Uno spazio per presentare riflessioni in forma narrativa, o più genericamente letteraria.
Un modo che ha molto da spartire con la riflessione profonda, e molto da dire, anche alla filosofia.
Uno spazio per chiunque voglia raccontare, o in qualche modo raccontarsi, lasciando intravvedere magari squarci di profondità interiore.
Narrazioni (e visioni)
25 Maggio 2009 di Paolo Masini
Tornando
In quei primi mesi l’immobilità assoluta delle membra sollecitava oscuramente l’immaginazione e le costruiva ponti di illusoria realizzazione.
I giochi mentali con cui intrattenevo l’interminabile durata del tempo non avevano da confrontarsi con le condizioni del reale, e promettevano di decollare indisturbati verso esiti di apparente onnipotenza.
Partendo da una premessa astratta e da lì in poi dandomi regole coerenti, procedevo avanti, e ancora avanti, mentre si consolidava la sensazione di un costrutto solido e reale, sempre più dimentico della sua radice effimera.
Eppure, scivolare verso altri versanti del possibile non si rivelò facile.
Fu anzi sorprendente accorgermi che la mia immaginazione, che avrei pensato di possedere liberamente nell’incorporea assenza d’ogni limite, era invece sottoposta a vincoli altrettanto stringenti di quelli che condizionano le membra.
Da quell’inesorabile giaciglio la mente concepiva immagini estreme, a me ancora sconosciute, che in realtà scoprii ben presto legate alla matrice dell’esperienza, di ciò che avevo fino allora conosciuto, come un cane legato alla catena da un corto guinzaglio.
Capii di avere vissuto dentro una scatola come se fosse un mondo. Solo adesso, toccandone il limite, balenava l’intuizione di un altrove.
Qualcosa di me inchiodato sul bordo di una soglia, il resto sbilanciato nell’ignoto. Gli occhi ciechi, tutti gli altri sensi potentemente risvegliati.
Nè questo mi permetteva una liberazione.
La coscienza non aveva il conforto di alcun sonno. Allucinata di lucidità non poteva spegnersi a se stessa.
Si calmava solo in una memoria d’acqua, di profonde densità: rotolare delle membra, liquida pressione. Memoria del mare che ci fece terrestri per la prima volta. Si calmava affondando, come un abbandono a ciò da cui si è stati a lungo divisi.
Poi l’istinto di un colpo di reni, lottare per riemergere da quell’ oceano muto.
Echi di parole che ora avevano solo il contenuto, e non la forma. Impossibili da pronunciare, da riceverne prova e senso. Dalla mia frenesia debordanti nel niente.
Eppure non si poteva tornare indietro, a prima che fossero germinate
nella mente. Un peso informe sulla coscienza della creatività. Una bevanda versata a terra, persa.
Echi immensi di domande minuscole, rimaste irrisolte, mai placate.
….dove sei…? …vorrai…?
Ormai volevo soltanto morire prima di morire.
Almeno un attimo prima essere libera, cessare la speranza dolce e ardente che si spezza ogni giorno sul dorso inflessibile della terra.
Non più quell’unico giorno senza contorni, rinato ogni volta dalle stesse ceneri, ma un giorno, finalmente, ben preciso: un giorno di cui l’inizio e la fine si stagliassero netti sullo schermo del tempo. L’inizio dell’ultimo giorno.
Invece, un odore di vento umido mi orientò verso il ritorno.
Un’intenzione in me virò, e mi raggiunse la brezza che serviva per il viaggio.
Strinsi fra i sensi quel gomitolo odoroso e arrotolandolo all’indietro, raggiunsi un luogo abbandonato della vita che era stata mia.
Allora
Qualche Cosa scivolò
e spogliò il tempo,
finché di nuovo vibrò
l’aria di quel giorno,
sul lago. E li vidi,
seduti insieme sul pontile d’inverno,
nessuno in giro. Come amavano stare.
Lei con il piccolo capo alzato verso il padre
che le indicava il volo delle folaghe a pelo dell’acqua.
Io a guardarli da dietro.
E non sembrava un giorno speciale,
allora.
Ma lo era, ora,
che luccicava della loro assenza.
Lacrime scioglievano il nodo di quel giorno, quel mattino lasciato nel tempo, senza toccarne il segreto.
Poi all’improvviso, come una pioggia torrenziale, mi inondarono i ricordi. Scendevano a rivoli, non si potevano fermare. Una volta qualcuno, che non era una persona sola, aveva fatto un gesto con me: imboccarmi il pane, aggiustarmi le coperte. Prendermi da dietro e baciarmi sul collo. Ridere insieme. Aspettare a lungo. Un giorno avevo dato latte a un figlio, avevo scritto una lettera, avevo corso inaspettata a me stessa per la strada.
E avevo ballato: andando con i fianchi dentro una nuova danza, senza conoscerne i passi, ma tirandoli fuori da me ad uno ad uno. Non sapendo assolutamente dove andare, all’inizio, ma poi prendendo una direzione, Qualsiasi, come fosse davvero quella giusta… E lo era. Per un attimo. Fino a perdermi di nuovo e non sapere.
Trovare e perdere, perdere e ritrovare.
Forse per questo desiderai restare ancora.
Ma avrei potuto decidere di andare, invece, e non sarebbe stato peggiore, perché per quanto si voglia sparire non si può diventare meno che terra.
Amato peso dell’esistere possa sentirti ancora su di me !
Per quanto abbia senso di fronte all’abisso.
Per quanto il dolore del tempo strappi a brandelli i resti di me immaginata e mi lasci, spogliata di tutto, a coprirmi di dubbio.
L’ombra
Ero già cresciuta quando ancora non riuscivo a smettere l’abitudine di intervenire nel mondo delle cose come una fata benefica. Vedevo due biglie rotolate lontano, due posate spaiate sul tavolo, e mi sembrava crudele trascurare il gesto facile e potente con cui le avrei potute riunire, e risolvere così la loro solitudine di piccole cose in balia degli eventi.
Rimanevo impigliata nei gesti cruciali di storie impossibili, come in una rete che mi tratteneva dalla vita vera.
La casa, e il mondo esterno, erano talmente dominati da quelle minuscole tragedie che infine mi dovetti risolvere per l’indifferenza…. Ma per molto, ancora, quelle piccole anime continuarono a chiamarmi, a chiedermi qualcosa (di così facile da fare…) e per ignorarle dovevo fare uno sforzo, simile a quello con cui si distoglie lo sguardo dallo sguardo di un uomo che mendica.
E’ di quel tempo il ricordo di una sera in cui, passeggiando su un sentiero erboso e tenero a piedi scalzi, la mia ombra rivelò, discreta, la sua diversa natura.
O forse, fu lo stato dei miei sensi, limpido, dopo un intero giorno di vagabondaggio solitario, che con un atto di pura intuizione colse, fra le molteplici apparenze della sera, proprio quella presenza d’ombra.
Per l’intera durata di un tacito stupore, mi apparve viva di una sua propria vita, di un suo modo dell’essere: scuro, inorganico, meravigliosamente silente.
La chiamai Silente, e giocai fino all’ora del rientro con le sue inafferrabili qualità d’ ombra: l’inconsistenza, con cui varcava i confini consistenti delle cose, e la dismisura, che la prendeva, fino a ingigantirsi, e poi a ridursi allo zero di sé, dentro pozze di luce occasionali.
Così fino a sera, quando la salutai infilandomi esausta nel letto, mentre lei scivolava via dalla stanza. E ormai non eravamo già più che il reciproco sogno l’una dell’altra.
Solo dopo molti anni mi successe di nuovo.
Il giorno che mi ritrovai a far caso all’ombra, camminavo ad occhi bassi, tirata via dal pensiero di Louis e del suo corpo svelto e caldo nei gesti consueti, ognuno dei quali amavo…Mentre imbarcatosi da molti giorni, lui si trovava ormai certamente a metà dell’oceano, fra me e la terra della sua nuova vita.
All’inizio, l’ombra mi apparve come un essere trascinato a terra da una tristezza sconsolata e bislacca, talmente smarrito da non avere più forza di alzarsi, di reagire. Ebbi un moto di rabbia e di dolore, per lo specchio che era di me.
Ma la sera, mentre spinta da una sarcastica nostalgia indossavo il frack e il cappello a cilindro di Louis, mi capitò di sorprenderla sulla parete con un’aria totalmente diversa. La luce, da fuori, avanzava in un certo modo che, per seguirla, l’ombra si era fatta oblunga sul muro della stanza e il cappello si alzava a dismisura sul soffitto, con la bocca del cilindro come aperta a raccogliere il buio, di sopra.
Simile a qualcuno continuamente girato di spalle e senzavolto, sembrava sul punto di rompere il patto col mio corpo, in un impulso dia vitalità oscura e guizzante. Nel suo movimento potei cogliere dissonanze e fuggevoli equilibri che non appartenevano a questo mondo dei sensi. E mi sorpresi a tendere l’orecchio ad un suo possibile richiamo, ad una sua voce. Ma non sarebbe bastato lo sforzo che si mette (invano ) per varcare il muro del suono nei sogni, per udirla.
Pensai: ”Ma no… l’ombra è silente…” E Silente, l’ombra infantile, tornò a me con un piccolo fiotto di adrenalina, come se il teso elastico della memoria l’avesse tratta su dall’eterno per un breve ritorno……..