Ho avuto modo di partecipare per un paio di giorni agli interessanti incontri con lo psichiatra Vittorino Andreoli, organizzati dall’Associazione ASIA alla fine di aprile nella località di S.Vincenzo, tra Cecina e Piombino.
Andreoli ha tenuto delle relazioni - cui è seguito colloquio col pubblico - sul tema generale della follia e della sua complessa relazione con la normalità (o cosiddetta normalità), cercando di dire cose importanti e interessanti, ma insieme di proporle in maniera relativamente semplice, considerando il tipo di pubblico lì convenuto, composto da persone delle più varie estrazioni e formazioni. Lo spirito dei suoi interventi è stato inoltre quello comunicare innanzitutto e soprattutto il bagaglio della sua esperienza umana oltre che della sua preparazione professionale o culturale.
Penso sia interessante il resoconto dei contenuti di tali relazioni, che dunque riassumo, distinguendo i contenuti presentati in tre parti
La prima parte descrive cosa caratterizza, secondo l’approccio proposto, la condizione umana e quale sia dunque il valore, anche terapeutico, della parola.
La seconda parte tende a definire cosa possa essere considerato normalità e quali sono le modalità di sconfinamento di essa nella follia.
La terza parte affronta le relazione tra la follia e il dolore.
Paolo
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Follia e normalità non sono due situazioni escludentisi l’un l’altra, non sono due contrari perchè tra le due c’è sempre possibilità di passaggio e in certi sensi la follia è contenuta nella normalità.
In questo senso la psichiatria ha a che fare profondamente con la condizione umana in generale: serve alla serenità, che è la base della gioia.
La psichiatria ha a che fare con la condizione umana e presuppone la conoscenza profonda della sua struttura. Al riguardo ha dato anche importanti contributi. Ad esempio con Binswanger, Jaspers, Minkowski, che hanno sviluppato descrizioni decisive per definire cosa è l’uomo nel mondo qui e ora.
L’Io si trova preso in mezzo tra due mondi: un mondo esterno e un mondo interiore.
Il mondo esterno è costituito da ciò che proviene da altro da me. E’ il mondo dell’esperienza in cui ci sono le cose, le norme (in quanto tali limitanti) e in cui vi sono i pericoli. Qui vi sono inoltre gli altri verso i quali proviamo simpatie o antipatie, spesso immediate (e molto più spesso di quanto crediamo, fondate soltanto su particolari esteriori che i volti delle persone hanno), vi sono i legami, gli amici e i nemici (che ci sono ostili a volte per quello che facciamo e spesso per il solo fatto che ci siamo).
In relazione ad esso possiamo subire ingiustizie e sentire frustrazioni.
L’insieme del mondo esterno è il teatro sociale (che è spesso terribile e ci coinvolge molto perchè le cose pericolose, che sono in esso, sono le più coinvolgenti). La società inoltre ci cataloga, e pretende da noi che si faccia ciò che essa impone.
Ad esso bisogna adattarsi, nel senso anche attivo che si deve calarvisi dentro. E calarsi in esso è ineludibile, anche se spesso tale mondo non è molto attraente.
Dall’altro parte c’è il mondo interiore, che è altrettanto se non più complicato di quello esterno. Qui vi sono vissuti, idee, risentimenti, sensazioni di incomprensione. Qui vi sono i sogni.
Questo è il teatro interno, che è anche un mondo di paure senza oggetto. Dentro di esso ci sono i ricordi sgradevoli. E molti dati di cui non abbiamo consapevolezza, che costituiscono una presenza dell’assente. Vi sono segnali subliminali, dati che vengono associati in modo inconsapevole (che sappiamo esservi perchè possono diventare consapevoli).
In questo mondo sono sedimentati i nostri primi due anni di vita, che abbiamo esperito, poiché privi di linguaggio adeguato, senza consapevolezza, ma che sono quelli che ci improntano. Anzi, oggi sappiamo che anche il feto di 5 mesi ha percezioni (per esempio sente i suoni acuti e dunque il battito cardiaco materno).
Ma questo essere improntati in modo inconsapevole è esperienza presente anche nell’adulto
Questo è il mondo da cui può venire la voglia di non esistere
Il mondo interno è un mondo ignoto dentro di noi, ma anche quello esterno ci è perlopiù ignoto.
E noi siamo presi tra i due mondi, fragili, posti tra desiderio e azione.
L’Io ha peraltro a che fare col cervello.
Nella nostra cultura ha per lungo tempo prevalso l’idea, di origine fondamentalmente aristotelico-dantesca, del cervello-cristallo, che riceve e fa passare una luce in cui consistono le facoltà intellettive. Noi oggi sappiamo che questa “luce” nasce dal nostro interno. Ma ciò la scienza è riuscita a mostrarlo solo negli ultimi 30 anni, con le scienze cognitive che possono servirsi della PET, la quali hanno rilevato che il cervello è composto da una parte deterministico-meccanica (un cervello “fissato”, strutturato per svolgere determinate operazioni) e una parte plastica, che è modificabile in base all’esperienza.
La vecchia concezione, che è fatta sostanzialmente propria dalla psichiatria positivistica, prevedeva che il “cristallo” potesse rompersi.
Ma la “scoperta” del cervello plastico permette di sostenere la patologia mentale sia legata ad esso e che dunque sia sempre possibile una terapia attraverso l’esperienza della parola (mai “verba volant”). Ciò valorizza l’importanza dell’educazione, che è in un certo senso sempre una terapia.
Dal 1904 al 1978 per la legislazione italiana folle è definito chi è “pericoloso a sè o ad altri e di pubblico scandalo”. Il trattamento del folle prevedeva quindi innanzitutto impedirne la pericolosità.
Ma a partire da Freud si è sviluppato anche il trattamento di cura attraverso la parola. Una parola nella comunicazione, ossia scambiata entro lo stesso codice. Se infatti i codici sono diversi, come spesso accade, non si comunica. La parola dunque all’interno del transfert che è un alone, una comunicazione affettiva, che è sistema di comunicazione totale. Ed è nella comunicazione affettiva che c’è la possibilità di capire il non-detto. In questa ci sono il gesto e lo sguardo, che sono comunicazione a tutti gli effetti, come dimostra la partecipazione silenziosa in cui consistono i rituali dei “primitivi”.
Questo comunicare è un comprendere, che è diverso dallo spiegare. Un conto è infatti spiegare, un altro comprendere.
Le scienze “esatte”, che tendono a prescindere dalla specificità dell’oggetto e del soggetto, spiegano e nello spiegare gli oggetti spiegati si possono frammentare, dividere.
Ma comprendere vuol dire andare-verso, prendere-con e queste forme e rimandano ad una forma di abbraccio. Comprendere però ,soprattutto, implica tenere il tutto intero.
Perciò quando c’è transfert le parole generano cambiamento. Il “perchè “l’ha detto lui” che caratterizza tale situazione ha a che fare col fattoche qui si genera parola, parola-legame, dove appunto parola è mettersi in comunicazione, è elemento di consapevolezza che ci siamo (ove l’accento sta nella relazionalità del noi cui il “ci” rimanda).
La assenza di questo legame è solitudine, che nella solitudine di massa diventa l’essere come se si fosse trasparenti.
Già Freud aveva inteso la parola come la sonda dell’inconscio, capace di attivare nuclei nascosti svelandoli. In questo senso l’Inconscio è se-cretum, ma anche qui la parola è efficace se è nella relazione, che implica attenzione e accettazione del contatto.
Il farmaco è invece una molecola che arriva direttamente al cervello nel quale va a modificare l’assetto molecolare.
Nel 1952 sono nati i tranquillanti, nel 1957 gli antidepressivi, nel 1961 gli ansiolitici.
Essi possono servire, hanno il vantaggio di essere più veloci della relazione, ma non sono la relazione e non la pssono sostituire.
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La serenità consiste nello stare al mondo gratificati. E’ essere nella propria umanità. E’ uno status di gioia, ed è possibile anche nel dolore. In fondo consiste in un non far nulla.
La felicità è invece esperienza acuta legata allo stimolo. E il dolore la annienta.
Essere nel conflitto è vivere una situazione che è bene e male sotto due lati diversi ma contemporanei.
La saggezza e la serenità si possono avere anche insieme a qualcosa che può essere percepito come male, sono quindi possibili anche nel conflitto.
La normalità è bene d’essere, in ogni situazione. Quindi è molto difficile, perchè dipende anche da un ambiente che non controlliamo. Per chiunque sono possibili traumi, o contesti ambientali che portano alla follia (in questo contesto va notato che esistono anche “follie ambientali”, legate alla tecnologia usata quotidianamente. Per esempio le dipendenze da internet portano da un lato a non capire più il mondo reale, ma dall’altro starsene nel mondo delle immagini fa sì che se qualcosa non va possa essere eliminato con un “clic”. Cosa che non è possibile con la realtà)
La normalità può essere incrinata o spezzata da quattro situazioni tipiche, presenti peraltro quali mccanismi e procedre del tutto normali, ma che possono innescare processi che portano alla follia. Tutti questi processi partono dunque da una condizione di normalità e sono normali, per cui la follia è una forma di disadattamento che si realizza attraverso meccanismi che perlopiù sono invece di tipo adattivo. In chiunque tali processi possono innescarsi. E possono sempre interrompersi.
C’è dunque continuità tra normalità e follia e esiste una processualità in entrambi i sensi. In questo senso la follia può essere intesa come ancora una modalità d’essere, un esistere al limite delle possibilità di essere.
E in tutte le esperienze di follia è presente la paura e la paura è sempre paura di morire, anche quando è sine-materia (cioè apparentemente senza motivo)
Il primo modo attraverso il quale si può produrre la follia è quello della scissione (skizòs).
Esso scatta quando non mi piace il mondo esterno, che mi dice incapace di relazionarmi ad esso, e perciò neanche io mi piaccio.
La scissione è un meccanicismo di difesa. Rifiuto il mondo con cui non posso relazionarmi. Divento una torre senza finestre. A questo punto resta solo il mondo interno, che però anch’esso non piace e da cui ci si deve ulteriormente scindere, per uscire dai propri fantasmi. Non c’è più neanche alcun Esser-ci (diversamente da come pensa Heidegger).
Ciò può accadere già in età infantile (gli autismi) e produce sempre un uso della parola non strutturato. È come se l’Apocalisse fosse già avvenuta. Lo schizofrenico non ama, perché l’amore è bisogno dell’altro, è segnale del bisogno di relazione. Amore ha a che fare con la morte (come l’etimologa della parola insegna) e non amare è modo per fuggire anche la morte.
Il secondo modo è quello tipico della malinconia.
C’è un senso di colpa, un sentirsi inadeguati, incapaci di fare qualcosa per il mondo, in cui peraltro si è. Qui si ha perfettamente chiaro cosa si vorrebbe fare e c’è la constatazione di non riuscirci. Da ciò nasce il senso di colpa, che è un malessere di fronte a sé stessi.
Il depresso si colpevolizza in tutto. Diventa un macigno e siccome vivendo si fa il male, si sente il desiderio di togliersi dal mondo (laddove nella scissione invece a essere tolto è il mondo, eserno o interno). Si vive come morti e si pensa solo a morire. Al limite, se c’è forza sufficiente, si arriva al suicidio.
Anche nel terzo modo il punto di partenza del processo è un senso di inadeguatezza. Ma qui il problema è visto essere il mondo, che va tolto ma, diversamente che nella scissione, attraverso un allargamento dell’Io per dominare il mondo.
È la forma della maniacalità. E il maniaco dice di sentirsi bene, ma per questo ha bisogno di chi ha bisogno di lui.
Spesso maniaci sono i cosiddetti grandi personaggi storici ( in questo senso gli eroi sono malati di mente perché chi è sereno non ha ambizioni di grandezza). Il potere è generatore di follia e forse follia esso stesso.
Ma il maniaco delira e il delirio è una errata interpretazione del mondo, sia esterno che interno. Il mondo è ridotto a una idea, a volte a una unica idea. L’interpretazione basa tutto sullo schema del “come se” e si tende alla interpretazione persecutoria o di grandezza.
Il quarto modo intende rispondere anch’esso all’inadeguatezza, ma attraverso la ritualità, l’ossessione.
Il mondo fa paura, così come la relazione. Ma soprattutto si ha paura della paura.. Ci si pone in una condizione talmente difensiva che in realtà non è più neanche difensiva, perché rende incapaci di agire. È come se il mondo dovesse finire tra un minuto e si sta al mondo controllando tutto.
Perciò si vive al minimo perché si fa solo ciò che è sicuro. E verifico continuamente, per maggior sicurezza, questa rassicurazione, per cui tutta la vita diventa ripetizione (qui è l’origine anche del rituale religioso). Non mi fido inoltre di nessuno.
Oggi il mondo tende a essere ossessivo e ciò porta a intendere ogni incontro, fino a prova contraria, un incontro col nemico (è dimostrato che in generale anche la prossemica nei contatti interpersonali tende a distanze maggiori tra i corpi)
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La follia è maschera del dolore. È un tipo di dolore, dolore “impietrito”.
Il dolore dunque include la follia, laddove dolore è espressione vissuta del mal d’essere. Ma non avvertire il proprio dolore, cercare di impietrirsi, è essere vicini alla follia.
Il dolore è anche, sotto altro lato, generatore di follia, la quale è dolore che non piange, una espressione particolare del dolore anche nel senso che lo esprime in modo particolare. Perchè è dolore esistenziale che riguarda sempre anche un’immagine del corpo. Corpo che è di per sé immagine, per cui il dolore ingloba sempre anche il corpo (nel volto, nello sguardo…)
Ora: c’è un dolore evitabile e un altro inevitabile.
Evitabile è quello che l’uomo dà all’uomo, nasce da violenza odio, invidia
Fare o subire violenza rimane sempre dentro di noi. C’è una costruzione mnemonica della violenza.
La violenza rappresentata fa sì che non la consideri più tale se stereotipata, e serve per giustificare la violenza agita, che non è mai solo sul corpo, ma sempre anche sulla persona. Così come esiste anche la violenza sociale, dell’esclusione.
Il dolore inevitabile ha a che fare con la morte. Perché essa è la fine e non è mai il tempo giusto per morire, perché c’è sempre altro da fare, qualche dolore che resta da alleviare. In questo contesto c’è il dolore del tempo che passa e che avvicina alla morte. C’è il dolore per la morte altrui.
In una società che oggi rimuove in tutti i modi la morte, trasformando la morte esistenziale nella morte-spettacolo.
Ma nella realtà noi conosciamo la morte. Nel tempo che passa, in cui si incontra il lutto.
Noi siamo questo nulla, ma capaci di amare perché abbiamo bisogno.
E la condizione umana è fragilità, che non è da intendersi come debolezza perchè essere fragili è normale. Fragilità è riconoscere i propri limiti. E spinge a unirsi nella solidarietà, perché è nei sentimenti che ci si sente eguali, nel vissuto che è parlare in forma rievocativa del dolore, perché relazione è sin-tonia fino al sentire il dolore dell’altro. Questo è essere interessato, modificando il vissuto.
Questo implica una opposizione al potere, che in quanto è potere implica il “posso fare e non mi importa di te”, laddove la società (la polis col suo ideale utopica della serenità) ha la sua forza nel non esercitare potere, perché fondata sull’autorevolezza.
La follia si cura con la relazione amorosa tra gli uomini.
Una semplice nota di servizio, rinviando il commento a tempi migliori: perché non inserire questo articolo nella sezione Filosofica Mente?
Noto poi che l’articolo è “spaccato” in due e che una parte è visibile solo come commento.