Per essere autocoscienza è necessario per l’autocoscienza essere riconosciuta in quanto tale da un’altra autocoscienza. È questa la celebre tesi hegeliana, centrale nella dinamica (dialettica) dell’autocoscienza, e sulla cui base si sviluppa il processo che prende avvio con l’articolazione della dialettica servo-signore.
Ma la questione del riconoscimento quale modalità indispensabile per l’autocoscienza per essere (diventare) ciò che è, è importante e interessante anche al di fuori del “contesto” hegeliano, col quale però è indispensabile fare i conti, data la vertiginosa profondità in cui consiste. Essa, la questione del riconoscimento genericamente intesa e anche nello specifico hegelianamente intesa, presenta tuttavia, per quanto riesco a capirne, delle difficoltà che spesso non vengono adeguatamente poste in rilievo (difficoltà che spesso invece vengono poste in risalto dalle “domande ingenue” di alcuni miei studenti).
L’autocoscienza dunque per essere sé, cioè una autocoscienza, deve essere riconosciuta da altro che la eccede e questo altro deve essere a sua volta una autocoscienza.
La prima questione che qui si pone è se per essere autocoscienza ciò sia una necessità, e non una semplice modalità tra altre possibili di costituzione dell’autocoscienza o eventualmente il semplice darsi di un rapporto che accade di fatto. Insomma, la questione è se davvero per essere autocoscienza tale tipo di riconoscimento (il riconoscimento da parte di un’altra autocoscienza) sia indispensabile. E qualora lo fosse, per quale motivo lo sia.
A me pare che l’unico modo per concepire tale situazione come necessaria sia mostrare come senza tale riconoscimento l’autocoscienza si trovi in una situazione contraddittoria; anzi, essendo punto di partenza della dialettica la singola autocoscienza, alla quel nulla altro può essere presupposto, auto-contraddittoria.
Non si non può non partire infatti se non dalla posizione di una coscienza, che, dapprima posta al livello cosale (o, volendo specificare meglio, animale) diventa coscienza di sé, cioè auto-coscienza. Se chiamo questa coscienza che si scopre autocoscienza A1, innanzitutto c’è la posizione di A1 (senza la cui esistenza non vi sarebbe nessuna dinamica e relazione ulteriore). Ma A1, per essere tale, abbisogna del riconoscimento di un’altra autocoscienza (che potremo chiamare A2). Ora: perché è necessario che il riconoscimento provenga da un’altra autocoscienza? E cosa cioè impone che questa altra autocoscienza (A2) esista in sè?
Ad ogni buon conto, bisogna pensare originariamente vi sia A1, ed è dunque in ogni caso nella struttura di A1 che deve essere incluso il suo bisogno di essere riconosciuta e di essere riconosciuta da altra diversa autocoscienza, bisogno della cui necessità ci stiamo chiedendo.
La necessità di tale inclusione va dunque fondata, e va fondata a partire dalla posizione di A1. Posso infatti, al livello di sviluppo in cui stiamo, innanzitutto chiedere cosa impedisca alla coscienza di sé pura e semplice di porsi semplicemente in quanto tale, senza bisogno di altro e dell’altro, come cosciente di sé, cioè come autocoscienza. Ossia: c’è motivo (e eventualmente quale è) per cui, invece, ciò che pone l’autocoscienza in quanto tale, e cioè riconosiuta come tale, debba essere un’altra autocoscienza, al di là della eventuale constatazione del fatto che tale riconoscimento da parte di A2 si dà?. Perché il riconoscimento di sé in quanto autocoscienza non può invece essere una identità auto-conosciuta ed essere cioè del tutto costruito all’interno dell’autocoscienza, consapevole della sua apertura, che elabora la sua apertura e i suoi modellamenti? Da dove la necessità dell’esistenza effettiva di A2 che opera il riconoscimento, senza naturalmente presupporre l’altro che invece al livello di sviluppo iniziale del percorso fenomenologico è quanto, mi pare sia evidente, va dedotto e dunque non presupposto?
Spesso studenti “ingenui” mi hanno, dicevo, di fatto posto tale questione, in riferimento specifico alla fenomenologia hegeliana, ma anche come questione più in generale. Ma l’ingenuità a volte vede il “re nudo” e mi sono convinto che in effetti qui c’è una domanda cui va data risposta, un problema cui va data soluzione (e non sto naturalmente dicendo che soluzione non vi sia).
Il fatto è che secondo me Hegel potrebbe anche sembrare aver posto già le premesse per riuscire a porre il rispecchiamento in modo interno alla coscienza di sé, in modo come dire autoctono, solipsistico, tutto entro la pura autocoscienza originaria (e comunque, anche al di là di Hegel, la cosa potrebbe a un primo sguardo essere concepibile in termini “solipsistici”). Da subito infatti (già prima del riconoscimento) la autocoscienza è delineata come duplicazione (che si sviluppa dal doppiosenso originario che essa è in quanto insieme distinta e infinitamente relazionata all’altro, così dice Hegel) e dunque la auto-coscienza ha in sé, a prescindere dal riconoscimento, questa dinamica per cui ciò che si unifica in essa è insieme duplicato. E’ solo per la presenza di questa strutturazione interna che tra l’altro diventa possibile concepire il doppio che può costituirsi come altro proiettato esternamente, cioè come l’altra autocoscienza, o almeno la possibilità, l’idea di un’altra autocoscienza (e da qui dunque il via alla dinamica di oggettivazione/attribuzione di autocoscienza/negazione di autocoscienza che poi svilupperà la dialettica nel senso che ne sancirà la necessità del conflitto con l’altro). A me pare che quindi si possa dire che A1 sia già concepibile come polarizzata in sé, e l’occhio che vede sé è un polo del sé e l’altro polo è l’immediatezza del conoscersi. Perciò, per questo motivo, tra l’altro il polo interno che si vede autocoscienza è un ri-conoscersi.
Inoltre l’autocoscienza ha già sviluppato un modo di rapporto con l’altro nella posizione dell’appetito in cui, detto con parole mie (ma non credo siano fraintendimenti del momento dell’appetito) abbiamo anche un inglobare l’altro da parte della autocoscienza al punto che essa, assimilandolo, si assimila in qualche modo all’altro. Ora: la soddisfazione in cui il riconoscimento consiste, seppur diversa da quella richiesta dall’appetito, in quanto pur sempre soddisfazione, ha analogia strutturale con la dinamica dell’appetito, che di per sé consiste in un rapporto con altro ma non con un’altra autocoscienza. Da dove dunque la necessità di non fermarsi a questa modalità di relazione e produrre invece una polarizzazione verso un esterno all’autocoscienza che sia autocoscienza, verso cioè l’essere riconosciuta da un’altra autocoscienza, che deve essere perciò tra l’altro anch’essa riconosciuta come autocoscienza (e soprattutto essere altra autocoscienza)?
Il punto decisivo è che l’autocoscienza deve anche “fissarsi” come autocoscienza. L’indipendenza, che essa in quanto tale può essere e esercitare, ossia l’autonomia che essa deve essere in quanto coscienza di sé non dipendente da altro che sé, implica però anche che l’idea di sé come autocoscienza deve avere un contenuto in qualche modo stabilizzato, tale da consentire di pensarla come permanere indipendente in modo da non avere dipendenza da altro che potrebbe intaccarne la struttura di autocoscienza, e questo essere perciò costantemente autocoscienza consente inoltre di poterla costituire soggetto ri-conoscibile. Il punto che produce il riconoscimento deve perciò essere un punto capace di ri-conoscere, e quindi anche capace di porre che, nel ripetersi della relazione (in un “incontro” ex novo non vi è riconoscimento, ma casomai “conoscimento”), la relazione è con quello stesso A1 che appunto viene ri-conosciuto. (Inoltre nel riconoscimento si produce quella determinazione di sé, che nasce dal gioco di identificarsi e differenziarsi da altro, anche attraverso l’idea che l’altra autocoscienza (A2) ha di essa (A1)). Ma perché questo avvenga, non sono sufficienti l’idea che A1 ha di sé, o l’idea (di A1) dell’idea che altra autocoscienza (A2) ha di essa A1?.
Secondo me la fondazione della necessità che A2 riconosca A1 affinché A1 sia tale va ricercata quindi ancora più a fondo, ossia nel fatto che, qualora A1 fosse o restasse coscienza originaria e solitaria, nel momento in cui ha coscienza sé e cioè prende come proprio oggetto sé, si specchierebbe sì in sé, ma pur specchiandosi e dunque riconoscendosi in sé, non riuscirebbe però a tener fermo il contenuto che essa è, perché tale contenuto è “fluido” e mai davvero stabilizzabile, se non attraverso una oggettivazione. Il punto capace di ri-conoscere, cioè capace di cogliere che, nel ripetersi della relazione, la relazione è con quello stesso A1 (che appunto viene ri-conosciuto) non può essere in A1 perché sarebbe investito, se così fosse, del fluire che caratterizza A1. Tale oggettivazione, per non essere del tutto fluida e dunque per essere capace della permanenza relativa che caratterizza l’essere oggetto e la necessità che il riconoscimento sia effettuato da un ambito capace di contenere in sé i due termini in gioco in ogni ri-conoscimento, non può provenire dunque se non da una polarità esterna ad A1 (essendo A1 del tutto fluida) e dunque non può che venire, in modo analogo al dare forma col lavoro, da un trattenere il dileguare attraverso l’ancoraggio in qualcosa che possa essere concepito anche come non autocoscienza fluente, e quindi deve essere concepito perciò esterno a A1.
Ma, insieme, questo altro da A1 non può che essere una altra autocoscienza (A2) perché l’autocoscienza sa che solo un essere razionale pienamente indipendente e autocosciente, quale essa stessa è, può avere la consapevolezza che essa sia qualcosa che esso sa cosa sia, in quanto esso stesso lo è. In tal senso A2 ri-conosce perché già sa di sé e riconosce l’analogo a sé. Come dire: A2 deve avere nella sua struttura anche la modalità del rispecchiamento di sé e quindi, se la relazione con l’altro deve produrre quella relativa stabilizzazione che è il riconoscimento, la relazione che produce il riconoscimento di A1 deve essere, per “ancoraggio”, con un polo esterno ad A1, ma anche capace di cogliere che A1 è autocoscienza e per far ciò deve essere autocosciente, in modo da porre l’analogia necessaria.
Eppure, se anche vi fosse solo la autocoscienza solipsistica, essa per essere autocoscienza dovrebbe certamente comunque porre un punto di vista che la veda, che in questo caso sarebbe sguardo su sè dall’interno: un punto al suo interno che la vede ( e quindi in questo senso essa vede sé ed è auto-coscienza), punto interno che produce la riflessività per cui essa si veda. E si potrebbe anche pensare a tale punto di vista occhio interno alla autocoscienza come assimilato ad essa e in quanto assimilato non potrebbe essere un oggetto inerte, perché dovrebbe essere, in quanto assimilato, della stessa “pasta autocoscienza” di cui A1 è costituita. L’autocoscienza (A1) sembrerebbe dunque così già concepibile, anche senza l’esistenza di A2, come coscienza di sé.
Ma in realtà così non è. E ciò, mi pare, a questo punto per un unico fondamentale motivo: la necessità che l “occhio” che vede A1 come tale sia esterno ad A1 in quanto deve essere relativamente stabile (nonché esso stesso autocoscienza), e quindi non solo un assimilato (che peraltro sarebbe già in certo senso duplicazione). L’”occhio” non può anche essere del tutto interno ad A1 se non per il fatto che, qualora interno fosse, dovrebbe essere del tutto fluido, rendendo però così impossibile il riconoscimento.
C’è dunque la necessità di porre uno specchio, almeno relativamente, stabile di sé ed esso deve essere posto di fronte a sé. Questo “posto di fronte” deve essere, abbiamo detto sopra, autocosciente. Ma insieme deve essere oggettivato, perchè solo oggettivo può avere, a questo livello del discorso, stabilità (seppur relativa) e dunque non può essere concepito come autocoscienza anche essa pure del tutto fluida . Per potervisi ancorare A1 deve cioè pensarlo autocoscienza indipendente e insieme negarne almeno la totale fluidità.
Perciò la relazione tra i due in certo modo si pone, oltre che necessaria, anche come contraddittoria (se tale relazione è in realtà il fatto che A1 non vuole l’altro come A2, cioè non lo vuole fluido e indipendente, e insieme lo vuole come A2, cioè lo vuole autocosciente e cioè fluido e indipendente). L’altro necessario al riconoscimento deve essere una autocoscienza (A2), ma non può essere fluido come A1 (non può essere inteso davvero come A2) Situazione in cui da un lato A1 vuole essere sé e dunque vuole il riconoscimento, e dall’altro lato nega, per la necessità di concepirlo come relativamente “fisso” e dipendente, ciò che solo potrebbe riconoscerla.
Da tale autocontraddizione insita nella necessità che A1 ha di essere riconosciuto come ciò che è (autontraddzione che è dunque inanzitutto propria di colui che sarà il signore e che si sviluppa dapprima nella opposizione del signore col servo) si esce con il conflitto tra le due autocoscienze, ma la vera molla del movimento non può che essere interna ad A1 (pena il presupporre ciò che si vuol porre, cioè A2 che opera il riconoscimento). La contraddizione di A1 che insieme vuole e non vuole A2 porta comunque, come dire, a verificare cosa A2, necessario ad A1 per essere riconosciuto come A1, sia e dunque all’incontro- scontro con A2. Questa contraddizione è dunque come una spinta al trascendersi verso l’altro, che dunque si pone perciò come polo che fornisce il riconoscimento. E tale “spinta” sostiene il passaggio nel superamento della contraddizione. Questa dinamica può però essere pensata come necessaria solo se A2 è davvero A2. Ma poiché A2 deve essere posto da A1, per la necessaria dinamica descritta, come il contraddittorio volerlo come A2 e insieme non come A2, l’esito, in cui davvero entrambe le autocoscienze sono poste come tali, può essere tale se A2 è in realtà tale (cioè autocoscienza anch’esso) già originariamente, seppure non saputo come tale o saputo in modo dapprima contraddittorio.
In questo senso l’autocoscienza deve essere originariamente trascendersi comunitario, nel senso che solo se A2 davvero è, l’autocoscienza che è ed in relazione originaria con A1, la sua non posizione porta alla posizione astratta di A1, che pone in essere la contraddizione di volere e non volere A2, come contraddizione che va superata.
Se così non fosse, l’alternativa sarebbe di dover concepire in fondo tutto in termini come interni all’autocoscienza originaria, perché in fondo la “contraddizione del riconoscimento” potrebbe essere superata anche semplicemente negando che A1 ha bisogno del riconoscimento di un polo esterno (anche se magari perciò la contraddizione in qualche modo si riprodurrebbe tra poli interni ad A1). In questo caso certamente ci dovrebbe essere una duplicazione in A1 in cui un polo, relativamente o assolutamente stabile e autocosciente, produce riconoscimento, ma ciò di per sè non comporterebbe che A1 (che già c’è) e il suo bisogno di riconoscimento implichino necessariamente l’esistenza di A2. Oserei dire che anche qualora A1 debba pensare che vi sia A2 che lo riconosce, potrebbe anche pensare ciò senza che A2 perciò sia davvero esistente in sè.
Ma l’alternativa a questo esito consiste appunto nel fatto che A1 senza A2 che lo riconosce sta in una situazione autocontraddittoria, che impone la necessità del superamento della autocontraddizione per cui A1 vuole sé (essere riconosciuta) ma così volendosi non vuole A2 (non lo vuole come A2) che la riconosca. E tale contraddizione si supera, sostanzialmente, riuscendo a produrre la negazione della negazione di A2, che dunque è a sua volta riconosciuto come autocoscienza (tra l’altro la vera autocoscienza, che, saltando qui io ora molti passaggi, alla fine è quella del servo).
Se questa seconda linea di sviluppo, che a me pare quella corretta e probabilmente essere quella hegeliana, non fosse corretta, allora si dovrebbe in fondo pensare l’altro come proiezione della autocoscienza solipsisticamente intesa, riguardo alla quel sarebbe da verificare se o in che modo essa resti ancora escludente la dimensione dell’alterità qualora, come si può interpretare ritenga Hegel, vi sia peraltro un unico Soggetto che è lo Spirito, per cui in esso si darebbe magari che oltre l’autocoscienza c’è sì altre autocoscienza, ma oltre l’autocoscienza, alla fine diventata Spirito, non vi è poi nulla.
Ma forse invece, appunto, si dovrà riconoscere che l’inter-soggettività concreta è originaria e che il superamento dell’astratto è possibile solo se il concreto è già, tale dunque da fondare il movimento di una dialettica (dell’astratto/concreto?) capace di porre la necessaria deduzione dell’esistenza del polo esterno dell’altra autocoscienza che, in modo complesso conflittuale e perché no, finchè concreto riconoscimento non si dà, contraddittorio, produce però effettivo riconoscimento e reciproco riconoscimento.