

Il dolore e la sofferenza sono esperienze comuni, precoci, diffuse.
Non c’è nessuno, credo, che non abbia, come dice Gadda, ”cognizione del dolore” e quando si sente dolore, quando si sta male, si capisce che l’esperienza che purtroppo ci investe nella sua sgradevolezza è tuttavia esperienza rivelatrice e fondamentale. Come riconosce Nietzsche, quando scrive in “Aurora” che “la condizione di… uomini tormentati dai loro dolori… non è senza valore per la conoscenza”. Nel senso, secondo Nietzsche, che “colui che soffre fortemente vede dalla sua condizione, con una terribile freddezza, le cose al di fuori : tutte quelle piccole ingannevoli magie in cui di consueto nuotano le cose… sono… per lui dileguate; anzi egli si pone dinanzi a sè stesso privo di orpelli e di colore”.
Ma, anche qualora questo fosse pur vero, quando si sta in una qualsiasi situazione in cui sia presente, nell’esperienza propria vissuta, il dolore - quando dunque, per qualsiasi motivo o in qualsiasi modo, si stia soffrendo – ciò che si desidera è passare oltre, entrare in una esperienza successiva, in cui la sofferenza non ci sia. Quando si prova dolore la volontà non vuole quello che l’evento ci porta, vuole altro. Ciò che si vorrebbe è cioè vivere invece altro, stare altrove.
Ma cionostante il fatto è che il dolore inchioda. Nel momento e per il periodo in cui esso c’è, la volontà è, di fronte ad esso, impotente, anche nel caso essa insieme cominci a muovere azioni per approntare i modi per uscirne. Nessuna volontà contraria può fare nulla affinchè quel dolore non sia nel mentre c’è. Perciò il dolore tiene sempre anche legati a una situazione, dunque, da cui invece si vorrebbe uscire.
Il dolore lega, incatena. Il dolore blocca il nostro fluire, crea una strozzatura. Fissa al presente e sembra chiudere l’apertura al futuro. Perciò quando passa, o lo si fa passare, ci si sente anche come sbloccati, ci si libera, infatti appunto, da esso. Ma finchè ci prende, finchè c’è, non si può non sentirlo, e sentirlo in modo pervasivo, perchè il suo colore (o il suo timbro) avvolge ogni altro elemento copresente nell’esperienza in cui il dolore si dà. Tutta l’esperienza assume allora un volto, e un senso, che dal dolore dipende. Le stesse cose, le stesse di prima che il dolore dilagasse (o le stesse dopo che rifluisce) non sono più le stesse. Spesso retrocedono sullo sfondo, oppure hanno la stessa figura, ma mutano volto.
Perciò ogni dolore ha a sempre a che fare in modo pregnante con tutto il senso complessivo dell’esperienza in cui esso si insinui o proprompa. Nel senso che la sua presenza contribuisce in modo determinante al senso complessivo dell’esperienza vissuta e insieme al senso specifico di ogni elemento, presente in tale ambito di esperienza, dal dolore investito. E nel senso che, essendo esso sempre il rifiutato, indica perciò una direzione verso cui il procedere oltre può andare.
Ma il dolore ha a che fare col senso anche per il fatto che il dolore stesso è diverso a seconda del senso da cui viene investito. Un dolore senza senso è diverso da un dolore che ha scopo o motivo, ed ogni dolore punge diversamente e con diversa intensità a seconda appunto se abbia o non abbia senso e a seconda di quale senso abbia. Parlare del dolore, avvolgerlo nel senso delle parole, è spesso mitigarlo, stemperarlo. Oppure basti pensare alla fatica dell’essere sotto sforzo che può essere piò o meno sopportata e tollerata a seconda del motivo per cui ci si affatica. Solo il senso che dà al suo agire può spiegare, ad esempio, la sopportazione della enorme sofferenza del maratoneta o del ciclista scalatore.
Avendo dunque il dolore a che fare essenzialmente col senso, perciò ogni esperienza che ne sia toccata ne è cioè per ciò stesso invasa. Il dolore, dove giunge, in qualche modo pervade. Anche quando è allocato in un punto. Perchè il punto o la zona da cui viene percepito provenire, e in cui perciò lo localizziamo, è sempre un punto o una zona del corpo, del nostro corpo. Ma, finchè percepiamo il dolore in quella zona specifica (e magari solo in quel punto) il dolore si manifesta peraltro ed è tale solo perchè insieme la mente lo sente (e lo sente nel corpo e in quella zona del corpo). Ma in quanto il dolore è allora quindi sempre tale in quanto in ultima analisi presente alla mente, da quel dolore è la mente nella sua totalità che ne viene investita (anche magari solo infastidita, o invece sommersa, o magari pure potenziata nel farvi fronte ottundendolo). Prepotentemente o impercettibilmente che sia, il dolore comunque sempre si espande nella mente.
In questo senso dolore è sempre dunque dolore della psiche. Perchè è la mente che comunque lo localizza, è la mente che lo riconosce per quel tal dolore. Senza la mente il dolore non è infatti nemmeno riconosciuto in quanto tale. Ma, correlativamente, nessun dolore che appaia invece solo psicologico, non è neanche mai disgiunto da localizzazione o localizzazioni o somatizzazioni, per quanto generiche a volte. Cioè anche se identifichiamo un dolore come dolore fisico oppure come dolore psichico sempre in realtà, a ben guardare, ogni dolore fisico è sempre anche riconosciuto (e interpretato quindi) psichicamente, ogni dolore psichico ha sempre anche manifestazione corporea. Non esiste violazione dolorosa del corpo che non violi anche la mente. Non esiste disagio psichico che non sia somatizzato. E qui forse la differenza sta solo nel fatto che ci pare che di fronte al dolore fisico quando il corpo viene violato si sia più esposti ed inermi, laddove sia possibile invece controllare maggiormente la mente. E magari controllare attraverso la mente il dolore del corpo, fosse pure per approntare mentalmente le modalità per intervenire (magari farmacologicamente) sul corpo.
Il dolore dunque più che un qualcosa che si aggiunge a qualcosa, una proprietà, o una cosa, è un modo di essere. Ed è psico-somatico. Per cui descriverne i modi e le molte possibili sfumature e versioni, è descrivere modalità di esistenza, stili di esperienza totali. Vita vissuta e orizzonti di senso.
Ma il dolore, si diceva, è anche sempre il rifiutato. E se può persino essere (volutamente o inconsciamente) cercato, se ci si può in esso persino crogiolare, se ci può pure essere un sottile piacere nel soffrire, non per questo esso non è il rifiutato. Accoglierlo, volerlo, tentare di accoglierlo, è infatti estremo tentativo di far sì che esso non sia davvero tale, non sia solo dolore, che il suo senso sia altro o anche altro. E chissà che in questo tentativo, a quel che mi consta mai o quasi mai riuscito, non ci sia magari un senso profondo (ma forse ancora troppo profondo per quello che io posso vedere e sentire).
Sta di fatto che noi invece si stia in un tempo, in un mondo sociale, oramai e sempre più profondamente anestetico, anestetizzante. Il dolore è in tutti i modi evitato. Anestesie, stordimenti, ansiolitici, farmaci, tutte le forme del diniego (cioè del voler non vedere il dolore negandone l’esistenza dove invece sembra apparire) possibili, divertimenti, mondi virtuali e televisioni che lo dislocano su un piano ove la sua esibizione a volte spudorata è la più efficace strategia per la sua neutralizzazione. Pratiche di salvezza a basso costo, psicologia di massa per, spesso, impedire e non solo lenire persino anche i lutti o per convincere dell’insopportabilità, persino, di ogni possibile noia, tristezza, o fatica. Persino soffire per amore o preoccuparsi del futuro mi chiedo se non siano spesso considerate appunto patologie. E chi più ne ha più ne metta.
Ma che c’è che eventualmente non va in questo sfuggire in tutti i modi quanto tutti e sempre hanno cercato fuggire?
E’ che in realtà il dolore non cessa di esserci per il fatto che non lo si vede, e nemmeno per il fatto che non lo si sente con chiarezza. Nel senso che non focalizzarlo è non sentire (o non vedere) qualcosa che invece irrimediabilmente siamo, in quanto esseri pensanti, oltrepassanti e persino in quanto esseri gaudenti.
Stando all’ultimo aspetto, come dice Montaigne: “Chi sradicasse la conoscenza del dolore estirperebbe anche la conoscenza del piacere e in fin dei conti annienterebbe l’uomo”. Ogni cosa è quella che è per contrasto col suo contrario e perciò la gioia o il piacere sono quel che sono perchè non sono quel che non sono. Non c’è perciò vera gioia senza il sapere cosa è il dolore che essa oltrepassa e talvolta essa invade. E a maggior ragione non c’è piacere senza dolore, se è vero che il piacere ha a che fare col compimento di un desiderio (in sè pure bisogno e perciò dolore) o con una sensazione che è tale per una intensità che si distingue da altre diverse intensità invece dolorose.
Ma anche in quanto pensanti si ha a che fare col dolore perchè il pensiero ha forse essenzialmente a che fare col dolore, con la sua conoscenza e con il tentativo del suo superamento. C’è infatti un legame ineludibile tra la filosofia e il dolore.
La filosofia nasce infatti anche come tentativo di dare senso (senso vero) al dolore e, così facendo, di renderlo addomesticabile; di renderlo cioè, per mezzo della conoscenza della verità incontrovertibile, prevedibile e perciò affrontabile, evitabile, o accettabile. La verità è infatti cercata o perchè essa stessa è vista come la felicità suprema e definitiva e dunque come ciò che sconfigge invincibilmente il dolore, oppure perchè serve a far vedere e a chiarire in che consista per davvero la felicità da perseguire (ma che sia appunto vera felicità e dunque vera sconfitta del dolore). In un certo senso si può dire che si pensa perchè non si è felici, o non lo si è del tutto, perchè il felice gode invece del suo stato in modo “spensierato” ( e se anche qualora a renderlo felice fosse un pensiero, nel momento di pensare il pensiero felice, non si pensa ad andare oltre, non si pensa in direzione di un uscire in un ulteriore rassicurazione veritativa).
Ma il pensiero ha a che fare col dolore anche perchè contribuisce a dare al dolore un senso, configurandolo come la forma specifica di dolore secondo il senso atrribuitogli che ha. E il pensiero filosofico ha infine ulteriormente a che fare col dolore perchè cerca la definzione del concetto di cosa sia “dolore”, si chiede cosa il dolore sia e si affatica attorno a questo compito, prendendo il dolore come oggetto del suo cercare, e affaticandosi (dolorosamente quindi) in questo lavorio.
La ragione è quindi certamente anche strumento escogitato per fronteggiare adeguatamente la relazione della mente col dolore, per fronteggiare la possibilità che il dolore irrompa. Ma forse la ragione ha a che fare anche più profondamente col dolore, perchè il dolore è anche il pungolo e il fondo energetico necessario per ragionare e agire, producendo intensità logica ed etica (al riguardo per esempio, citando un personaggio televisivo “di culto”, da questo lato molto interessante, dottor House non sarebbe più quel che è, non avrebbe più la tensione etica, molto particolare, e logica, molto particolare, che lo caratterizzano senza la presenza, magari poco evidenziata tra le caratteristiche che definiscono il personaggio, costante del dolore, fisico ma non solo, che lo invade e contro cui combatte).
Eppure, se quanto sopra è vero o è anche solo parzialmente vero, bisogna riconoscere che la filosofia, di per sè, benchè lo voglia fare, come credo almeno in parte sia, non elimina di per sè (magari con un rivelare una verità con una frase ben detta, quasi fosse un tocco di bacchetta magica) il dolore.
Ma forse è solo che il dolore, anche il dolore, per essere oltrepassato, deve prima essere passato (nel senso di essere attraversato e insieme di essere uscito dal presente).
Per cui, chissà, che non dicano l’essenza della cosa parole come quelle del poeta libanese Kahlil Gibran, per il quale
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“piu a fondo vi scava il dolore, piu gioia potete contenere…
Essi giungono insieme e quando una siede con voi alla vostra mensa, l’altro è disteso sopra il vostro letto.
Voi siete come bilance sospese tra il dolore e la gioia. “
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“Il dolore è lo spezzarsi del guscio che racchiude la vostra conoscenza.
Come il nocciolo del frutto deve spezzarsi affinché il suo cuore possa esporsi al sole, così voi dovete conoscere il dolore.
E se riusciste a custodire in cuore la meraviglia per i prodigi quotidiani della vita, il dolore non vi meraviglierebbe meno della gioia;
Accogliereste le stagioni del vostro cuore come avreste sempre accolto le stagioni che passano sui campi.
E veglieresti sereni durante gli inverni del vostro dolore.
Gran parte del vostro dolore è scelto da voi stessi.
È la pozione amara con la quale il medico che è in voi guarisce il vostro male.
Quindi confidate in lui e bevete il suo rimedio in serenità e in silenzio.
Poiché la sua mano, benché pesante e rude, è retta dalla tenera mano dell’Invisibile