
Capita. Può capitare. Che al risveglio, ridestati, si focalizzi all’improvviso che un qualcosa che ci sfuggiva ora ci è chiaro, che un nodo si è sciolto. Nella mente appare nitidamente presente un nuovo elemento, che entra nella consapevolezza della vita diurna.
Quando si sta in un problema si può anche dire ”Dormici sopra”. E il fatto è che talvolta è proprio vero che, dopo essersi immersi nel nostro mondo notturno, capiti che ne usciamo con le idee più chiare o con l’aver trovata la soluzione. Certo, non sempre. Ma è direi dato fenomenologico questo di una rivelazione improvvisa di qualcosa, al risveglio. Ma da dove ci viene questo nuovo nucleo di senso che talvolta sembra portarci la notte?
Quando accade, ci sembra che, dapprima con fatica, ma poi in tutta la sua incontrovertibile forza, qualcosa di importante venga ad emergere. E che questo qualcosa sia propriamente un’immagine. In un’accezione ampia del concetto di immagine. Ma senz’altro un’immagine.
Un’immagine che ci sembra si configuri, prendendo la sua forma, in un tempo di mezzo. In quel tempo sospeso, che forse non è neppure tempo, in cui, appena usciti dal sonno, si sta, ancora per un po’, tra il sonno e la veglia. In questo inframezzo, che è forse tutto soltanto passaggio. Ponte tra il mondo folle della notte e il mondo diurno che la nostra ragione, ritrovandosi in esso ma più propriamente forse aprendosi con esso, riconosce solido e consueto, nella sua rassicurante forma precisa. Ogni giorno si ripete, ritualizzato, questo incontro col mondo, modulato secondo la trama che descrive la somma di ogni giorno su un altro.
Ma nel tempo-momento del risveglio, o forse meglio in quell’inframezzo che precede il vero e proprio risveglio, la coscienza è immersa soltanto ancora in immagini, e insieme sommersa da esse. Immagini, e relativo loro disporsi e configurarsi, di cui oscura è la provenienza (e perciò magari le pensi provenienti dal sogno, residui, ultime propaggini di esso. Ma in realtà non si sa e potrebbero certo anche provenire da altrove). Ma comunque, da dovunque provengano, in questa fase con questo luogo ci relazioniamo, per cui in qualche modo (anche) questo luogo ci appartiene e soprattutto in qualche modo a tale luogo anche apparteniamo.
Ma di questo luogo non disponiamo. Per cui l’occhio diurno, qui, quando si apre finalmente ridesto, vede vigile e talvolta assai chiaramente quanto emerso, ma rispetto al darsi dell’evento di tale contenuto è del tutto impotente.
Purtuttavia, quando ciò accade, il problema che non vedevamo si staglia ora nella sua nitida forma, oppure, altrimenti, al problema che ci angustiava si presenta all’improvviso chiara la via d’uscita. Oppure: la situazione che ci opprimeva non compresa ed oscura ora si mostra limpida e nuda per quello che è veramente. Oppure ancora: quella persona e i suoi gesti ora ci diventano all’improvviso del tutto chiari.
In questi eventi, sul confine tra mondo notturno e diurno, si scoprono prospettive, si comprendono situazioni. Persino si impongono e prendono decisioni: capisco, di colpo, ciò che devo fare. Un imperativo etico o forma ossessiva che sia, fanno sentire il loro richiamo.
Questi eventi hanno sempre anche certo consistenza emotiva, e il materiale che qui viene a prender forma ha vibrazione e emozione. Ma è pur vero che qui c’entra assai più la componente cognitiva. Quel che in questi istanti si produce è un riconoscimento. Ed è questo riconoscimento che sopratutto si impone, come una verità intravista, che non può più essere negata, nè facilmente scordata. Un riconoscimento che irrompe e si attesta al suo posto, entro un più ampio riconoscimento che si ripete emergendo a ogni risveglio e nel quale ritroviamo la forma consueta del mondo abituale, e gli spazi e i volti e i rapporti da cui si era preso congedo nel momento del sonno.
La mente che si era abbandonata, o era svanita, disarticolata, col risveglio si ricompone e ritrova. Ma prima, per un attimo almeno, le immagini giocano libere in essa. Ed è qui che si impone, talvolta, la nuova rivelazione, che viene ad aggiungersi dentro la storia ogni mattino ripresa e riannodata, ogni mattino ricomposta e ritrovata. Queste immagini rivelano sempre, almeno oscuramente, qualcosa, ma possono appunto anche apportare una improvvisa nuova limpida verità.
Certo, in queste esperienze sono presenti e giocano anche parole, e suoni. Ma anche questi, come tutti gli altri materiali qualitativamente differenti presenti, sono qui anche immagini. Perchè come immagini tra loro si accostano, o si ripetono, sovrappongono, contraggono, espandono. O altro, ma sempre al modo di immagini. I significati cioè, in questa fase di inframezzo tra il sonno e il risveglio, si costituiscono, o disfano, insistono, accentuano, frammentano, condensano, al modo in cui ciò accade nell’immagine.
Su questi fenomeni, su questo tipo di esperienze e di immagini ha scritto e detto cose preziose Bachelard, all’interno dei suoi discorsi su una fenomenologia dell’immaginario poetico. E queste figure danzanti, apparentemente libere, di cui abbiamo esperienza, anche cognitivo-rivelativa, e di cui sto cercando di dire, hanno secondo Bachelard a che fare con la “reverie”, ovvero con lo stato di coscienza che tale parola francese (fondamentalmente intraducibile) è capace di dire. Il termine indica infatti la situazione in cui l’io, dimentico della sua storia contingente, si lascia andare a una libertà simile al sogno, ma in uno stato che è stato di seppur minima veglia, e si abbandona alle immagini. E ai ricordi. Alle immagini dei ricordi e a ricordi di immagini. Per cui “reverie” è forse almeno parzialmente traducibile con parole come “fantasticheria”, “immaginazione fantastica”.
Della reverie, quindi, il dormiveglia che precede il risveglio è una forma. E perciò il dormiveglia può anche essere un modo di conoscenza, come lo è la reverie, stando dentro la quale a volte, ci insegna Bachelard, ”si capisce in un lampo”.
Ma reverie può essere anche stato diurno. Chi più chi meno, ad essa ci si abbandona anche nelle pause del giorno quando ci si lascia andare a una qualche fantasticheria.
E un’altra sua forma eminente si realizza invece alla fine del giorno, quando ci invade la stanchezza e la ragione è reclamata altrove. Ecco che allora prima che il sonno ci perda, nel dormiveglia, è sempre la reverie che, in questa sua ulteriore forma, si sviluppa in immagini sempre più vaghe e sfocate, sempre più folli, e queste si scambiano tra loro e riaggregano confondendo ombre e luci, colori, identità e consistenze, sempre più confuse identità e consistenze. E folli nessi. Ognuno di noi a ogni fine del giorno diventa come Molly nell”Ulisse” di Joyce.
La reverie è quindi stato immaginativo: stato immaginativo passivo. Nel quale però emergono anche immagini nuove, spesso attraverso riconfigurazioni improvvise, che vengono portate alla coscienza, che quindi può accoglierle, o magari sovvrapporle a concetti già ad essa noti o a qualsiasi di altro sia in essa presente.
Ma ciò che la reverie arriva a far vedere, a scoprire, viene peraltro sempre un po’ prima o un po’ dopo di quando la scoperta di quel dato sarebbe stata opportuna, entro la gestione razionale delle nostre a volte assai complicate vicende. La reverie è un modo di conoscenza, come dire, sfasato.
Ma purtuttavia ogni nuova reverie viene anche sempre a rivivificare o riarticolare il senso di tutto ciò che essa viene in qualche modo a toccare. A volte al modo delle libere associazioni, certo. Ma anche in questi casi, e in generale in tutti i modi in cui essa si dà, nel suo gioco pare anche possibile scorgervi una dinamica strutturale, per esempio la struttura del rapporto tra l’intero e le parti descritto in termini generali da Husserl.
E questo rapporto, come altri, è peraltro lo stesso che struttura pure ogni evidenza diurna. Per cui la reverie, che se ne sta sul limite e a stretto contatto con la vita notturna o sotterranea alla coscienza, è pure una via di passaggio, che trasmette messaggi e ha la funzione di Ermes e di Eros. Messaggi che la ragione, se accorta, individua. E, se è saggia, spesso accoglie.
La nostra giornata si snoda così su ritmi che includono emersione e sprofondamento. In questa diastole e sistole si susseguono gli intervalli la cui successione annoda la trama diurna della nostra storia.
In questa storia anche la reverie ci lancia messaggi, ma quanto così appreso è quasi sempre sfasato, fuori tempo. Come una risposta perfetta, ma in irrimediabile ritardo, a un appello (come quando ci fanno domanda la cui appropriatissima risposta ci viene in mente inutilmente troppo tardi). O come la mossa opportuna scoperta a tempo scaduto.
Eppure, una volta riconosciuta la verità che la revierie ci ha donato, la ragione ha comunque una nuova opportunità, nel tentare onestamente l’avvio, seppur fuori tempo magari, di un discorso piano e sincero, almeno con sè stessi, che, se non consente forse il recupero del tempo opportuno (ma chissà mai…), apre comunque a un discorso opportuno.
Se la reverie non ci desse accesso al mondo notturno sul cui limite sta, non sarebbe possibile lo scambio, essenziale e vitale, tra la nostra ragione e una verità racchiusa nei nostri sogni (che sono la nostra follia) e comunque nel mondo di ombre da cui forse veniamo. In questo scambio ci sono la vivificazione e il ricambio di immagini che danno sale e radicamento al nostro vivere diurno. Qui il vero alimento alla ragione, la quale peraltro sola ci salva dal caos (e da noi stessi).
Finchè, naturalmente, la ragione dura.
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