferimento al comico a qualcosa di amore) finchè anche Agatone e Aristofane non sono vinti dal sonno. E da Socrate che, unico, esce alla fine dalla stanza e se ne va a fare le sue solite cose.
*****
Socrate, vincitore dunque. Ma solo.
Socrate splendente come un sole che si alza al mattino. Ma solo, perchè Alcibiade – l’amante che vorrebbe essere a sua volta amato – ha tessuto la sua trama, ma inutilmente. D’altronde ciò che Alcibiade ama davvero di Socrate è solo la maschera, sono solo i discorsi di Socrate. Ma in questa forma d’amore, Socrate è niente Perciò si concede senza emozioni e impassibile, fino a spingere in fondo Alcibiade a dirigere il suo eros su un Agatone qualsiasi.
*****
Tuttavia anche Alcibiade si merita elogio. Nel suo profondo – lucido ed ebbro – Alcibiade ha amato, ha capito, non ha smesso di amare. Ha intensamente imparato, ha vissuto la sua iniziazione. E in fondo ha capito che se Socrate avesse ceduto, se anche Socrate avesse davvero ceduto ed amato, avrebbe allora scoperto che Socrate è ancora altro, oltre i discorsi di Socrate.
Anche Socrate cioè è, o è stato, uomo. Perciò bisognoso e fragile. E Alcibiade ha capito che questa scoperta è inopportuna se si vuole salvare quel tipo di amore che il discepolo deve al maestro.
*****
Socrate pure lo sa. Perciò si nega nella sua intimità. A costo di apparire – o essere – quasi un automa, privo di carne e di vita; che non sia la forza di una follia nascosta in una strana atopia, in un caos dominato. Ma lasciando tuttavia in questo modo, a questo prezzo, Alcibiade anche capace di ulteriore ricerca.
Eppure Socrate forse dovrebbe – se fosse davvero maestro amorevole – mostrarsi ad Alcibiade davvero, in quel che resta almeno del suo umano abisso interiore Abisso la cui ricchezza risuona nella nostalgia che lo invade nel riferire la sapienza di Diotima (la donna Diotima).
Esponendosi certo, in tal modo, al rischio della disillusione dell’amore di un Alcibiade e cioè al rischio di esporsi lui – anche lui, Socrate – ad essere alla fine così rifiutato da un discepolo deluso.
Ma magari dando invece ad Alcibiade almeno la possibilità di vivere Socrate e il suo abissale mistero.
E non solo di desiderare un bel corpo o di stare seduto accanto a un Agatone qualsiasi.

[...] al rischio, sotto i molti lati che ad esempio il Simposio platonico magistralmente espone (cfr. http://prismi.wordpress.com/2009/12/05/883/). Il rischio del perdere senno, il rischio del ridicolo, il rischio di essere presi [...]