Tema che in fondo sottende molti dei nostri discorsi e delle nostre riflessioni: cosa sia violenza, cosa sia la violenza, perché si debba rifiutare la violenza, come e se la si debba rifiutare.
Proposta quindi di discussione nel merito.
Paolo
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Infine propongo, a livello preliminare, la direzione lungo la quale è possibile orientarsi nella soluzione della questione.
Violare qualcosa è intaccarne l’integrità. Ma un atto è considerato violento solo quando esso è in qualche modo relato a una volontà (solo in senso metaforico può essere considerata violenta la natura. Può essere considerata violenza l’uccisione della preda nel mondo animale, o l’ingestione di un vegetale da parte di erbivoro? O qualsiasi altro evento naturale? O non è nella natura l’ essere tale, cioè solo natura?)
Violenza è quindi sempre intaccare qualcosa che non ha in sé la natura cui la violenza vuole portarlo. Violenza è innanzitutto un volere, volere che altro sia diverso da ciò che è. (Ma peraltro nulla può esser diverso da ciò che è. Per cui può violenza ottenere quanto vuole?)
Pur essendo quindi, come sopra definito,concetto allora molto generale ( troppo? In ogni caso il concetto proposto mi pare tutt’altro che banale) violenza ha gradi diversi e modi diversi che vanno distinti e non messi sullo stesso piano (si può pur scegliere il male, nel senso pure solamente fisiologico, minore. Farlo o non farlo non è per nulla indifferente)
Molto di ciò che faccio o incontro ne è commisto. In me, nel mondo, gli altri. La violenza è assai diffusa. Pervasiva. Onnipervasiva? E tende alla proliferazione. Violenza chiama violenza.
Ma la violenza è anche significativa, sempre. Cioè allude a un significato. È un segno, una traccia, un sintomo. è un timbro, una nota. Essa esprime (significa) sempre non accordo (nel senso musicale del termine), è stonatura. Quindi, per quanto detto sopra, stono spesso, si stona spesso. Sapere questo è indispensabile per poter far eventualmente diminuire la volontà di forzatura, oserei dire la tracotanza (per esempio della certezza di fare bene e il bene)
Se vale quanto sopra, c’è (anche) violenza ogniqualvolta si dia stonatura in una relazione o nel cuore. Quindi, di nuovo e a maggior ragione, ce n’è tanta e forse in ogni situazione e storia è pure inevitabile.
La violenza è (perlomeno è anche) un cattivo (non solo in senso morale, ma anche nel senso di mal riuscito) modo di volere, che implica cattivo modo di vedere (senza con ciò essere riduttivi perché è modo di vedere che quasi mai si limita a essere tale, ma evoca le realtà che sono violenza nella carne, sia chiaro). E’ non rispetto (rispetto vuol dire relazione nella giusta – armonica – vicinanza che è anche giusta distanza).
Ma forse violenza è anche consistente in un cattivo modo di vedere le cose nel senso che se tutto è per davvero, se pur non visto, soltanto ciò che è, ogni violenza è l’illusione del volere l’impossibile violazione dell’altro (c’è infatti qualcosa di inscalfibile che al fondo consente per esempio la sopportazione di spettacoli emotivi orribilmente dolorosi)
Per complicare il discorso: peraltro se c’è un’armonia del tutto, in essa sempre c’è anche violenza. Inoltre la violenza può essere commista con piacere, e, nel complesso di una struttura, pure contribuirne alla pienezza.
Può persino essere, anzi è spesso (vedi l’arte) bellezza.
Opporsi ad essa (questo sembra l’unico modo efficace di contrastarla) è pure violenza (nel senso del far violenza alla violenza, il quale la violenza la annulla o la raddoppia?)
Se la nostra volontà si dà come violenza, se la violenza, come spesso è, si dà come potenzialità o realtà interna,non esprimerla di per sé non la elimina. Essa preme comunque, altrove.
Ma se la ironizzi la accogli, distanziandoti, la diluisci rendendola persino bella e piacevole. Fino a essere innocua, ma persino gravida di relazione profonda, capace di entrare, “disinnescata”, nell gioco della comunicazione veramente profonda.
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In ogni caso, per cercare di determinare la valenza negativa della violenza, la direzione non può che essere nel rinvenimento di un criterio che consenta il riconoscimento del valore positivo o negativo delle situazioni.
Un criterio che in ultima analisi deve essere immediato, deve essere collocato in un piano a livello fenomenologico. Un criterio che deve essere criterio di senso, in entrambi i sensi possibili in cui il “di senso” può essere inteso.
Un criterio cioè che stabilisce il senso (nel senso del significato e il valore) non solo di ciò che è violenza o non violenza, ma anche di ciò che, in relazione a ciò, è bene o male. E insieme, (ed è questo il secondo senso di cui sopra) un criterio che deve fondarsi nell’immediatezza del sentire.
Un criterio che deve essere immediato, come dicevo, perché ogni mediazione discorsiva, ogni discorso fondativo o giustificativo deve comunque prendere le mosse da e attestarsi (rimandare a, confrontarsi con) su un’evidenza immediata. E soprattutto in questo caso, perché è sempre e solo in relazione a un rimando al dato del vivere immediato, che concretamente e per davvero la violenza e il male (come il bene) sono.
E a questo livello si tratta di riflettere sul significato di “sentire male”. Sull’evidenza di sentire male.
C’è violenza quando c’è sentire male.
Bene è l’essere. L’esser sé è accordo con sé e in sé. Ci si sente bene. Si sente bene. Si sente il bene.
Se c’è violenza si sente male. Male fisico, male morale, male che dir si voglia, si soffre quando si sente di subire violenza. Chi subisce violenza sente male. Questo è il segno, irriducibile, della violenza.
Ma anche chi agisce violentemente sente male. Nel senso che il suo sentire non sente le cose che davvero sono quel che sono. Nel senso che pensa, (lo pensa davvero nel pensiero incarnato che è l’agire concreto, effettivo, al di là di quel che si dice o di quel che magari si crede di pensare) che l’atto violento sia in realtà, sia in fondo, bene.
È il suo un difetto nel riuscire a sentire cosa sia bene, cosa sia il bene. È come uno che vede credendo di vedere bene e il bene, ma con un difetto di vista.
Insomma, se ci deve essere una base fenomenologica nel sentire, capace di fondare la necessità del rifiuto della violenza, capace di porla come il male, è a questo livello che va,secondo me, rinvenuto. In modo analogo a come una base percettiva fonda la necessità di dover riconoscere che il muro bianco è bianco, anche se qualcuno, mentendo o per qualche difetto percettivo, lo dice nero.
Ma anche se non mi si concede che il muro bianco è bianco, poco male. Il muro bianco è solo un esempio per dire, a livello percettivo, anche a livello percettivo. che violenza è volere che quanto è sia altro da sé.
Ciò è sempre anche insieme e prima di tutto sentire male. Da un lato quel sentirsi male, sempre anche un po’male, che ci costituisce; e insieme quel capirne poco e capirci poco che ci costituisce nel mentre esercitiamo il nostro agire secondo un volere che, eterogenesi dei fini, mai riesce a ottenere davvero quanto vuole, né forse a volere quanto, se davvero sentissimo bene, vedremmo che è, e perciò da volere (perchè è bene e perciò è da volere)
1. Di quale violenza parliamo? E soprattutto: perché tentiamo ancora un discorso sulla violenza? Per esorcizzarla attraverso la comprensione della sua “essenza”? Per “toglierne il pungiglione”, l’essenza velenosa e annichilatrice che ci sgomenta e terrorizza come possibilità a noi propria? Esiste una violenza “giusta” come reazione alla violenza? Come si vede, il discorso è enormemente importante, ma anche terribilmente complesso.
E’ alquanto difficile, infatti, parlare in astratto di violenza, del puro concetto della violenza, senza innanzitutto chiarire le componenti simboliche, materiali, storico-sociali che l’hanno resa e la rendono possibile. In Téchne. Le origini della violenza, Emanuele Severino scriveva che “la forma di violenza che oggi domina su ogni altra è quella costituita dall’organizzazione tecnologica della società”. Ecco allora che la responsabile della violenza diventa la Tecnica, l’illusoria volontà di poter controllare e guidare il divenire, la storia, l’ordine sociale ed economico, la pretesa nichilistica di produrre e distruggere la totalità dell’essente.
Ma esiste anche una violenza simbolica, che vive nel nostro linguaggio e nei nostri codici ed esiste una “violenza invisibile” che si è incarnata nelle nostre istituzioni sociali, nei meccanismi politici, economici, burocratici, tecnico-scientifici che costituiscono la trama delle società moderne.
E non è forse violenta la stessa tolleranza che costituisce le nostre cosiddette società democratiche? Tollerare non significa accettare, ma tollere, togliere cioè la differenza di ciò che è diverso. Significa rimuovere, scotomizzare, con una violenza simbolica, l’alterità dell’altro. Come dice Zizek (non diversamente da Severino, noto), per combattere la violenza e promuovere la tolleranza dobbiamo attuare scelte che sono daccapo violente. Ma allora per definire il fenomeno della violenza abbiamo bisogno di una concettualità molto elastica, molto mobile: forse fin troppo. E ancora: e se il senso della violenza fosse il (vano?) tentativo della vita di darsi un senso? Se la violenza derivasse cioè dalla pretesa che tutto debba avere un senso, un valore, un’essenza? Violenza come essenza stessa della vita, “la vita che si rivolta contro se stessa nel tentativo di darsi un senso”, diceva Fromm in Anatomia della distruttività umana. Forse per questo oggi i filosofi hanno rinunciato a parlare di violenza – per la “tendenza fondamentale del nostro tempo” è in qualche modo scontato che essa sia inevitabile – e infatti parlano caso mai di “crudeltà”, cioè di quella violenza che si alimenta della sofferenza dell’altro. (Come esempio di crudeltà Rorty cita il caso di O’Brien che in 1984 tortura Winston non per fargli confessare qualcosa, ma per fargli dire che “2+2=5″, cioè per spezzare internamente quel sistema coerente di credenze, idee, valori, ecc. che permette a Winston e a ciascuno di noi di essere un “io”, un “individuo”, “soggetto autonomo e libero”. Questo “sadismo” si allontana dalla violenza come “intaccare l’integrità” perché si traduce in una disarticolazione che permette poi anche di riaggregare a piacimento quel sistema di credenze, idee, valori, ecc.).
2. Se l’origine della violenza è la volontà, allora bisogna avere il coraggio di dire che la libertà è violenza. Proprio perché sono libero posso volere che le cose siano altro da come sono. Ma, allora, ogni atto di volontà, ogni trasformazione – modificazione della forma in cui qualcosa immediatamente è, esiste – è violenza? Ed è violenza, poi, anche ogni atto educativo, visto che nell’educare è implicito il concetto maieutico di “tirar fuori”, di far nascere e quindi di trasformare e modificare ciò che in origine è in accordo con sé (e che prima non era ciò che poi è diventato)? Se così fosse si avrebbe la sgradevole e poco umana conseguenza di mettere sullo stesso piano la violenza di Auschwitz, che vuole che l’ebreo sia altro da come è (e infatti lo riduce in fumo) e quella dell’educatore (genitore, maestro, ecc.) che vuole che l’educando sia altro da come è (e infatti attraverso le regole lo fa diventare altro da come egli è).
Violare qualcosa è intaccarne l’integrità. Sembra evidente, lampante: fare violenza significa provocare un danno teso a ledere un’unità, un’armonia, un insieme di relazioni che il violato aveva costruito e intendeva preservare. Eppure, a ben vedere, si può causare violenza anche altrimenti. Si può cioè violare qualcosa o qualcuno anche semplicemente lasciandolo essere così com’è, nel suo mero esser sé nell’“accordo con sé in sé”: un medico che per rispettare l’integrità di ciò che è integro non tagliasse l’appendice farebbe sì che l’infiammazione a questa si trasformi in peritonite. Quindi lasciare inalterata la “res” può anche significare indifferenza, incuria, negligenza, disinteresse, altrettanto violento della lacerazione che è talvolta necessario causare per poter curare.
Il “kamikaze” che si fa saltare in aria su un autobus distrugge non solo l’altrui integrità, ma anche la propria. Ed è violento non perché vuole che l’altro sia diverso da come è, ma perché crede che egli possa diventare ciò che veramente è, possa cioè guadagnare la sua vera “identità”, conquistando un corpo glorioso ed eterno in un qualche paradiso extramondano inventato dalla sua mitologia religiosa.
E del resto anche la non-violenza – pensiamo ai digiuni di Gandhi – può esser vista come un intaccare l’integrità: anche non mangiare e non bere è una forma di violenza inflitta a se stessi, una violenza autodiretta per ottenere un danno minore in qualche altra sfera.
3. Si potrebbe allora sostenere che violare è intaccare l’integrità di qualcosa che non vuole essere intaccato o che si sottrae strutturalmente alla violazione. Il sofferente di appendicite chiede al medico di violarlo per ripristinare un’integrità che “sente” mancare. Ma, più semplicemente, chi soffre non invoca aiuto affinché il “sentir male” cessi? Tuttavia, non necessariamente la cessazione del “sentir male” implica il “sentir bene”, anche perché talvolta “sentir bene” o “sentirsi bene” significa non avvertire proprio nulla, non essere affatto consapevoli del proprio “accordo con sé e in sé” (della propria salute, della propria condizione sociale, della propria momentanea assenza di affezioni o turbamenti).
Infatti, noi difficilmente “sentiamo il bene” o “sentiamo bene”: il bene, infatti, non è qualcosa che si possiede, non è moneta coniata che si possa dire di possedere. Affermare che ci sentiamo bene significa il più delle volte che non sentiamo alcun male, quindi il nostro accordo con noi stessi in noi stessi, che dovrebbe definire il bene come assenza di violenza, è qualcosa che rimanda a un non-disaccordo con altro da sé. Ma questo non significa allora che l’essere presso di sé implica immediatamente l’alienazione (che non significa eo ipso violenza) dell’andare oltre se stesso? In tal modo la trascendenza deve esser vista come costitutiva dell’essere, che non può più essere pensato come pura identità con sé. Ciò che è, è più di quel che è.
Uscire dalla chiusa ipseità dell’essere quel che si è, del mero accordo con sé e in sé per andare incontro a un’alterità che non controlliamo, che ci espone al rischio della “bella estraneità” (Eichendorff, Adorno…), dell’evento (Heidegger…), dell’aperto (il “Komm ins Offene, Freund!” di Hölderlin…), della trascendenza dell’Altro (Lévinas…), del dispendio improduttivo (Bataille…): forse queste sono solo indicazioni di un percorso che ci può condurre oltre l’impero della violenza che siamo costretti ad abitare, una possibilità per incamminarci al di là di noi stessi, oltre la mera rassicurazione di un’Identità-Verità protettiva e autogarantita e che non è altro che l’endogamia della coscienza, in ultima analisi la vera origine della violenza.
p.s. chiederei a Paolo di spostare il suo intervento nella sezione “Articoli”, altrimenti il testo figura come commento quanto il mio. La ripetizione nell’intestazione è voluta?
È innegabile che tutta la storia della filosofia è la storia del confronto del pensiero con la violenza. Direi anzi che la filosofia è il doppio della violenza. La sofia che da secoli andiamo cercando (non diversamente dal sacro di cui la sofia è l’avatar) è l’oggetto di un desiderio, di una volontà che, in quanto tale, come dice Paolo, inevitabilmente è violenza: sapere l’essere, identificarsi con l’essere, è infatti sempre anche negare il non essere, quella realtà-prima-della-realtà (la cosa in sé di Kant) che, in quanto negazione dell’essere, viene a costituirsi come male a fronte dell’essere che è bene. Ma è chiaro che solo l’arbitrio (la violenza del più forte) garantisce a una parte la qualifica di essere e di bene e all’altra la qualifica di non essere e di male.
Viene in mente la veemenza (violenza) con cui la dea sbarra a Parmenide la via del non essere. Una tale veemenza tradisce la falsa coscienza tipica di chi si illude di esser lì lì per assestare l’ultimo colpo, quello con cui concludere vittoriosamente una lotta di cui non si riesce nemmeno a concepire perché mai sia cominciata, tanto consustanziale a sé è la volontà di differenza.
Come dice Heidegger, però, Anassimandro e Eraclito e Parmenide non sono filosofi, ma “sophoi”. Per loro vale la convinzione che “panta hen”, che le molteplici cose sono parte integrante di una totalità inconcussa, in linea di principio conoscibile e giustificabile anche ai nostri occhi, purché iniziati.
Con la filo-sofia, dalla sofistica in poi, si apre la fase della crisi del sapere e delle sue pretese. Ma in questa crisi il modello del “sophos” non muta e in tutti i modi si cerca di adeguarsi ad esso, chiedendosi continuamente “ti to on”. Solo con Gesù, scandalo per i giudei e stoltezza per i pagani, emerge, mi pare, il totale annichilimento e della religione e della sapienza. Se davvero, come mi pare dica Alessandro in un post sulla dialettica, dobbiamo congedarci da ogni filosofia prima ed inaugurare la filosofia ultima, è ora di iniziare a/tentare di volgere il nostro “philein” su altro, sull’altro e la sua im-possibilità.
In base a ciò, resto un po’ perplesso di fronte a quello che scrive Paolo, certo, non con pretese di sistematicità. A un certo punto egli sembra negare realtà alla violenza, dicendola un’illusione volontaristica. Idealisticamente, però, anche le illusioni sono e di desideri e di conflitti tra desideri si compone ciò che chiamiamo realtà. Solo se intendo tale realtà come una totalità pre-data, solo se la reifico, posso guardare con serenità alle violenze/illusioni di cui dialetticamente essa si sostanzia. Ma la totalità non è data e tale serenità non è, di nuovo, che la violenza mascherata del “sophos”, di colui che, come Clint Eastwood in tanti western, affetta imperturbabilità per disinnescare la violenza del rivale e risultare vincitore.
Diverso, invece, e del tutto condivisibile è il discorso sull’ironia con cui non colpisco mai la violenza dell’altro senza colpire anche la violenza del mio stesso colpire. Socrate docet, come pure la sua vicenda …
Un’ulteriore difficoltà mi nasce in riferimento al “sentire male/sentire bene”.
A livello fenomenologico – se capisco bene – si dà qualcosa come un “sentire il o un male”, quando la nostra volontà (consapevole o meno) è impedita. E questo sentire sembra esperiscano anche gli animali e la natura tutta.
“Sentire male”, nel senso di un qualche bias cognitivo (ossia di un difetto nel lasciar essere in sé stessi la realtà che è), non è, invece, – mi pare – un dato immediato. C’è un primo momento in cui sento bene e un secondo in cui sento che ciò che sentivo prima era frutto di un sentire male. Questo secondo sentire si pone come criterio e decide che il primo era sentire male, benché contestualmente ad esso prima mi sentissi bene, anzi benissimo. Si capisce, però, che il processo può ad ogni istante ricominciare, che il secondo sentire è solo un momentaneo sentire meglio e che in tal senso non c’è un sentire bene assoluto in base a cui altri sentire siano “sentire male” e quindi siano violenza.
E tuttavia un sentire male che sia anche immediatamente un sentirsi male e sentire un male, talvolta, in taluni, forse sempre più di frequente, si manifesta: esso è inscindibilmente violenza e consapevolezza di essa violenza. Come nel paradosso del mentitore la menzogna risulta essere un fatto indipendente dal darsi di una realtà vera e denuncia la presunzione veritativa del linguaggio prima ancora che esso provi a riferirsi ad alcunché; così, qui, la violenza si mostra a prescindere dal darsi di un essere/bene che la subisca e che poi mi faccia la violenza estrema e sottile di farmi sentire violento. Qui la situazione precipita: non ho di fronte a me un essere/bene, ma me stesso, in quanto pura aspirazione all’essere/bene e bene sentire e sentirmi. E sento che tale aspirazione abortisce continuamente, per una sorta di reazione autoimmune. A questo punto mi sento male e grido il mio male. Non dico più me stesso, non affermo nulla. Chiedo aiuto. C’è qualcuno, qualcosa, che sia-non-sia come me? [Ché se invece fosse-fosse, non mi sarebbe di alcun aiuto]. Fine della filosofia.
Esplicito subito la tesi, la mia opinione insomma: io non credo che, finchè siamo, come siamo, entro il mondo in cui siamo o, forse meglio, entro l’intepretazione che costituisce il mondo in cui siamo, la violenza sia eliminabile.
Non credo nemmeno, a costo di apparire cattivello, che la violenza sia sempre del tutto, o tutta, negativa (e può non esserlo sotto molti lati, in più diversi sensi, come accenno nell’ultima parte del mio post).
Credo sia peraltro faccenda tremendamente seria, ben più che solo un interessante oggetto di disquisizione teorica o di dibattito filosofico. E naturalmente faccenda seria la sarebbe anche qualora in realtà essa fosse un sogno, un’illusione, un’apparenza (o il contenuto di un sogno, di un’illusione…). I sogni possono essere incubi e io trovo assai sgradevoli gli incubi (anche qualora fossero poi dissolti da un risveglio). Se si sta male, per esempio se si è in depressione, non credo si stia meno male per il fatto che magari tale male non ha motivo effettivo d’essere o che non sia stato male mentre era male qualora a uno sguardo ampio esso possa pure diluirsi o dissolversi.
Credo quindi, proprio perchè è faccenda seria, che vadano tenute ben ferme le differenze di grado e modo che la violenza effettivamente può presentare (un conto è una sberla, un conto l’operazione chiururgica; un conto è se io esercito violenza, un conto se la subisco; un conto è l’ergastolo un conto la pena di morte, ecc..Un conto Auschwitz, e un conto il Gulag… Da un altro lato: un conto è fare il primo passo verso Auschwitz e lì fermarsi, un conto fare il secondo e così via, e un conto è Auschwitz).
Preferisco inoltre ce ne sia meno che non più (in generale perchè no, ma soprattutto almeno in relazione a me e a chi cui tengo), che ci sia nei film piuttosto che non nelle strade, che sia fatta a lui che non a me – e tale opzione tanto più quanto più il lui in questione mi è distante- ecc.)
Sarà banale, ma sarà il caso dirlo.
E sarà opportuno quindi che quanto sopra me lo si dimostri casomai sbagliato, ma mi sia tenuto fermo. E in tutti i lati di quel che cerco di pensare (per estrapolazione di parti di discorso, o per attribuzione di intenti o referenti non espressi, si può far dire quasi qualsiasi cosa a chiunque. Magari quel che dico è effettivamente etichettabile, ma l’etichettatura non mi pare l’esercizio più interessante del pensare. Comunque, tanto per dare piccola indicazione, molto della seconda parte del mio intervento iniziale dipende dalla lettura per me interessante di un piccolo libro della De Monticelli)
Ritengo però, certo, che eliminare la violenza implichi niente di meno che uscire dal come siamo e come pensiamo.
Ma non sto con ciò dicendo che, per il fatto di dire ciò, allora si possa uscire dal come siamo e come pensiamo. Posso pure dire: purtroppo. Ma non mi pare che quando si pensa questo dalla violenza si fuoriesca.
(Ne sono invece fuori, forse, piuttosto quando, senza magari pensare troppo o pensarci, mi capita il ritrovarmi in armonia col mondo, gli altri, te. In questo senso, pure in armonia con me, nel mio sentirmi bene. Perchè ciò sia, non sono necessarie, e forse nemmeno opportune, eccessive consapevolezze).
(In questo senso quindi anch’io propendo per la fine della filosofia? In un certo senso certo. Con una battuta, che forse non è solo tale: se si è felici non si filosofa, filosofia è ricerca di ciò che non si ha. Però sarò anche qui esplicito: se, Giuseppe, alludi all’alternativa di Gesù, mi spiace ma io la fede non ce l’ho e quindi ti seguo fin dove posso, cioè poco. E ti chiedo: perchè dovrei seguire Gesù -ma “voi chi dite chi io sia?” (quello di Saramago non mi spiace, ma…- e non invece vedi tu. Dalai Lama? Buddha? Maometto? Sai Baba? O chi?)
Inoltre, come cercherò di chiarire di più, spero, alla fine, credo di sapere anch’io che c’è il diverso. E so che ci sono il fuori, l’oltre, il dopo, l’altro. E la trascendenza e il rapporto ineludibile che io e tu abbiamo con il trascendere. E altro, e altro (ma penso pure quindi, per questo, che non siano perciò il nulla). (Io non sono certo Hegel, ma ogni tanto anche Hegel soleva ricordare che sapeva anche lui quel che sapeva il suo maggiordomo). E che quindi negarli è negare le cose per quel che sono (e l’esser quel che sono in quanto diverso, in quanto fuori, in quanto altro, in quanto oltre, in quanto dopo, in quanto trascendentisi..). Sarebbe tra l’altro negare quell’esser quel che è, che è la relazionalità in cui tutti siamo e che tutti siamo.
Penso infine che quel che in filosofia si fa sia cercare la verità. E che la verità sia cosa molto comune pure; per lo più, come dire, banale. Che essa sia la verità e null’altro che la verità, nient’altro che la verità come si dice nei tribunali, spesso appunto una povera nuda verità. Spesso è pure non detta o non riconosciuta o, che so, nemmeno, al limite,riconoscibile.
Per cui, parafrasando, per lo più so di non saperla.
Nella verità non vedo perciò alcuna enfasi. Perciò la parola non l’ho mai scritta con la maiuscola, e non comprendo esattamente che sia la Verità (un Dio? Un’ipostasi? Un Valore? La personificazione di cosa mai?).
Con questo mi pare evidente, ribadisco, che credo di non di saperla sempre (ma che d’altronde magari la si sa, in un qualche modo, o la si è un po’ tutti).
Credo insomma ci siano molte verità (tra l’altro tutte proposizioni o fatti wittgensteinianamente tutti di ugual valore in quanto tali) che non so. Ma proprio perchè in realtà pensa ci sia, uno può dire che non la sa. Fosse anche pure, la verità, quella che c’è solo la verità che è vero che io penso che ci sia, o che è vero che io penso di non saperla.
La questione dell’essenza che Alessandro (implicitamente?) pone mi pare poi davvero interessante perchè direi innanzitutto che certamente la violenza non è l”essenza” della violenza.
In un certo senso, magari la violenza fosse solo un’essenza! Per questo anche, se lo scopo del ragionarvi su fosse togliere il “pungiglione della violenza”, non è che lo si tolga per il solo fatto di cogliere, della violenza, l’essenza.
Quando dico “Il sole splende nel cielo” sto parlando del sole (e dello splendere, e del cielo). Ma sto parlando dell’essenza del sole o del sole?.
Il sole luminoso splende. Illuminando, la sua luce onni-pervade. E’ da un’essenza che dipendono luce e colori?
Quando formulo la proposizione sopra sto cioè parlando di un’essenza? O di un evento? O di una serie di eventi in un preciso modo connessi?
E se dico “la violenza si manifesta nel mondo”, come stanno le cose?
Certo: ci sono in realtà solo momenti diversi di luce, ognuno unico, e irriducibile.
E non c’è “la violenza”. Ma bensì i singoli atti violenti invece ci sono, esperienze concretamente vissute, relazioni in atto.
Certo: se parlo del sole e della sua “essenza” non, per questo parlarne, si modificano il suo scaldare e illuminare. Perchè il sole non è la sua essenza.
Così come non è indagando e magari rinvenendo l’essenza della violenza che di per sè la violenza viene domata, o negata.
E’ il sole (questo sole qui e ora) che scalda, non la parola che pure è il suo senso.
E’ la violenza (questa esperienza qui e ora) a far male, essa si sente. Non la definizione essenzial-concettuale. Che pure è il suo senso.
La violenza quindi nemmeno è la sua “essenza”.
Ma resta pur vero che è anche con l’essenza che ho pure concretamente a che fare, quando la violenza si dà nel suo irriducibile fatto. Così come è con “l’essenza” del sole che ho a che fare ogniqualvolta mi scaldo ai suoi raggi. Perchè non sono lo stesso l’esperienza, ammesso che essa sia anche solo concepibile, muta e cieca del puro sentire ciò che si sente, e l’esperienza dell’uomo che pensa e parla e avvolge ogni cosa della parola in cui pulsa il senso che apre il mondo in cui per davvero noi siamo.
Con questo senso ha a che fare l’essenza, con questa essenza il senso ha a che fare. La parola avvolge la cosa (anche “cosa” è una parola, e la parola peraltro è anche una cosa). Questo mi insegna una certa ermeneutica.
Certo resta da chiarire che cos’è per davvero “l’essenza” (cioè quale è l’essenza della cosa cui pensiamo quando diciamo “essenza”?).
Ma anche senza indagare preliminarmente intorno a ciò, quando viviamo esperienze in cui diciamo o pensiamo che vi sia presente violenza, è pur vero che anche l’essenza della violenza entra a costruire l’esperienza pure vissuta, che è altra dal dolore muto e sordo del pure subire violazione e dolore senza la luce del senso.
Ma allora dove porta questo ragionar sull’essenza? (porta dove porta, a qualcosa porta).
Ora: mi pare che da un lato è come se noi non si riesca a saltare al di là del ragionar per essenze (del ragionare con quei concetti che sono le essenze), pur comprendendo tutti i limiti e le aporie del ragionar per essenze. E inoltre che il ragionar per essenze a qualcosa di ineludibile alluda, che un qualcosa cui l’essenza rinvia pur vi sia nelle cose e nel senso. Per cui per esempio, per il fatto di stare sotto lo stesso cielo, illuminati dallo stesso sole, almeno questo tutti abbiamo in comune (abbiamo quindi di essenziale) di stare sotto lo stesso cielo, dentro lo stesso mondo.
Ma se questo fatto lo vogliamo chiamare altrimenti, dando altro nome al posto di essenza, nessun problema (come dire, basta capirsi)
So infatti anche io che è norma di “buona creanza” tra certi filosofi oggi, non parlare di “essenza”. Chi lo fa pecca. Come minimo di sprovveduta ingenuità.
Ripeto, anch’io forse lo so. E so che con Wittgenstein e dopo Wittgenstein si deve ” … Non dire: deve esserci qualcosa di comune a tutti, altrimenti non li chiamerebbero “giochi”- Ma guarda se ci sia qualcosa di comune a tutti… Non pensare, ma osserva!” (Ricerche Filosofiche 66)”. E sono pure d’accordo.
Lo so, l’ho già detto: violenza è ben altro che un ‘essenza. Violenza è una serie di atti specifici, ognuno irriducibilmente individuato e incarnato. Ognuno diverso certo.
Eppure ognuno violento.
E certo tutto ciò deve essere ulteriormente sostanziato per poter dire di parlare davvero di cose. E le cose specifiche hanno certo “componente simbolica” e “condizione materiale” (e altro e altro) che le determinano (ma a questo punto bisognerebbe vedere che sia – quale sia dunque l’essenza di?-”componente simbolica” ecc… perchè anche “componente simbolica” ha condizioni determinanti specifiche, e così via e così via).
Insomma: si può davvero uscire dalla “gabbia dell’essenza”?
E se questo fosse un falso problema?
Il problema sarebbe che o si parla di cose, o non si può che parlare con (per mezzo di, di) essenze.
Ma a questo punto, nel secondo caso, le essenze diventano cose e le cose cui vuol ancorarsi la prima alternativa sono quel che sono per la parola (l’essenza?) che le “riveste” del loro senso. Dando appunto a loro senso, che altrimenti non hanno o hanno diverso. Il loro senso.
La parola struttura la cosa, la avvolge. Con questo abbiamo a che fare. Questo è il mondo in cui siamo. L’intepretazione in cui siamo e da cui non possiamo uscire così come non si “salta al di là della propria ombra”.
Per questo tendo anche a pensare perciò che il fatto che ci sia violenza, e il cosa sia violenza, siano intepretazione. Ma intepretazione non vuol dire irreale, non vuol dire che il mondo intepretato non sia il mondo vissuto.
In questo senso, che non mi pare per nulla irrilevante perchè non comprendo come possa essere irrilevante il livello dell’intepretazione (che è il mondo), la violenza è quindi in qualche modo dappertutto? Se così fosse, l’unica cura possibile non potrebbe forse che essere cura, in qualche rischioso senso preciso peraltro, omeopoatica.
Per il resto concordo sostanzialemte su molto e sull’importanza di tutto quanto avrò da pensare di quello che Alessandro e Giuseppe propongono.
Ma per concludere (e concludo, sennò chi mi legge?) senza tornare al cio che è che è piu di quel che è (che a questo punto accolgo, come una bella metafora almeno), perchè se dico “X è Y” non sembra piu un giochino, mentre se dico “quasiasi cosa X sia, sia pure la più complessa o che so il fatto che X in qualche senso o modo sia Y,è X e non è non X” lo sarebbe invece?
Se si vuole ragionare logicamente questo è il gioco a cui so giocare. Per cui X potrebbe stare per ” l’ente è quel che è, cioè: aperto a un fuori, relato all’altro, aperto alla trascendenza, fluidamente,sopra, sotto, e in tutti i sensi in cui lo è” Questo è quel che penso, nel nesso che è.
Se invece in questo ipostatizzo, dovè è l’ipostasi? Non me ne accorgo.
Però è vero: vedo anche identità (l’identità pure di diverso in quanto diverso) e credo che non violarla non sia violenza (per cui violarla invece… Ma ripeto, che l’identità di cui sto dicendo, per me è pure la X di sopra). E certo, violarla (violenza) o un modo violarla è fissarla, negandone la fluidità. Questa io la chiamo identificazione: (impossibile) fissazione d’identità. Vogliamo chiamarla, quest’ultima, o relarla a, endogamizzazione? Nessun problema. Ipostatizzare il fluido, negare apertura all’altro, certo che è violenza. Casomai, mi interessa pensare se sia LA forma della violenza o UNA sua forma.
Ma se un diverso, un altro, un oltre, avesse la sua origine da un dentro (però non sto dicendo che il finito non abbia relazione col fuori pure) invece che da fuori ciò sarebbe endogamia? Ma soprattutto sarebbe, credo. Sarebbe così, punto e basta (ribadendo che non sto dicendo che sia così)
E se oltre l’essere non ci fosse nulla, che ci sarebbe di errato a pensare l’Intero tutto come, esso ed esso solo quindi, endogamico? (l’Intero che sia chiaro, non so per lo più che sia. E se è infinito, come non posso non pensarlo, è pure inesaurbile. Ma se l’Intero è intero, qualsiasi altro non può che stare nell’Intero. Del quale Intero non riesco a dire che sia nulla, perchè a me pare invece non possa che essere, quel che è)
P:S. Infine certo che se l’origine della violenza è volontà, e la volontà è libertà, allora la libertà è violenza. Non vedo perchè non lo si debba dire. Mi sembra ovvio (ma, certo, solo se…. e se…).
Che, se poi ciò implicasse,alla fine di una certa strada, che la lbertà invece per davvero non c’è, in fondo cosa (mi) cambia, posto che ora io ho l’idea (sono incarnato nell’idea) che la libertà ci sia?
Così: certo che se dare senso è volere che un ente sia segno e non solo sè (nell’infinità dei nessi per cui è quel che è), e un altro ente significato e non solo sè (nell’infinità dei nessi per cui è quel che è); e se violenza è…., allora dare senso è sempre violenza (e anche qui solo se… e se.). Trovo anzi interessante cercare di ragionare sul fatto che pure parlare, usare il linguaggio, sia il problema prima che eventualmente la soluzione.
E poi certo che il Grande Fatello produce anche una nuova integrazione-integrità sui frammenti dell’integrità perduta. Ma questo non esclude che ciò sia violenza. La violenza è spesso “costruttiva”, costruzione di nessi che però in quanto tale distrugge i precedenti. Ogni aggregazione disgrega quanto era nell’aggregazione precedente (che peraltro è concepibile come non aggregazione solo se raffrontata ad un modello, ma non in sè…). Ogni destrutturazione è pur sempre una certa disposizione delle parti, ogni strutturazione viola la precedente disposizione… Ciò è assai comune? Pensare ciò è onnipresente? Ma, appunto, dentro questa visione non vedo modo, come ho detto all’inizio, di uscire dalla violenza (e riprendendo, volendo, a questo punto tutto quanto precedentemente detto. Ma, sia chiaro: tutto)