

“Su ciò di cui non si può parlare, si deve tacere”.
Così Wittgenstein al termine, quale suggello, del Tractatus. Non resta che tacere, dunque non resta che il silenzio, dopo l’aver detto quello che si poteva e si doveva dire circa il vero (perchè, finito il Tractatus, il buon Ludwig credo di questo fosse convinto: che, oltre quello che aveva scritto, nulla altro si potesse davvero dire di sensato). Poi certo cambiò idea, ma prima in qualche modo il doveroso e dovuto silenzio lo praticò davvero. Chiarendo (nel tentativo di vivere secondo un’etica presa estremamente sul serio), almeno in parte, col fare quanto il dire non poteva esplicitamente indicare.
Sull’ultima sibillina parola del Tractatus molto è stato peraltro detto, e molto si potrebbe certo dire. Io, qui, voglio porre in rilievo semplicemente come Wittgenstein ci induca a notare come, una volta detto il vero (e lasciando quindi da parte la questione se davvero esso sia tale nel Tractatus), alla fine non resta se non il dovere di non dire altro intorno a esso, quasi a non intaccarne e inquinarne la forma. Perciò si deve tacere. Ma non solo tacere: nel silenzio cui Wittgenstein allude c’è il rinvio al mistico, all’etica e all’estetica, alla vita circa le quali il dire, di per sé, è inquinarne la vera esperienza in cui esse consistono. Circa esse si deve, non dire, quanto esperire e fare.
Da altra tradizione, e versante, nello Zen, come si legge in “Ritorno al silenzio” di Dainin Katagiri: il vero silenzio agisce, e non è altro che essere come si è, ciò che semplicemente è com’è. Perciò è dover essere sè stessi come veramente si è. Silenzio è ciò che è proprio così com’è. Tutto qui. Silenzio è manifestazione totale dell’intero (dell’intera personalità e perciò dell’intero universo, e ciò è quanto rende possibile generosità, tolleranza e compassione). Ma soprattutto, secondo la tradizione cui si ispira, Katagiri ci dice “Qualunque sia la domanda che ponete, o quello che pensate, alla fine dovete tornare al silenzio”
Ogni dire, ogni perfezione logico-veritativa alla fine torna quindi al silenzio. “Che ci faccio qui nel silenzio?” “Niente” (così l’insegnamento zen). Ma sempre nel buddhismo, qui sì in assonanza quasi perfetta con Wittgenstein, il silenzio è come la luna indicata da un dito. Il dito che indica la luna deve indicare certo nella giusta direzione per cui si deve certo pur dire qualcosa di vero e il dito è il dire corretto. Ma è un dire cui spetta però, in relazione a quanto è la luna, solo indicare, e tacere sul resto. Anche per non confondere il dito con la luna attirando su di esso tutta l’attenzione e, scordando che esso è solo l’indice che rimanda alla luna, confonderlo con quanto con esso si vuol dire.
L’indicazione (di Wittgenstein e Katagiri) è dunque che è nel silenzio che si deve accostare e serbare ciò che non si può dire.
Ma del silenzio peraltro forse non è bene del tutto tacere.
Silenzio perciò non posso non notare che propriamente è assenza di suono e anche in Wittgenstein mi pare evidente l’idea, l’esperienza, l’evidenza, che mai si dà davvero parola senza suono, fosse pure questo suono un risuonare interno a chi la pensa (e quindi la parla). Laddove perciò non c’è più parola dicibile, o da dirsi, allora quello è silenzio. Di più: se esiste inoltre analogia tra silenzio rispetto al suono da un lato e pagina bianca rispetto al grafema dall’altro, in questo senso il silenzio in qualche modo avvolge in modo ancor più radicale il Tractatus (e ogni altro testo). Si annida nella pagina bianca da cui il testo emerge, o negli spazi tra l’inchiostro delle parole. Spazi bianchi che pur retrocedendo sullo sfondo tuttavia ci sono. E si presenta, nel Tractatus, nella forma dell’aforisma di cui il testo è intessuto, aforisma che spesso lascia silenzioso non detto. Producendo inoltre la struttura musicale (sinfonica?) che la tessitura delle proposizioni numerate del testo anche graficamente ci mostra.
La musicalità è d’altronde spazio del tutto pertinente per pensare al silenzio. La musica infatti, ogni musica, emerge sempre dal silenzio appunto, nel silenzio rifluisce, di silenzio è anche e persino intessuta. E’ dal silenzio e nel silenzio che prendono spicco e si stagliano i tempi e le note (e timbro, armonia, melodia…) di cui la musica consta. (tanto per tornare un attimo a Katagiri: “Il suono proviene dal non suono”).
Eppure il silenzio, l’assoluto silenzio è forse impossibile. Non si può davvero esperire il silenzio assoluto. Il silenzio è certamente nella musica, ne è dentro, nelle pause e gli spazi che fanno parte a pieno titolo del testo, che pure la musica è. E perciò John Cage tra le sue varie, e un po’genialmente folli forse, sperimentazioni al limite dell’udibile cercò di “suonare il silenzio”. Ma in questa operazione al limite, dentro la stanza insonorizzata in cui si mise, a questa evidenza peraltro giunge: se chiuso nella stanza insonorizzata cerco di esperire il silenzio, in realtà non potrò non sentire almeno il vago pulsare del mio sangue, il mio respiro, il battito del mio cuore (unità minima del ritmo originario).
Così come si pensi anche alla terribile sordità di Beethoven. Neanche essa è silenzio assoluto, perchè musica è sempre possibile nel pensiero, finchè suono, per quanto attutito, sta nella mente. Forse solo la sordità assoluta (di un sordo da sempre) è davvero silenzio. Chissà. Ma anche qui devo riconoscere la difficoltà se non l’impossibilità del concepire tale silenzio, posto che silenzio può essere concepibile solo per contrapposizione a un rumore. E se anche la sordità ci può essere data, o ci attende, essa, seppure terribile lo stesso per la privazione della relazione profonda che il suono, anche il suono è, e rende possibile, non sarà priva della memoria dei suoni.
Ma anche ammessa la sordità assoluta qui il silenzio, per noi che sappiamo del suono, va concepito come assenza. Ma assenza di suono, non un’assenza assoluta (altre percezioni sono sempre possibili). E se inoltre il silenzio è appunto assenza, è proprio in quanto tale che strutturalmente rimanda alla presenza che in esso manca e a cui perciò allude.
Assenza di suono il silenzio, assenza di determinazione, assenza di parola, dunque. Eppure il silenzio non è nulla, il silenzio c’è.
Silenzio è in realtà quindi una certa forma di presenza invece.
Chiunque si sia portato almeno una volta in alta montagna, la notte, lo sa. Perchè questo è ciò che di tali situazioni colpisce (oltre alla luminosità del cielo): il silenzio,che però appunto non è un vuoto di assoluto silenzio.
Ne “L’infinito” Leopardi ce lo dice: nell’infinito “interminati spazi e sovrumani silenzi”. Indicazione preziosa: la dimensione, pur concepibile in qualche modo, del siderale silenzio assoluto è dunque al di là dell’umano (“sovrumani” sono appunto, i silenzi), perchè affinché ci sia l’umano ci deve essere sempre un qualche seppur minimo suono, una qualche seppur minima determinazione.
Il silenzio, “sovrumano”si ha dunque negli “interminati spazi” di un concepibile-imponderabile infinito. Il silenzio come il suono dell’infinito.
In quanto tale il silenzio è dunque presenza. Se la senti come incombente è anche presenza che impaurisce (perché impaurisce?), che può impaurire. Può anche, forse più facilmente, annoiare. Si deve inoltre stare in esso, o esser vicini ad esso, perchè si dia l’angoscia (l’Angst di Heidegger), angoscia che in fondo, mi pare, è il sentire che nell’apertura di un mondo è il darsi del suo, suo dell’apertura e suo del mondo, silenzio. Entro esso tacciono, assenti, tutte le cose.
Poi certo “silenzio” è anche, e magari innanzitutto, una parola. Per cui, paradossalmente, la parola lo avvolge come ogni parola avvolge le cose che nomina. Ma non è parola qualsiasi, non indica nulla di ontico, ma è ente che indica altro dal suono che è, un oltre il linguaggio, quasi che se linguaggio è sempre un girare intorno alla cosa (a qualcosa), la parola silenzio gira intorno al silenzio.
Ma insomma che sarebbe dunque questa presenza-assenza (o assenza-presenza) che sto cercando di dire essere dunque il silenzio? Ma poi, in generale, cosa sto cercando di dire o pensare?
Michelangelo sosteneva di trarre la forma dalla materia in cui era sepolta, sosteneva che la figura che sarebbe diventata la sua scultura fosse già dentro la roccia e si doveva perciò soltanto levare il di troppo per tirar fuori quanto era già contenuto nel blocco di marmo. Ogni suono potremmo, analogamente, quindi pensarlo cavato da un silenzio che lo pre-contiene, in cui è, ma eliso nel silenzio dalla totalità di tutti gli altri suoni . Ogni musica, ogni canzone, in realtà è uno schiudersi emergenti dal fondo silenzioso in cui tutte le connessioni di suoni già sono, non udite per elisione reciproca di compresenti opposti, in una specie di apeiron anassimandreo (o di Sein heideggeriano?). Ogni suono perciò anche sempre insieme rimanda al silenzio che tutti i suoni raccoglie.
Sempre girando intorno alla cosa: laddove manchi la frizione di troppe (spesso fraintese) parole, abbiamo vissuto, pieni e non certo privi di senso, il silenzioso tacito accordo, e la silenziosa attesa in cui si serbano il già stato e il da venire nel rispetto (distanza opportuna) dovuto. Abbiamo vissuto il silenzio della carezza (per tacer del resto). Abbiamo vissuto la strana intesa che converge sul non detto, nel parlare discorsi- chiacchiera su cose irrilevanti, recitando copioni sociali, in cui di ciò che ci importa non diciamo niente (“Come va?”, “Dove sei stato in ferie?”, ” Che caldo c’è ancora”, “Chi vincerà il campionato”?:..), ma ci scambiamo silenziosa condivisione. Perchè pure qui, nel fluire piano della convenzione sociale, suona, nella chiacchiera che fa da collante e facilitatore sociale, un accordo non detto. Risuona infatti in queste e molte altre esperienze un silenzioso non-suono che fa da spazio contenente il possibile accordo (o disaccordo peraltro, nell’odio sordo, nell’indifferenza, o nella chiacchiera quando invece riempie un silenzioso vuoto di affetti). Qui il silenzio avvolgente non è un vuoto, ma invece ricca serie di implicazioni, culturali e sociali pure se si vuole, che non possono tutte insieme emergere al detto, se si vuol consentire che emergano accordo (o disaccordo), attesa, o contatti sociali.
In verità il silenzio è allora lo sfondo. Ove sono serbati, custoditi suoni e parole, ogni cosa. Silenzio è spazio dell’apparire, serbatoio e serbatore dei suoni e dei segni. In qualche modo in esso sono contenute tutte le storie, prima e dopo che sono vissute o narrate, nel mentre altre sono esposte.
Ma è silenzio e c’è un silenzio anche in un senso diverso da questo che in fondo è un brusio; diverso da questo vuoto brusio pieno di tutto, brusio che avvolge e raccoglie ogni ritmo.
Silenzio è infatti anche la mancanza della risposta a un appello. Il silenzio degli amici, gli affetti, gli amori che la vita ha reso lontani e portati definitivamente altrove, di coloro che non cerchiamo e non ci cercano più. Il nostro silenzio, anche affettivo, verso i molti che ci interessano niente o poco. Soprattutto il silenzio dei morti (per tacere del silenzio di Dio).
Questo sì vero silenzio-assenza, quando tendiamo una relazione e non arriva risposta. In qualche modo qui ci sta pure il silenzio delle piante, e dei minerali quando sentiamo che non ci danno risposta. E in questa mancanza ogni diversa cosa tace in modo diverso. Gli animali anche possono tacere, in un loro modo; le cose in un altro.
E tutto ciò perchè se il silenzio può essere inteso come la stessa apertura della relazione che ci costituisce comunque, perciò fa sentire il suo peso, nel momento in cui esso appare nella tensione relazionale come risposta da parte del lato che, in tale tensione, tace.
Ma perciò pure, se nel silenzio getto parola, almeno può risuonare eco. E inoltre solo dove si fa silenzio è possibile ascolto davvero. Dove parole e pensieri tacciono lì è possibile aprire lo spazio per ascoltare parole e musiche per la prima volta, o per riascoltarle di nuovo.
Dal silenzio viene infatti ogni voce, ogni possibile voce. La voce dà spicco, anche al silenzio da cui pure spicca. Il silenzio perciò – da praticare e custodire, nell’ambito su cui e in cui si deve tacere, come Wittgenstein vorrebbe insegnare - è il corpo e il sangue della relazione, che esso apre e sostiene.
C’è molta saggezza nelle sue parole.
Buona giornata.