
“Inconsciamente l’ho sempre saputo”. Oppure:”L’ho fatto inconsciamente”. O :”Inconsciamente era quello che volevo”…. Quante volte ci capita di dire o pensare frasi come queste! Quante volte, parlando o pensando, facciamo riferimento all’inconscio!
Inconscio. Inconsciamente. Un termine, un avverbio, entrambi di uso comune ormai. Spesso infatti nel linguaggio comune facciamo appunto riferimento in qualche modo alla dimensione che ormai tutti chiamiamo “l’inconscio”, dando inoltre per assodato che ci intendiamo su ciò cui ci riferiamo quando usiamo questo termine.
Eppure, anche ad una superficiale considerazione della cosa, balza agli occhi come questo uso linguistico sia ben strano. Ci diciamo infatti consapevoli, ammettendo che ci sia un inconscio, di essere, almeno in parte oppure anche in gran parte, inconsapevoli. Ma appunto questo dirci inconsapevoli è detto con la consapevolezza di esserlo, ma soprattutto questo dirne sta tutto dentro l’ambito della consapevolezza. A ben pensarci è un dire di essere consapevoli circa cosa che, per come la definiamo, è inconsapevolezza, e inconsapevolezza che noi stessi, i coscienti di essa, siamo. Diciamo di essere consci circa un luogo che per definizione è altrove rispetto la luce della coscienza, la quale però, investendolo, in qualche modo lo include in essa. Nominando l’inconscio, pensandolo, esso diventa noto, entra a esser parte della luce della coscienza. E come fa quindi ad essere ancora il non-conscio cui ci riferiamo? Tutto ciò è, appunto, assai strano.
Da dove ci viene, mi chiedo allora, l’istanza a parlare in questo modo e di questa cosa che è l’inconscio, come se la sua esistenza, il che non è, fosse evidente come un fatto? E in realtà, a una prima riflessione, per porre la necessità di un inconscio potrebbe forse essere sufficiente la constatazione che se ricordassimo tutto e fossimo consapevoli di tutto quanto esperiamo o abbiamo esperito avremmo la mente talmente ingombra da restare paralizzati e oppressi dal troppo che in essa vi sarebbe. L’oblio e la non consapevolezza di tutto quanto sta nelle nostre esperienze, anche solo percettive, cioè, ovvero l’esistenza di cose non sapute o non più sapute, è necessario. Alla vita, al pensiero, all’azione.
Ma, andando a dire le cose con maggiore precisione, il termine, come noi lo usiamo, non è ricavato dalla considerazione di cui sopra perchè il termine è inteso nel senso che riteniamo esso abbia in Freud. Inconscio, per noi, è termine freudiano. E’ cioè nell’accezione con cui è introdotto in psicanalisi che noi tendiamo a riferirci ad esso (anche se la parola, se non ricordo male, è in lingua tedesca introdotta da Goethe ed ha una sua interessante storia “pre-freudiana, si pensi al suo uso importante nelle filosofie di Schelling, o Schopenhauer). Il termine ha cioè una complessità e stratificazione semantica notevole, e il concetto cui allude ha probabilmente anche grandiose anticipazioni (perchè non a partire da Eraclito?), ma sta di fatto che però è al concetto freudiano che noi ci riferiamo quando parliamo, con noncuranza magari e convinti di stare dicendo su qualcosa di pacifico e assodato, dell’inconscio. Pensiamo infatti che nel nostro parlar comune si abbia chiaro cosa Freud intenda per inconscio. Ma è poi così?
Ora: se vado a leggere i testi freudiani, mi accorgo invece che l’inconscio di cui parla il razionalissimo Freud è qualcosa di ancor più strano e perchè no intrigante di quanto non sia di esso passato nella “vulgata” e che in realtà è qualcosa che ha una originalità e una profondità assai maggiore di quanto non appaia a prima vista (o almeno questo è quanto mi è venuto da pensare nel rileggere , in primis, il saggio che appunto si intitola “L’inconscio”).
Ma che dice dunque esattamente Freud sull’inconscio?
Intanto ci dice che il suo discorso in merito è discorso che emerge da una ricerca che certo propone speculazione teorica, ma a partire da esperienze su un ambito in fondo particolare e circoscritto. Ci dice cioè di dover pensare all’esistenza di un inconscio e di doverlo porre come ipotesi necessaria, in quanto ipotesi indispensabile per spiegare cose che accadono innanzitutto dentro la coscienza e si evidenziano soprattutto nell’esperienza clinica. In questo senso è un’ipotesi introdotta per colmare lacune nelle spiegazioni, in fondo causali, di evidenze cliniche, e cioè di fatti che è alla coscienza che emergono e si mostrano. Lo afferma inoltre poi ipotesi, oltre che necessaria, anche attendibile perchè fatti di esperienza clinica vengono a poter essere visti, intepretati, quali prove, a posteriori, della sua esistenza, forza e struttura, in quanto è nella coscienza che si mostrano i sintomi che sono segni e tracce di esso.
Il concetto di inconscio ha dunque una relazione necessaria con la coscienza, senza la quale non può essere nè tematizzato nè configurato. D’altro lato, correlativamente, anche la coscienza lo richiede a sua volta per definirsi nella sua figura e nei suoi limiti. Ma, a un livello di articolazione più profonda della relazione, la coscienza inoltre, attraverso la terapia, erode spazio all’inconscio perchè, investendolo e portandone parti alla rammemorazione, lo rende cosciente, sia nel senso che ne svela contenuti sia nel senso che, appunto, se attraverso la terapia la coscienza amplia il suo spazio di controllo a spese dell’inconscio, lo” civilizza” (in modo analogo, dice Freud, a come gli olandesi hanno conquistato terra al mare). Ma insieme ha bisogno del serbatoio, energetico e pure simbolico, in cui esso consiste per potersi creare uno spazio.
Dell’inconscio quindi, comunque, si può perciò parlare solo a livello consapevole, cioè il suo apparire, in quanto il concetto che è, è all’interno del piano d’essere della coscienza. Può quindi essere posto solo su un piano che ne è la negazione. In qualche modo dunque è negato, negato nel suo essere appunto inconscio, nell’atto stesso in cui appare posto come reale.
Ma la negazione lo investe anche in altro senso, nel senso per il quale, nel momento in cui si va a individuarne i tratti caratterizzanti, essi sono poi definiti solo per differenza rispetto alla coscienza, per cui l’inconscio prende figura soprattutto nel venire dalla coscienza definito per cosa non è. E’ dunque definito per negazione di tratti che invece la coscienza attribuisce a sè stessa, ed è così definito nell’ambito della coscienza secondo le logiche con cui essa coscienza opera, laddove la mossa logica della negazione è appunto procedura che caratteriza l’ambito cosciente.
In questo senso posso pensare l’inconscio come caratterizzato da un costitutivo non essere. Ma, d’altro lato, se dirlo nella coscienza è negarlo, d’altronde, come vale per ogni negazione rispetto al positivo che essa nega, tale negazione che su esso opera la coscienza lo deve presupporre. Il suo non essere (non essere coi tratti propri della coscienza) quindi si manifesta, ed è tale manifestazione, di qualcosa dunque che precede la manifestazione, che è colta nella coscienza (seppure, come nel sogno e nel sintomo, indirettamente).
Il rapporto tra coscienza e inconscio è complesso dunque. E ineludibile. Ma secondo un ben preciso tipo, e determinatamente articolato, di relazione. L’inconscio, come sosteneva Italo Valent, rispetto alla coscienza è pre-supposto, sup-posto, op-posto, dis-posto; com-posto infine con essa.
Ma allora tutto questo vuol dire che, indirettamente, per mezzo della relazione che con esso la coscienza pone di avere (per cui devo pensarlo esistente e con una certa precisa struttura perchè devo intepretare certi fatti come suoi effetti) l’inconscio può rivelare i suoi tratti.
E se il tratto che più lo caratterizza è il suo essere invisibile per troppa oscurità, Freud individua però pure altre sue specifiche caratteristiche, e tali da costituirlo innanzitutto come un sistema. Un sistema definito forse più da una sua logica, che da una sua forma. E tale logica, secondo lo psicanalista freudiano Matte Blanco, è la logica delle relazioni simmetriche (quelle per cui se A è in certa relazione con B, B sta nella stessa relazione con A – come nel caso della relazione tra fratelli ad esempio). Nell’inconscio tutte le altre tipologie di relazione sono ricondotte a questa logica e ciò rende gli elementi di ogni possibile relazione che si strutturi in esso come funzionalmente indistinguibili, pur mantenendo ogni elemento la sua individuazione.
E’ su questa base che Freud definisce l’inconscio come sistema caratterizzato da quattro tratti salienti:
1) nell’inconscio non vi è contraddizione, per cui esso è al di là del principio di non contraddizione. Come dice espressamente Freud:” i moti pulsionali esistono gli uni accanto agli altri senza influenzarsi e non si pongono in contraddizione reciproca”. Non c’è dunque contraddizione per il motivo che gli elementi coesistono senza porsi in relazione oppositiva tra loro. Come dire, sono solo posti, ma non ob-posti gli uni agli altri.
2) Sempre citando Freud:”l’intensità degli investimenti è assai più mobile che nel sistema conscio, attraverso spostamento e condensazione”. Sono cioè possibili passaggi energetici da un elemento ad un altro, a prescindere dalla determinazione specifica dei vari elementi, e a volte tali energie possono anche fondersi, come sommandosi, nella condensazione.
3) I processi dell’inconscio sono atemporali, cioè “non sono ordinati temporalmente, non sono alterati dal trascorrere del tempo”. D’altronde, se nell’inconscio le relazioni sono solo simmetriche, allora nessun A e nessun B sono più situabili nella serie irreversibile del tempo. Nel sistema inconscio c’è atemporalità in quanto c’è sostanzialmente sempre simultaneità, e perciò coesistenza dei contrari.
4) Infine nell’inconscio “non esiste la negazione”, cioè in esso tutto è posto e nulla è negato o nega altro. E’ perciò che se, ad esempio, nella coscienza si nega qualcosa, nell’inconscio quanto negato a livello consapevole è invece ben presente ma affermato. E’ è per questo che per l’inconscio la parte è il tutto e il tutto è la parte, e che in esso allora nemmeno l’essere nega il nulla, nè il nulla nega l’essere. Per cui per l’inconscio ogni assenza può essere vissuta come nullificazione non potendo il nulla essere negato dall’essere, ma insieme ogni ente può essere posto come eterno poichè qui nemmeno il nulla nega in alcun modo l’essere.
Quest’ultimo aspetto dell’assenza della negazione nell’inconscio è particolarmente rilevante e interessante, perchè ci sarebbe molto da riflettere suul fatto che dunque è solo nella coscienza che si dà la negazione. E dunque si dà la contraddizione, e la negazione della contraddizione.
Questa è dunque la figura che Freud vede emergere come la strana cosa che dunque è l’inconscio. Ed è a causa di questa forma che dunque Freud riterrà e affermerà che i processi inconsci “non tengono in considerazione la realtà”. L’inconscio è dunque per lui una realtà mentale, con logiche estranee a quelle del reale.
Ma se invece l’inconscio fosse qualcosa come una realtà più profonda?
Guardare ad esso potrebbe essere stare su una specie di margine, volti verso una specie di indeterminata apertura delle possibilità, aperti al possibile pur rimanendo, sul bordo tra conscio e inconscio, in una ben determinata forma propria. Esso potrebbe essere visto anche come, in senso generale, il non-saputo e il non visto cui rimanda una qualsiasi anche semplice fenomenologia del dato. Il dato infatti, come appare appunto all’analisi fenomenologica, se è immediatamente tutto dato, non è però immediatamente completamente noto e la sua analisi appare un’infinita apertura a una infinita esplorazione di un originario non-conscio. Esso potrebbe essere magari visto come ciò cui già Eraclito accenna, quando indica il Logos come il non saputo dallo sguardo dei più, i dormienti chiusi nel loro sogno separato, sognanti che stanno nel loro mondo isolato, e invita invece a volgersi verso l’esplorazione dell’anima, i cui confini si perdono nell’infinito.
Ma perchè sia possibile pensare l’inconscio anche in questi modi, bisogna ampliare l’oggetto del’l'intuizione freudiana, andare oltre Freud, perchè in fondo l’inconscio freudiano è sempre visto collocato in qualche modo nel passato: è un non-più conscio, o il non-conscio prima dell’emergere conscio. E’ il rimosso o il dimenticato, o la struttura energetica originaria che non viene alla luce.
Perciò va forse sviluppata insieme anche l’indicazione di Bloch, marxista eteordosso, quando propone di valorizzare il sogno ad occhi aperti, e di volgere lo sguardo e mantenere apertura verso un inconscio non-ancora, spazio della speranza di un futuro vagheggiato. D’altronde anche Freud pensa che ci sia “un inconscio non rimosso”, cioè un inconscio che non sia solo serbatorio delle rimozioni, e esplicitamene invita (nel saggio “L’inconscio” appunto) i filosofi a dedicarsi a far venire a galla questo livello dell’essere. E’ su questo livello che può esservi quanto Bloch intende valorizzare: l’ atttesa, l’anticipazione, l’utopia. Il nuovo.
Anche questo inconscio potrebbe inoltre essere pensato come l’inconscio va pensato: atemporale, al di là di negazione e contraddizione per la simultaneità in esso dei possibili, di tutti i possibili, di quelli che si manifesteranno e quelli no. E si potrebbe pensare una struttura secondo cui inconscio è nel mondo fuori, e tale inconscio è quanto viene incontro, e inconscio è insieme in me, ed è quanto nel mondo posso dare (e chissà che anche nel gioco tra questi poli non possano essere pensate condensazioni e spostamenti).
Forse a queste considerazioni possono anche essere accostate le conclusioni dei “Minima Moralia” di Adorno, che spero non citati qui a sproposito, o del tutto a sproposito:
“La filosofia, quale solo potrebbe giustificarsi al cospetto della disperazione, è il tentativo di considerare tutte le cose come si presenterebbero dal punto di vista della redenzione…. Si tratta di stabilire prospettive in cui il mondo si dissesti, si estranei, riveli le sue fratture e le sue crepe, come apparirà un giorno, deformato e manchevole, nella luce messianica. Ottenere queste prospettive … dal semplice contatto con gli oggetti … è la cosa piú semplice di tutte … perché la perfetta negatività, non appena fissata in volto, si converte nella cifra del suo opposto. Ma è anche l’assolutamente impossibile, perché presuppone un punto di vista sottratto, sia pure di un soffio, al cerchio magico dell’esistenza, mentre ogni possibile conoscenza, …è colpita dalla stessa deformazione e manchevolezza a cui si propone di sfuggire. Il pensiero …. anche la propria impossibilità… deve comprendere per amore della possibilità. Ma rispetto all’esigenza che cosí gli si pone, la stessa questione della realtà o irrealtà della redenzione diventa pressoché indifferente” (“Minima Moralia” 153).