Ci sono alcuni temi fondamentali, alcuni discorsi importanti, che nel senso comune, nel nostro quotidiano interloquire con altri, ma anche almeno in parte nel pensiero filosofico, vengono perlopiù elusi, forse sostanzialmente rimossi. O perché affrontarli può essere forse inquietante. Oppure perchè, d’altro lato, almeno al livello di un discorso o sentire più superficiali, affrontarli è ritenuto lezioso,o inutilmente “accademico”. O magari semplicemente un po’ ingenuo.
Due temi fra questi sono la tesi del solipsismo teorico (non tanto nella variante del solipsismo trascendentale, ma anche più direttamente e banalmente nella forma del solipsismo empirico) e il tema della morte come nullificazione assoluta. Nonchè la questione del legame essenziale che, a mio avviso, i due temi hanno fra loro.
Che la questione del solipsismo sia elusa è, a mio avviso, chiarissimo in Schopenhauer, che peraltro è uno dei pochi, che io conosca, che esplicitamente la pone. Ne”Il mondo come volontà e rappresentazione” a un certo punto – prima di passare a dimostrare (o meglio a ipotizzare) che la volontà, che il soggetto riconosce essere in lui la cosa in sé, si manifesta allo stesso modo in tutti gli esseri viventi – prende esplicitamente in esame la tesi filosofica dell’”egoismo teorico”, ossia del solipsismo. La tesi cioè secondo cui esiste solo l’Io, l’Io chiuso nelle sue insuperabile assolutezza e solitudine. La tesi secondo cui cioè non esiste null’altro che l’Io, essendo tutto il resto null’altro che rappresentazione contenuta nell’Io.
In questo contesto Schopenhauer la dichiara tesi inconfutabile. Ma tuttavia inaccettabile. Paragona infatti tale tesi a una cittadella inespugnabie. Ma tuttavia ritiene anche che il filosofo perciò non abbia bisogno di attaccare tale fortezza, che può (anzi deve) piuttosto soltanto aggirare, per proseguire così la sua ricerca lungo altre, percorribili, strade. Il solipsismo sarebbe una fortezza di frontiera che ci si può lasciare tranquillamente alle spalle, perchè il terreno su cui sorge ha tali asperità che è impossibile espugnarla, ma tali asperità impediscono anche alla sua guarnigione di uscirne (per il solipsismo nessun territorio esiste al di fuori della sua fortezza) e ciò consente di non doverla affrontare.
Schopenhauer afferma pure che chi alla verità del solipsismo crede è un folle. Ma evidentemente un folle di una lucida follia, chiuso in una cittadella che non comunica per davvero con nulla, ma la cui logica è inespugnabile.
Il tema della possibilità (o la realtà) del solipsismo evocato da Schopenhauer è quindi in realtà immediatamente rimosso e la filosofia, come farebbe il senso comune, qui se ne allontana subito dopo averlo adombrato.
E in effetti, come sostenevo all’inizio, in generale parlarne dandogli dignità di problema sa sempre un po’ di inappropriato. Perlopiù si sorride di chi tale questione pone o, peggio, tale tesi sostiene (per Mach, ad esempio, il sostenitore del solipsismo è lo strano personaggio che scrive libri sapendo che non c’è nessuno che li legge, o ringrazia per onori ricevuti sapendo che non provengono da nessuno). In fondo si tende a far notare come il comportamento di chiunque smentisca in quanto tale la eventuale reale credenza nel solipsismo. Si ritiene così di far notare come esso non sia creduto vero per davvero da nessuno. Se non da un pazzo, che appunto isolato in manicomio sta.
Si dà infatti in genere per scontato che la tesi non ha fondamento. Eppure, con ciò, in realtà, almeno di fatto, perlopiù il problema in cui la possibilità del solipsismo consiste, lo si elude. Come se l’argomento debba stare là dove è,cioè fuori di scena. Fuori di scena come ciò che è o-sceno. Osceno e rimosso.
Osceno e rimosso un tempo, nella società cristiana e poi borghese, era il sesso. E ad una prima apparenza sembra che così oggi più non sia (ad una prima apparenza, dico, perchè anche sul sesso e il discorso sul sesso molto sarebbe da verificare se del sesso davvero si esperisca o si parli quando oggi si pratica o parla di sesso).
Ma di certo oggi rimossa, e oscena, è diventata la morte, di cui (è ormai quasi un dato sociologico acquisito direi), non si parla quasi mai per davvero, e a cui in genere, se possibile, non si vuole pensare. Non se ne parla almeno nel senso che non si parla mai di essa quale si pensa che davvero sia e, quando la si evoca, in parola od immagine, perlopiù la si maschera in mille modi (si pensi alla proliferante falsificazione di essa insita nella sua dilagante spettacolarizzazione), tutti tentativi per non pensarla davvero.
Solipsismo. Morte (un certo modo di concepire la morte). Entrambi in fondo rimossi.
A me pare evidente un legame tra le due idee, che tende a connettere le due rimozioni. Ma, di più, mi pare anche che, seppure quasi mai esplicitate, solipsismo e una certa idea della morte siano due convinzioni radicate e diffuse, ben più di quanto si sia disposti ad ammettere, nella profondità (inconscia?) delle credenze reali (che guidano atteggiamenti, azioni, emozioni), magari appunto inespresse, ma non perciò meno presenti, di ognuno.
Eppure, come per ogni rimosso (d’altronde come potrei saperlo rimosso, se non emergesse talvolta?), ci sono situazioni in cui le due convinzioni vengono a galla. Ed emerge il loro legame. Magari, come accade in Schopenhauer, per ricacciarlo subito nella sua cittadella, emerge, sto dicendo, il pensiero della verità del solipsismo, la profonda persuasione e credenza della sua verità. Ed emerge il suo legame con l’idea profonda di un certo nostro radicato, e terribile, modo di intendere la morte.
“Morto io, morto tutti”, si sente dire a volte. Si intende dire, solipsisticamente, che la mia morte coincide con la fine del mondo. Con me muore tutto, la mia assenza dal futuro lo rende un nulla e tutto diventa come se non fosse mai stato.
D’altronde è questo che pensiamo se e quando pensiamo che tutto ciò che resta di quanti ci hanno amati e sono morti è il loro ricordo, o la loro impronta, in me. Ma che perciò di essi, di ciò che erano davvero, nulla è restato. La loro vita non è più (quella vita che era la loro vita perchè di questo mondo). Così, analogamente, si pensa che tutto ciò che resterà di sé stessi sarà quanto verrà ricordato, o che sarà rimasto in chi ci ha amato. Un permanere che è però altrove rispetto la nostra vera vita, un altrove esterno alla vita, che in fondo non ci riguarderà. E durerà finchè durerà, per poi anch’esso svanire con lo svanire di chi di noi si ricorda o del ricordo di noi in loro.
Non è da stupirsi quindi se molte tra le voci più significative della filosofia contemporanea esprimono lo stesso sentire verso la morte, per la capacità della filosofia di esprimere l’essenza profonda dell’epoca.
Per Derrida ad esempio: “ogni morte è, ogni volta unica: la fine del mondo”. Nessun Io, nel momento in cui non abita più nessun punto del mondo per cui per esso non vi è più mondo, potrà mai dire “io sono morto”. Ma non potrà dirlo perché, con la sua fine, il mondo in un unico concomitante irrevocabile evento in toto finisce.
Magari sapere questo può pure servire nella “farmacia di Epicuro” (ma mantenendo l’ambiguità preziosa del termine “farmaco”, curativo e venefico) nella consapevolezza che ove c’è morte non vi sono più io, ma peraltro certo tale visione implica anche in fondo appunto l’identificazione (solipsistica) dell’Io con il tutto. Un unico, solo, Io, dunque. Oltre la propria morte perciò non vi è più un altrove che consenta alcunché e in qualche modo mi tocchi e riguardi. Oltre all’Io, laddove non c’è Io, c’è solo nulla e nel nulla non c’è più alcunché. Ma, nonostante Epicuro, è di ciò che l’uomo sente terrore (perché?).
Ma in fondo anche Heidegger era già, almeno potenzialmente, a questo sentire, nel momento in cui pone da un lato che l’unico ambito ove sia esperibile in qualche modo la morte stia nella situazione del vedere altri morire e dall’altro lato evidenzia l’impossibilità di esperire davvero la morte altrui. Nessuno sguardo da fuori è quindi davvero possibile sulla morte perchè nessuno sguardo può inoltre scorgere il proprio morire. L’autentica reale morte è sempre e solo una possibilità (della propria impossibilità) e mai un fatto di cui si abbia esperienza. L’esserci non vai ma oltre il limite della propria morte e perciò posso pensare che con essa scompaia definitivamente la totalità del mondo e che nulla sia possibile oltre l’unico Io che si spegne.
Ma è in Wittgenstein che forse emerge più nettamente che in qualsiasi altro caso, il nesso che lega tra loro solipsismo e certo modo di pensare la morte. È Wittgenstein che infatti dice esplicitamente essere il solipsismo “esatto e indicibile” (per cui noto che anche qui esso viene, seppure per motivi diversi che in altri, escluso e rimosso dal dire). Perciò “io sono il mio mondo” (ed il mio mondo dunque sono io) , e quindi “la morte non si vive” perchè oltre il mio mondo, che la morte conclude, non vi è vita e cioè non vi è nulla di altro, perchè altro non vi è oltre me.
Anche se è soprattutto Sartre che, non limitandosi dunque ad accennarvi, produce argomentazioni circa la necessità del nesso. Ed è Sartre a proporre in un certo senso l’idea che sia innanzitutto l’intendere in certo modo la realtà della morte a comportare il confluire di tale modo di intenderla nel solipsismo. Secondo tale argomento il fatto che dell’altro che muore mi resti solo il ricordo, mi rende consapevole che anche di me solo questo resterà. Altro non vi sono dunque che i miei ricordi, il mio io e la mia consapevolezza che negli altri di me nulla resterà se non un ricordo. Ciò sancisce la separazione assoluta tra sé (l’in sé e per sé) e l’altro, separazione che è e resterà invalicabile, dove il fatto che l’altro sia sempre solo mia rappresentazione mi chiude in una solitudine insuperabile, che porta con la mia fine la fine dell’unico mondo, quell’unico e solo (mio) mondo che sono.
Ma se è in questi modi che sostanzialmente il nesso tra solipsismo e certo modo di pensare la morte è annodato, è però da vedere se sia a partire dal solipsismo empirico che si produca questa visione ed idea della morte. Potrebbe infatti sembrare che il nesso si stringa nella forma: siccome non ci sono che io, la mia di morte è nullificazione di tutto.
Eppure, a ben pensarci, il solipsismo di per sè non implica necessariamente una concezione nichilistica della morte. Anzi in fondo non implica neppure la necessità di una fine dell’unico Io. Non implica la necessità di una morte, perché tale necessità non è ricavabile su base empirica (non c’è esperienza passata del proprio morire) e neppure e nemmeno è fondata sull’impossibilità del contrario, perché l’Io, dal punto di vista logico, può essere pure sviluppo infinito.
Assai più cogente è piuttosto l’implicazione inversa: se si pensa la morte come quel diventar altro dall’essere in cui consiste l’annientamento di me che muoio, la mia morte è annientamento e ciò vuol dire che io ero l’essere, la totalità del non-niente, anche qualora, a parole, il mio credere a ciò io lo neghi o mi dichiari anche insieme convinto di ciò in cui tutti sembrano convenire circa l’ esistenza reale, indipendente ed esterna del mondo e degli altri.
Il solipsismo empirico sarebbe dunque connesso ad una certa idea della morte. Al fondo di questa visione, quasi mai esplicitamente affermata ma forse inconsciamente assai creduta, di questo sentire (e patire), ci sarebbe dunque un certo modo di concepire la morte.
A partire da tale modo si stringe il nodo che lega i due rimossi. Ma se rimossi per evitare il patirli, sono invece lo stesso presenti e agiscono e scavano e perciò sono lo stesso patiti senza essere mai davvero discussi.
Ma c’è un altro modo di concepire la morte? In che altro modo si può concepire la proria morte? In che altro modo si può uscire dal proprio solitario solipsistico sole?
Se questo altro modo c’è esso deve anche affrontare a viso aperto la forza della posizione dell’”egosimo teorico”, forza da Schopenhauer almeno riconosciuta, e la persuasività del modo di intendere la morte come nullificazione assoluta. Ma poi deve mostrare anche cosa in queste posizioni (in queste radicate e terribili convinzioni) vi sia di sbagliato, laddove io credo che qualcosa di sbagliato vi sia nell’impostazione di fondo stessa del modo di pensare a tutto ciò.
Sarebbe da vedere in che modo sia concepibile la morte come uno”slittamento”, ma non in un prosieguio del proprio sè, che sarebbe ancora perciò concepibile unico e solo, ma bensì come uno sconfinare nell’esperire dell’altro.
Ma forse, per uscire davvero dal solipsismo, è anche l’altro che deve venire incontro nell’evento dell’esperienza dell’essere trovati da qualcuno, dall’altro , che invade.
La morte, alla fine, sembra avere un senso: quello di dare senso al solipsismo teorico. Intesa come cessazione definitiva della soggettività costitutiva (questo è il solipsismo), la morte rende evidente l’inconsistenza del paradigma solipsistico: ovvero, che esso non resiste alla prova della finitezza. Ma questo perché la posizione del solus ipse è inconsistente già in se stessa e non perché sia la morte a decretarla tale. La morte intesa solipsisticamente è cioè altrettanto inesplicabile che un soggetto inteso in quel modo. Che la morte sia sempre e solo la mia morte e che nella mia morte ne vada di una totalità o di un mondo significa soltanto che la morte viene isolata e compresa, soggettivisticamente, come un tutto. Pensare la morte come un tutto significa allora identificare il punto di vista sulla morte con il punto di vista del soggetto, significa compiere l’operazione fondamentale della soggettività: l’identificazione. Solo allora la morte può essere considerata come annientamento totale, assoluto, definitivo, ed essere pensata come il divenire niente di ciò che è (era, sarà).
La morte rivela il carattere totalitario della pretesa costitutiva della soggettività, smaschera la pretesa di dominio insita nel concetto reattivo di verità connesso alla soggettività, ovvero lo stesso principio di identità. La morte è la pura identità e la pura identità è la morte. Solo il morto non può più essere altro da ciò che è. Solo nella morte ci sarebbe davvero quell’immediata identità di sé con sé, quell’essere assolutamente presso di sé, di cui vaneggia il soggetto solus ipse. Ma la vita – l’autocoscienza – sta proprio nel non poter mai essere completamente presso di sé, nel poter ottenere tale condizione solo a sprazzi, in intermezzi, per sospensioni, esponendosi ad altro e agli altri, cercando di farsi riconoscere, interpretando il proprio tentativo come tentativo riuscito, in tutto o in parte, o fallito, come più spesso accade, perché la vita è sempre altrove e le parole per dirla sono sempre quelle di un discorso ulteriore che non riesce mai a compiersi del tutto. Questa incompiutezza strutturale del nostro essere non è un essere per la morte, ma la sfida che il nostro pensiero deve assumere per poter continuare a pensare.
Solo due piccole notazioni, posto che trovo interessante e ampiamente condivisibile molta sostanza del contributo di Alessandro (soprattutto l’idea che solipsismo sia identificazione del soggetto col Tutto e ciò abbia a che fare con l’isolamento), anche se non ho chiare alcune affermazioni del secondo capoverso, per esempio cosa sia il concetto reattivo di verità o perchè il solus ipse debba pensare di essere immediata identità e non possa invece pensare di essere tutte le diversità. Non capisco inoltre perchè la morte riveli il carattere totalitario della pretesa costitutiva di soggettività (nel senso che più che rivelarlo, mi sembra che piuttosto lo annulli).
Comunque le due notazioni sono:
1. Il concetto di morte ha un significato e dunque la morte “nichilisticamente” intesa, ma anche altrimenti intesa, ha senso a prescindere dal fatto che il solipsismo sia posto oppure no. Casomai possiamo disquisire e approfondire quale esso sia, ma a me sembra che comunque ci sia, mi pare che sia già avere senso per esempio dire la morte “fine della vita”. Perchè ne abbia dunque non serve che giunga il suo dar senso al solipsismo (che ne ha anch’esso a prescindere dal fatto che la morte glielo dia)
2. La finitezza sarebbe argomento contro il solipsismo se il solipsismo la escludesse, il che non mi pare. Se il solo solipsistico sè muore, perciò è finito (e può benissimo essere pensato come il solo sè lo stesso).