La questione del principio di non contraddizione (la sua forma , il suo valore…) è certamente fondamentale e decisiva per la filosofia.
Sarebbe (è) molto interessante disquisirne con rigore logico e profondità adeguate, ma qui voglio solo proporre una più modesta riflessione in relazione alla citazione da Madera (senza quindi, anche per non appesantire troppo il discorso, esplicitare eccessiva, ma magari invece dovuta, precisione logica, o meglio senza produrre sempre tutte le dovute precisazioni logiche).
L’idea di Madera tuttavia mi sembra degna di un tentativo di approfondimento, anche per il suo avere a che fare con la convinzione che la contraddizione abbia portata tale da produrre anche turbamento nella vita effettiva di ognuno e che sia esigenza etica il superarla per realizzare la coesistenza dei diversi, che la contraddizione rende invece impossibile. Connettendo questo piano sostanzialmente etico con quello più squisitamente logico (come è corretto e indispensabile fare) la questione della contraddizione assume ulteriori importanza e delicatezza se, tra l’altro, come insegna la logica, per la prima legge di (Pseudo)Scoto “ex falso quodlibet” (laddove il falso sarebbe la contemporanea affermazione dei contraddittori), cioè dalla contraddizione (il falso) si può ricavare qualsiasi tesi. Laddove c’è contraddizione dunque si può conseguentemente dire e fare qualsiasi cosa, in quanto qualsiasi conclusione è correttamente deducibile da una contraddizione (producendo tra l’altro una situazione, come dicono i logici, di ”banalizzazione di ogni sistema inconsistente”).
La citazione da Madera mi pare inoltre interessante nel senso che consente di proporre una indicazione per una modalità concreta, etico-pratica, di superamento delle situazioni in cui si dà contraddizione nella vita, ossia delle situazioni in cui si evidenzia incoerenza in sè stessi o si stagliano punti di vista in opposizione circa la stessa questione, con tutte le conseguenze che ciò comporta quando si impone una scelta, o quando un rapporto (contraddittoriamente confliggente) non è eludibile.
Molto complesso e importante sarebbe ragionare sul rapporto tra la contraddizione in senso teorico e la contraddizione in senso pratico; ma comunque, dando per assodato il nesso tra i due ambiti, qui ora intendo dire che quando la contraddizione si dà nella vita, per uscirne, seguendo l’indicazione di Madera, deve intervenire una nuova interpretazione che riconfiguri il rapporto tra i due lati che, come opposti confliggenti e inconciliabili, costituiscono la contraddizione appunto. Quindi è necessario che i due lati, che se si contrappongono sono già emersi ognuno con una sua fisionomia, vadano reinterpretati (o almeno, per disinnescare l’opposizione, ne va reinterpretato anche solo uno, laddove però il lato non reintepretato si riconfigura anch’esso, almeno per il fatto che si modifica nell’aspetto della relazione con il lato rimodellato dalla reinterpretazione). Attraverso tale operazione ermeneutica la contraddizione dunque si supera attraverso l’esperienza di un ampliamento di orizzonte capace ora di includere come compatibili e coesistenti i due lati prima opposti e ora trasformati dalla reinterpretazione (in quanto questo accade anche quando la contraddizione la si superi eliminando uno dei due attraverso la negazione di esso, facendo dunque prevalere l’altro dei due lati contrapposti, lato che però ora si è anche esso ampliato avendo ora inclusa nella sua figura il suo essere effettiva negazione dell’altro). Attraverso tale reinterpetazione, inoltre, nel nuovo contesto i due lati (differenziandosi, in sè stessi) sono anche divenuti diversi rispetto a quelli che producevano la contraddizione iniziale, la quale dunque, inclusa nel nuovo contesto come negata, si rivela, nell’orizzonte più ampio, essere più nulla ed essere stata in fondo il contenuto nullo che ogni contraddizione in fondo è (il che non esclude che nel nuovo contesto di contraddizioni non se ne ripropongan altre, seppur diverse da quella superata).
I due lati contendenti, una volta riconfigurati, vanno oltre la parzialità e l’inconsistenza della situazione contraddittoria: il motivo del contendere era tale solo a causa di una prospettiva troppo ristretta, l’incoerenza si rivela non essere in fondo tale. La contraddizione si rivela essere nulla, non aveva reale contenuto ed esiste solo (come esiste il dire il nulla) l’ora superato aver creduto nel motivo dell’opposizione e nell’incoerenza.
A questo mi pare possa condurre la proposta “maderiana”. Ma davvero questa intepretazione ulteriore risolutrice della contraddizione è sempre possibile?
Dunque: schematizzando, vi sono quattro tipidi contraddizione ai quali corrispondono dunque quattro tipi, o valenze, di principio di non contraddizione.
Alla contraddizione sintattica che si ha nell’unione di affermazione e negazione circa lo stesso, ossia di una coppia di enunciati tali che l’uno esclude l’altro, corrisponde il principio nella forma per cui (detto senza simbolismi): NON (A e nonA). Non possono essere cioè unite tra loro situazioni tali che una ponga in essere un qualcosa che l’altra espunga dall’essere. Qui l’uscita dalla contraddizione attraverso la reintepretazione può avvvenire attraverso una nuova interpretazione o di entrambi i lati in contraddizione, o anche di uno solo, in modo tale che si sviluppi situazione che consente di non porre più la reciproca esclusione tra i due lati, ponendo tra essi (nella nuova interpretazione) una diversa relazione. Ciò consente coesistenza perchè, nella reinterpetazione, sono ora tali che possono stare in relazione (sin-tassi) non escludente.
Nella variante semantica della contraddizione entrano esplicitamente in gioco vero e falso ed essa c’è dunque quando un enunciato è insieme vero e falso. A questa contraddizione corrisponde il principio per cui invece lo stesso enunciato non può essere insieme vero e falso, ossia l’enunciato e la sua negazione (o, come dice Aristotele,le affermazioni tra loro contraddittorie) non possono essere entrambi veri. E’ facile vedere come questa variante della contraddizione sia strettamente legata alla variante sintattica (venendosi così a costituire nell’insieme sintattico-semantico la forma logica della contraddizione), nel fatto che anche qui le due proposizioni opposte (la vera e la falsa) sono unite in relazione a una situazione (” il medesimo rispetto”) alla quale entrambe vengono “nello stesso tempo” riferite. Anche qui è l’unione dei significati, per quello che significano, che crea problema (come d’altro lato la contraddizione sintattica è tale perchè le due situazioni collegate fanno entrambe riferimento, come nella semantica, all’ambito su cui poggia la loro sintesi, al quale essa sintesi è riferita). In fondo in entrambi i casi, della contraddizione sintattica e di quella semantica, c’è un nesso (tra due situazioni nel primo caso, in un certo senso più esplicitamente tra due opposti concomitanti significanti e il significato nel secondo caso) impossibile. Anche nel caso della contraddizione semantica dunque la strategia di fuoriuscita dalla contraddizione attraverso la reinterpretazione, mi sembra, fondamentalmente per gli stessi motivi per cui vale per la contraddizione sintattica, praticabile.
E’ poi distinguibile la variante psicologico-pragmatica della contraddizione (distinzione opportuna soprattutto da quando Lukasiewicz ha prodotto la sua critica al principio di non contraddizione aristotelico fondandola sulla non inaccettabilità dal punto di vista logico di tale tipo di contraddizione, la cui negazione secondo lui è il reale, inconsistente, fondamento della dimostrazione aristotelica di principio logico e ontologico). In questa variante la contraddizione sta nel credere e contemporanemante non credere in qualcosa, accettarlo e insieme rifiutarlo, e il corrispondente principio di non contraddizione afferma quindi essere impossibile credere e insieme non credere. Il principio consiste qui cioè nell’evidenziare come irrazionale credere in qualcosa di contraddittorio, posto che, in tale tipo di contraddizione, le credenze ineriscono, nel medesimo tempo e sotto il medesimo rispetto, allo stesso (il soggetto che crede). Anche in questo caso una reinterpretazione delle credenze (incluse in contesto più ampio che ne ridisegna il senso rispettivo, oppure dislocate in ambiti d’azione differenti e non confliggenti) può consentire il superamento della contraddizione.
Ma la forma della contraddizione più rilevante e fondamentale (come ritiene anche Aristototele, il quale non a caso tratta del “principio più saldo” nella “Metafisica”), a cui anche la forma logica della contraddizione è riconducibile, è la contraddizione metafisica (ontologica) con la quale un certo ente è posto nello stesso tempo e sotto lo stesso punto di vista essere e non essere. Qui che lo stesso soggetto abbia e non abbia lo stesso predicato o la stessa proprietà è visto come l’essere e insieme non essere una certa cosa. A tale tipo di contraddizione corrisponde il principio per cui è impossibile essere e non essere allo stesso tempo. Ma anche a questo livello è possibile la reinterpretazione?
In fondo tutta la possibilità di interpretare, superando la contraddizione attaverso il porsi in una visione in cui quanto prima appariva contraddittorio ora si rivela non essere tale, consiste in un ampliamento nell’orizzonte dello sguardo in cui i due elementi inizialmente in contrasto si pongono, che insieme consente la scomposizione del nesso in cui la contraddizione consiste sciogliendo i “nello stesso tempo” o “sotto il medesimo rispetto”, attraverso la produzione di un modo di vedere più ampio o dislocante. In questo modo il contenuto della contraddizione o viene mantenuto ma reinterpretato oppure viene tolto.
Il problema è se al livello metafisico (della contraddizione ontologica) questo dislocamento dello sguardo sia davvero possibile o comunque davvero sufficiente a dar luogo a superamento della contraddizione, qualora essa, come in tal caso, si ponesse al livello profondo dell’essere. Finchè siamo infatti sul piano del modo di vedere le cose, della visione del mondo, un’interpetazione ulteriore è sempre possibile ed è possibile sia efficace, ma sul piano metafisico c”è l’essere che c’è, l’incontraddittorio essere (nel quale sta il contraddirsi, laddove il contenuto della contraddizione in realtà si rivela nullo) che non può anche, nello stesso tempo e rispetto, non essere. Qui uno solo è il fatto che è ed è tale quale è. Nessun interpretazione modifica realmente il fatto che c’è. Ne può modificare la visione certo, ma non basta un’interpetazione per dislocarci altrove. Contro fatti e realtà, anzi, se non si vede giusto si sbatte il muso
La proposta di Madera può sembrare cioè non tener conto abbastanza della cogenza dei fatti che sono così come sono, per cui la realtà, “per la contradizion che nol consente”, è comunque quella cosa che è e un diverso sguardo rischia di essere solo la volontà impotente che incoerenza o conflitto non siano.
Ma, peraltro, anche nell’essere delle cose c’è progressivo e ulteriore disvelamento di orizzonti, c’è un mutare della prospettiva che via via reinclude e riorganizza gli elementi che la compongono. Anche nell’essere, come nelle modalità della riorganizzazione delle visioni del mondo, c’è continuo ampliare e dislocare, che può forse innescare e assecondare il reinterpretare.
C’è tuttavia da considerare che sembra esistere però un ambito in cui l’interpretare per uscire dalla contraddizione non sembra però possibile e forse è questo l’ambito dell’effettiva contraddizione inoltrepassabile, dalla quale non si può davvero uscire, se non collocandosi del tutto altrove. E’ questo, mi pare, l’ambito logico (e pratico) in cui scattano i paradossi. Laddove si danno situazioni di tal tipo non è possibile uscire, se non uscendo dal gioco. “Sii autonomo”, “Sii spontaneo” “Cerca (cioè pensa) di non pensarci” oppure “cerca di dimenticare” (e molto probabilmente anche “Amami” , o l’inverso “Non Amarmi”, magari con l’annesso “però restiamo amici”) sono casi di questo tipo. O altri casi si hanno nell’ambito del totale autoriferimento del tipo: “Io sono un enunciato falso”, “Questo che stai sentendo (leggendo) è falso”; o del reciproco riferimento ricorsivo per cui A dice che quanto dice B è vero, e B dice che quanto dice A è falso.
Anche in questi casi si può reinterpretare? E come? Forse che allora non si possa che essere rinchiusi senza via d’uscita (se non andando del tutto altrove) in contraddirsi, conflitto ed incoerenza? Condannati senza appello.
Come i dannati nell’”Inferno” di Dante, che questo sembra in fondo anche dirci, nel XXVII Canto dell’Inferno con la vicenda di Guido da Montefeltro. Qui nemmeno Dio può violare il principio di non contraddizione, quando la contraddizione si dà davvero, inoltrepassabile e conclusiva (al termine della vita, per il Montefeltro, quando la composizione dei quadri del reale e del pensare o la loro ricomposizione non sono più possibili). Il diavolo (dia-bolico, divide e non ricompone come nel sim-bolico), che tu non pensava loico fosse, caccia Guido da Montefeltro, per la sua pragmatica contraddizione, all’inferno (sconfiggendo san Francesco, quasi che quindi nessun Dio ti possa, sembrerebbe, in tal caso più salvare). L’astuzia del reinterpretare (in questo caso la propria vita attraverso un finale pentimento) qui non pare funzionare, là dove sul serio, come il diavolo fa, si svela la contraddizione e si fa agire il valore del principio di non contraddizione.
Ma qui diabolico non è solo e non è tanto il non benevolo e non magnanimo rifiutare di accettare accogliendola la contraddizione in cui Montefeltro sta invischiato. In realtà il diavolo prevale su san Francesco perchè a prevalere è il piano dell’essere, ove Montefeltro non è davvero pentito, di contro al piano entro il quale pentimento è solo il dirsi tale. In realtà a prevalere qui è il rimando alla cogenza ineludibile del piano fondamentale dell’essere che è, nel caso specifico, il piano dove sta quel che si crede davvero. Piano nel quale però mai c’è contraddizione reale in quanto qui si dà solo ciò che davvero è (il non reale pentimento di Montefeltro), nel suo includere come negato il lato contrapposto (in cui pur ci si intenziona allo stesso, all’atteggiamento verso il malfatto, ma un pentimento in realtà non c’è).
Per la contraddizione, per il non poterla ammettere e consentire e anzi doverla negare e superare, non tutto è consentito, non ogni interpretazione è ammessa. Tutto in realtà è determinato, è la storia e vicenda ben determinata che è. A costo di ritrovarsi, Guido o altri, tra i dannati.