Che dire oggi di queste tesi di Adorno sulla musica? Sono invecchiate? Cantare canzoni può cambiare il mondo? O è solo un altro modo per lasciare tutto com’è e per ingrassare solo l’industria dell’intrattenimento a buon prezzo?
La popular music (il “pop”) è ormai inevitabilmente imprigionata entro la gabbia d’acciaio della forma-merce (aspetto oggettivo) e del mero consumo solipsistico (aspetto soggettivo e intersoggettivo)?
Dalla generazione della protesta contro la guerra nel Vietnam alla solitudine odierna dell’ipod, il video di Adorno come proposta per confrontarsi.
Ma non smetteremo di ascoltare i Beatles per questo, vero?
Nel famoso incipit del “Capitale”, che riprende peraltro l’inizio di “Per la critica dell’economia politica”, Marx afferma che la ricchezza, nel mondo dove prevale il modo di produzione capitalistico, è costituita da una “immane distesa di merci”.
Nel nostro mondo quindi, poichè il nostro è mondo capitalistico, la forma-merce è la forma prevalente tra tutte le forme possibili che le cose, in quanto valori, possono assumere. Tutto in qualche senso è quindi potenzialmente merce. Anche l’arte. Anche la musica. E a maggior ragione anche il “pop”, e le canzoni, comprese quelle d’autore e quelle di protesta.
La tesi di Adorno mi sembra collocabile entro il quadro di questa interpretazione teorica del mondo sociale contemporaneo, seppure certo in modo del tutto originale e con la specificazione ulteriore che il mondo della merce è anche mondo del consumo, dell’industria culturale e dell’industria del divertimento. Ogni forma di protesta dunque, anche ogni forma di protesta, in questo contesto viene perciò, come tutto, secondo Adorno inevitabilmente avvolta dalla forma dominante della cosa. Investita dall’equivalente generale, ogni espressione, e ogni oggetto in qualche modo prodotto in questo contesto, a prescindere dal suo contenuto specifico, è anche sempre e soprattutto modo del ribadire la forma dominante di potere. Per il solo fatto di entrare nell’ambito della mercificazione quale elemento del gioco dominante, ogni espressione di dissenso o di discorso alternativo, viene quindi sempre anch’esso inglobato nel sistema e reso ad esso funzionale. Anzi, ciò in un certo senso vale tanto più quanto più il contenuto specifico veicolato sembra essere lontano da o estraneo alla logica dominante.
Questo, mi pare, il quadro teorico fondamentale presupposto della tesi di Adorno. Ma Adorno allude anche a un’altra questione : la questione relativa al signficato del fare arte relativamente a realtà che in verità in sè sono dolore o orrore. Perchè esprimere in bella, gradevole, divertente forma artistica l’orrore, fosse pure con l’intento di denunciarlo o contrastarlo, in realtà è comunque edulcorare l’orrore. Trasformandolo in oggetto divertente, piacevole, consumabile, come minimo lo si banalizza e falsifica.
Due sono quindi in realtà le questioni che le tesi di Adorno pongono: la questione relativa alla possibilità di proporre reali alternative politiche o culturali entro il sistema delle merci e quella relativa alla liceità di fare arte, nello specifico canzone di protesta, con materiale che di per sè è reale dolore o orrore.
Circa la seconda questione, io credo sia estremamente seria e delicata. Però credo anche che l’arte in quanto tale debba avere autonomia anche dall’etica, e dalla politica, perchè è in sè altro compito: quello di rivelare mondi. Se quindi prende come materiale o contenuto l’orrore può svolgere funzione catartica, ma non necessariamente nel senso consolatorio di rendere fruibile e accettabile l’inaccettabile o di sminuirne la specificità concreta ponendolo sul piano di per sè neutro della rappresentazione. Bensì catartica nel senso di rendere profonda l’esperienza della realtà rappresentata, rivelando delle cose, comprese quelle orribili, un volto inaudito che rimanda a un “qualcosa” cui l’arte allude, indicando un oltrepassamento. Perchè anche l’orrore viene comunque oltrepassato. Senza dimenticare il valore “terapeutico” che esprimere il dolore in forma artistica ha per chi riesce a farlo. “Se questo è un uomo” di Primo Levi è uno dei libri più ben scritti della letteratura italiana, ed è libro che andava scritto, in tutta la sua anche bellezza artistica, fosse anche solo per consentire a Levi, finchè ci è riuscito, di vivere, dopo Auschwitz, una vita degna.
La prima tesi può invece a prima vista apparire sostanzialmente provocatoria (e sotto certi aspetti anche un po’ snob), ma a me pare invece che Adorno, con essa, ponga anche qui una questione importante e colga un nervo scoperto se in qualche modo cerchiamo, nel mondo reale in cui stiamo, di proporre e vivere dimensioni diverse da quelle dominanti, alternative al pervadere dell’ efficientismo tecnico e della forma-merce. Perchè in effetti, se così vogliamo anche tentare di stare nel mondo (e in quanto e per quel tanto che ci poniamo nel mondo anche in “modo filosofico” quindi) in effetti dobbiamo riconoscere che allora stiamo entro una situazione che, di per sè, sotto molti lati è una situazione contraddittoria.
Mi pare di capire che per Adorno stare in questa contraddizione significhi in realtà essere sempre inglobati alla fin fine nella forma merce cui ci si vorrebbe opporre. E in questo senso questa è anche la contraddizione nella quale dunque sta chiunque si ponga come artista critico verso il mercato e la società ad esso connessa. O come artista che propone nella sua opera valori, anche solo estetici, diversi da quelli dominanti le pratiche sociali prevalenti. Perchè per far anche solo sentire la sua voce deve operare su un mercato, entro un mercato che però lo ingloba disinnescandone ogni effettivo potenziale critico.
Ma questa tipologia di contraddizione si ripropone, e mi si ripropone, in realtà anche in moltissime altre situazioni e forme.
Tra le tante possibili situazioni, ce ne sono almeno due che, per motivi che attengono le mie vicende anche banalmente biografiche, mi hanno portato a qualche riflessione. Situazioni che, sotto molti lati, possono essere viste come esemplificazioni, seppur diverse e di importanza magari diversa, di uno stesso problema generale che è quello su cui Adorno porta l’attenzione.
Sono perlomeno due esempi dunque, e il primo è relativo al fatto, mio personale, di vivere e lavorare nel mondo della scuola. Ora: io sono convinto che l’insegnante, e in particolare modo se è insegnante di filosofia, fa incontrare agli studenti nella scuola i contenuti, i temi, le modalità peculiari dell’atteggiamento filosofico, che implica anche sviluppo del senso critico e dells capacità di problematizzare tutto. Di questo li porta a fare esperienza e fa dunque, bene o male, in qualche modo anche vera e propria esperienza di filosofia in classe e con la classe. E fare filosofia non è certo riducibile a uno scambio secondo la struttura della forma-merce, e men che meno alle richieste efficientistiche che prevalgono nella società. Tuttavia la scuola è un’istituzione sociale, un apparato anche burocratico, all’interno del quale l’insegnante è pure un pubblico funzionario, con poteri valutativi e decisionali che si esprimono secondo procedure che alla fine portano al rilascio di attestati che hanno valore legale e dunque partecipano a pieno titolo alla forma di merce (il diploma infatti è “spendibile” nella vita sociale esterna alla scuola). Inoltre, in termini più generali, nella scuola si fa anche educazione e cultura e quindi si opera secondo parametri valoriali, che però sono spesso diversi in gran parte dai parametri prevalenti nella dimensione economico-tecnica. La scuola quindi di per sé è o può essere un mondo giocato su dinamiche diverse o alternative a quelle sociali prevalenti. Ma insieme è un’istituzione, con funzioni di socializzazione e normalizzazione sociale, e finalizzata all’inserimento nel mondo reale esterno ad essa. E questo secondo lato è peraltro quelle che le attuali politiche scolastiche stanno evidentemente valorizzando e richiedendo sempre più esplicitamente essere l’obiettivo principale se non unico del lavoro quotidiano dei docenti.
Chi agisce nella scuola sta in questa contraddizione e la vive, se ha un minimo di sensibilità, giorno per giorno sulla propria pelle. Ma sa anche che per essere nella scuola deve assumersi il carico di entrambi i lati in cui essa contraddizione consiste. Se infatti ci si oppone semplicemente “al sistema” ciò che si produce è sostanzialmente inefficace e ininfluente, ma spesso poi diventa controproducente anche dal punto di vista educativo e culturale (perchè magari contribuisce allo scadimento del livello degli studi, cioè alla dequalificazione della scuola pubblica, che è uno dei modi con cui se ne neutralizza il potenziale critico)
Il secondo esempio è, almeno apparentemente, forse meno rilevante o importante (meno “nobile”). Ma data l’importanza che ha nel nostro mondo la televisione e quanto in essa accade, soprattutto per il fatto che essa è a pieno titolo agenzia educativa, magari può essere invece interessante pensarci. Mi riferisco al “fenomeno Morgan” (e, pro domo mea, ricordo l’importanza dell’analisi, ben più ricca e profonda della mia peraltro, di Eco sulla “fenomenologia di Mike Bongiorno”). Morgan è un cantante, di livello e di ottima e ampia cultura generale e musicale, ed è uomo di spettacolo, ma è anche ormai (con il suo ruolo in “X Factor”) personaggio televisivo. Ha una indubbia originalità e si presenta in modo decisamente diverso da chiunque altro. Gioca esplicitamente, in modo abile e camaleontico, innanzitutto con la sua immagine esteriore, curandola nei particolari e variandola con abilità, citando e contaminando differenti “estetiche” (adeguandosi dunque anche, in certo senso, al prevalere dell’apparire e dell’apparenza tipico della televisione), ma ha un indubbio spessore culturale e artistico, senz’altro superiore a quanto di solito “passa il convento” televisivo. Morgan ha influenza sui giovani e la usa, narcisticamente, ma anche per far passare in televisione molto di quello che di valido e buono si è prodotto nel campo della musica “pop”. Dichiara che il suo scopo principale è riuscire a proporre la diffusione della buona musica e, secondo me, in fondo ci riesce pure. Rivendica il valore dell’arte contro l’imperversare del “dio denaro” (anche se suppongo sia peraltro profumatamante pagato). Morgan si presenta “contro” pur stando del tutto “dentro” il sistema. La cosa interessante è che di questa sua dimensione mi sembra sia del tutto consapevole, e che il personaggio abbia non solo e non tanto, come ha, un suo spessore, quanto anche una sua sincerità. Questa impressione l’ho avuto anche leggendo il libro-intervista intitolato “In (p)arte Morgan”nel quale Marco Castoldi (in arte Morgan) dichiara di essere un adattato nel sistema, ma insieme proclama anche il suo proposito di fare in televisione “etica e politica”, nonchè promozione della bella musica d’autore (dichiarando tra l’altro, con interessante consapevolezza l’impossibilità di fare arte in televisione, perchè il media non la consente richiedendo l’arte tempi lunghi per la fruizione). Ha poi ben chiaro, dice, che la televisione è potentissima “forma di dominio simbolico” capace di imporre i gusti a masse plagiabili. Può essere televisione vuota e reimpita da “tette e culi”, “livellando al basso, non perchè anche il più stupido possa capire, ma perchè anche la persona intelligente si possa rincoglionire. E se la gente non pensa più, si può attuare il progetto del controllo totale”. Lui vuole, dice, realizzare l’altra possibilità che la televsione ha, che sarebbe “cercare di elevare il livello della comprensione” partendo da un linguaggio divulgativo (e col rischio di essere costantemente fraintesi da chi guarda solo l’immagine esteriore, su cui peraltro Morgan punta molto, dei personaggi televisivi). Nel caso di Morgan elevare il livello della comprensione consisterebbe ne far passare musica, e parlarne (e in effetti il personaggio ne parla con passione e competenza, e nemmeno si adatta alla richiesta televisiva di discorso breve, chè anzi sviluppa i suoi discorsi in modo anche logorroico). Ma Morgan ha chiaro inoltre un punto decisivo: il vero scopo e oggetto proposto dalla televisione, ciò cui tutto ruota intorno, è in realtà il marketing, la pubblicità. Il “momento della pubblicità” che (io noto) peraltro nemmeno Morgan, che sembra a volte contestare sempre questo o quello, mette mai in discusione.
Nel suo piccolo insomma, se piccolo è, ma è un piccolo che ha peso e importanza culturale e sociale, anche qui c’è stare in una contraddizione (anche consapevole credo, e sono curioso di vedere come si svilupperà il “personaggio”).
Ora: anche questo ultimo esempio mi porta a pensare forse in modo diverso da come la pensa Adorno (che tra l’altro ha detto quanto detto in televisione), ossia credo che non sia male che il mezzo vada usato, e forzato. Anche Pasolini in tivù ci andava, quando lo chiamavano, e diceva le cose che diceva (seppure tenendo conto, e dicendolo che ne teneva conto come parte del suo ruolo anche pedagogico, del pubblico cui si rivolgeva, autocensurandosi magari anche quindi). E credo che ci manchi un Pasolini (e non credo lo sarà Morgan) qualche volta in televisione
Insomma: la contraddizione che evidenzia Adorno, forse, si declina in molti, diversi, modi. Ma allora, se è davvero così pervasiva e magari onnipervasiva, come se ne esce? O forse non se ne può uscire come magari pensa Adorno (ma davvero è solo questo che pensa?)?
Io non so bene, ma credo che essere elemento di contraddizione, ponendosi, nella contraddizione, in contraddizione all’errore (e all’orrore) sia meglio che non lasciare semplicemente essere l’omologazione. Che ci sia stata anche Joan Baez è stato meglio che non ci fosse stato solo il Vietnam. Che nella scuola si faccia anche qualcosa che ha a che fare con la pura esperienza culturale e filosofica è meglio che no. Che ci sia Morgan in televisione piuttosto che un altro è meglio.
Quindi certo che ascolterò ancora i Beatles (anche se io magari di più i Rolling Stones. O i Doors). Ma pure ascolterò De Andrè e tutti i miei “poeti in musica”, che restano poeti e artisti anche vendendo dischi. (Nonostante Adorno, quindi?)
Perchè anche dentro il mondo dominato dalla forma-merce, anche dentro le istituzioni, anche dentro l’omologante contenitore televisivo (o in qualsiasi altro ambito in cui si stia in una contraddizione sociale) risuona (ancora), producendo per l’appunto la contraddizione, il richiamo (citando nuovamente Marx, ma poi anche il titolo di un romanzo di Pasolini) del “sogno di una cosa”, cui poesia, musica, arte, filosofia (e altro, tra cui molte nostre esperienze profonde e emozioni vissute), ognuna a loro modo, rimandano, quale senso profondo del loro cercare.