Quando entra in un consiglio di classe, in un’assemblea condominiale o assiste ai dibattiti parlamentari, la maggior parte delle persone – docenti, inquilini, spettatori – ha (credo) un moto di insofferenza nel migliore dei casi, di astio, ripulsa, rigetto violento nei peggiori. Parole, parole, soltanto parole! Si chiacchiera tanto e non si conclude niente! E ciascuno si chiede a che cosa servono tante discussioni, tanti dibattiti, tante polemiche che sembrano non recare alcun vantaggio alla collettività. Concludendo, ahimè, che discutere non serve a niente. Questo è il germe di una mentalità e di una precisa tendenza che chiamo qui, ricollegandomi anche a recenti studi di psicologia sociale, “tendenza antidemocratica”.
Nell’importante capitolo ottavo del suo lucido e utilissimo trattato di teoria della politica, intitolato “Dall’ideologia democratica agli universali procedurali” (Teoria generale della politica, 1999, pp. 381 e 427), il compianto Norberto Bobbio (1909-2004) ricorda un brano della Guerra del Peloponneso (II, 40) in cui, secondo la testimonianza di Tucidide, Pericle sosteneva che non ci può essere un buon regime democratico, ovvero una democrazia che funziona, se i cittadini non si interessano alla cosa pubblica e non vi partecipano con discussioni che devono precedere l’agire. Una democrazia funziona cioè se e solo se ci si occupa sia dei propri affari privati sia della cosa pubblica, senza trascurare gli uni per gli altri: «La cura degli interessi privati procede per noi [ateniesi, n.d.a.] di pari passo con l’attività politica, ed anche se ognuno è preso da occupazioni diverse, riusciamo tuttavia ad avere una buona conoscenza degli affari pubblici. Il fatto è che noi siamo i soli a considerare coloro che non se ne curano non persone tranquille, ma buoni a nulla». Quindi, chi non si impegna nella vita democratica, chi si sottrae alla discussione, chi pensa che sia inutile ragionare e argomentare, non è affatto una persona pacifica, un quietista o irenista della vita sociale, oppure un qualunquista, ma un incapace, un buono a nulla. Vivere in una democrazia richiede quindi l’impegno a sviluppare la propria intelligenza discorsiva, a potenziare la capacità di ragionare e argomentare correttamente. Questo non inibisce l’agire, la prassi, non è uno sterile “parlarsi addosso” (come si sente dire da molte parti, compresi quegli organi collegiali che ricordavo prima) ma fa sì che l’azione sia guidata da una riflessione ponderata, misurata, rivedibile: solo se si è ragionato prima di agire si può, nel caso in cui l’azione non dia i risultati sperati, riconcettualizzare il rapporto con la realtà. Concludeva perciò Pericle: «Noi non pensiamo che il dibattito arrechi danno all’azione; il pericolo risiede piuttosto nel non chiarirsi le idee discutendone, prima di affrontare le azioni che si impongono».
Forse è utile ripensare queste parole in tempi di “tirannia della maggioranza” o dei “vincitori che hanno avuto il mandato dal popolo” dinnanzi ai quali i vinti possono solo “rassegnarsi”, in tempi di trionfo di teorie che irridono all’impotenza della democrazia (per il suo pluralismo, per il suo relativismo e altro ancora), e inneggiano apertamente a un decisionismo autoritario che di democratico non ha più nulla.
Bobbio poi formula i principi fondamentali su cui si deve basare un regime politico democratico. Essi sono:
- Principio fondamentale di eguaglianza o condizione di inclusività: in democrazia, eguali sono (debbono essere) «tutti i cittadini». Tutti, insomma, devono essere cittadini, titolari di una “quota” di potere politico.
- Principio di equipollenza: «il voto di tutti i cittadini deve avere peso eguale». La quota del mio potere politico deve essere equipollente alla tua (quindi ciascuno deve poter partecipare allo stesso titolo alla vita della democrazia).
- Libertà democratica 1: condizione di pluralismo nell’informazione: «Tutti coloro che godono dei diritti politici debbono essere liberi di poter votare secondo la propria opinione, formatasi quanto è più possibile liberamente, cioè in una libera gara tra gruppi politici organizzati in concorrenza fra loro».
- Libertà democratica 2: condizione di pluralismo politico: i cittadini devono avere la possibilità oggettiva di «scegliere tra opzioni diverse, cioè tra partiti che abbiano programmi diversi e alternativi». Non è democratica un’elezione a lista unica e bloccata, in quanto una scelta obbligata non è una scelta libera, e una scelta non libera non è una scelta.
- Principio di maggioranza: condizione di efficienza, perché serve a far funzionare la democrazia, permettendo di raggiungere decisioni collettive: sia gli elettori che gli eletti devono prendere le decisioni rispettando il principio di maggioranza.
- Principio di salvaguardia della minoranza: «nessuna decisione presa a maggioranza deve limitare i diritti della minoranza, particolarmente il diritto di diventare a sua volta maggioranza a parità di condizioni».
C’è poi un’ultima “metaregola” che non è propriamente un “universale procedurale”. Se manca questa, saltano però tutte le altre. Quindi bisogna chiarirla bene.
Nel Dizionario di Politica Bobbio dice infatti che «tutte queste regole stabiliscono come si debba arrivare alla decisione politica non che cosa si debba decidere. Dal punto di vista del che cosa l’insieme delle regole del gioco democratico non stabiliscono nulla salvo l’esclusione delle decisioni che in qualche modo contribuirebbero a rendere vane una o più regole del gioco… Certamente nessun regime storico ha mai osservato compiutamente il dettato di tutte queste regole; e per questo è lecito parlare di regimi più o meno democratici. Non è possibile stabilire quante di queste regole debbano essere osservate perché un regime possa definirsi democratico» (p. 241).
Per Bobbio in una democrazia è necessario escludere solo una cosa: che si prendano decisioni che facciano saltare le regole del gioco democratico. Lo si può chiamare “principio di autotutela della democrazia” o, forse, apriori democratico.
E’ soprattutto la riflessione su queste condizioni della democrazia che mi porta a chiedermi (con il professor Michelangelo Bovero, di cui ho recentemente letto un saggio e sentito una lucida quanto allarmante conferenza a Brescia):
- la democrazia rappresentativa esiste ancora in qualche luogo?
- stiamo ancora giocando a un gioco democratico o al gioco del “chi vince piglia tutto” e può quindi anche cambiare le regole del gioco?
- la democrazia – sia come insieme di regole alla Bobbio, sia come atteggiamento e costume in senso pericleo – si sta avviando (si è già avviata) al tramonto?
- o la democrazia si trova davanti problemi ingestibili, come la frammentazione e il politeismo dei valori nelle società pluraliste, il corporativismo e le lobbies, i contropoteri più o meno occulti, il razzismo, la manipolazione dell’informazione?
A Brescia, il professor Bovero ha detto che non c’è da farsi molte illusioni: tutte (tutte!) le democrazie rappresentative si stanno trasformando o si sono già trasformate (più o meno velocemente, più o meno consapevolmente) in autocrazie elettive (modello Putin). La metaregola finale è stata violata (soprattutto in Italia con la recente legge elettorale). E che dire dei fatti della “notte nera della democrazia” alla scuola Diaz di Genova (21.7.2001: è stato accertato persino l’uso della tortura) e delle recenti aggressioni squadristiche anche ad organi d’informazione?
Quindi, a rigore, la democrazia è al crepuscolo. E’ seriamente danneggiata.
Anche a me pare che, corrosa poco a poco, la democrazia stia diventando come il “cervello nella vasca” di Putnam (Brains in a Vat, 1981). A furia di togliere questo e quello (per renderla più efficiente, più adatta al mercato, più diretta, più aderente alla volontà del popolo, e così via), la democrazia è diventata come quell’esperimento mentale, narrato da Putnam, in cui uno scienziato malvagio mette in un’ampolla con sostanze chimiche il nostro cervello per comandarlo a suo piacimento. A questo punto, la democrazia si può ancora considerare una realtà in grado di esprimere un’idea, una volontà propria oppure ormai essa è eterodiretta e corrotta, apparente e autoritaria?
Credo che in “Prismi” sia urgente un dibattito su queste domande.

L’articolo contiene secondo me due punti deboli, entrambi riguardanti l’”evidenza” presentata a supporto del (presunto) declino della democrazia. Puntualizzo pero’ prima di tutto che la parola “declino” indica non un livello, ma una tendenza, (una derivata, per chi ha studiato calcolo). Quando nella storia dell’Italia la democrazia sarebbe stata in condizioni migliori? Nel 1968? Nel 1977? Ma per piacere! Ma torniamo all’evidenza empirica.
La prima, presentata all’inizio, riguarda la disaffezione dei privati alla partecipazione in vari consigli e comitati. Per esperienza personale (ho sempre lavorato in luoghi in cui quasi tutte le decisioni, anche di tipo amministrativo, vengon prese con metodo democratico attraverso comitati, nominati, spesso, anch’essi attraverso elezione), posso assicurare che il metodo democratico non e’ il piu’ efficace per qualsiasi decisione. Quale fiore occorra mettere sul giardino del condominio, con che tipo di detersivo lavare le scale, e cosi’ via, sono decisioni che sono piu’ efficacemente delegabili. Se poi i fiori non piacciono, o se le scale sono sporche, si cambia fiorista e/o impresa di pulizie. E’ il “rappresentativa” nel termine “democrazia rappresentativa”: si delega una parte delle decisioni ad una persona o piu’. La disaffezione alla partecipazione a questo tipo di decisioni puo’ essere dovuta a varie cause, per esempio l’aumento della ricchezza e del reddito, che implica un maggior valore del proprio tempo libero.
Il secondo set di evidenza “empirica” sarebbero le parole del prof. Bovero, che non conosco, che presenta prima un modello di una societa’ che non ha mai conosciuto una democrazia in nessuna forma (il riferimento a Putin), per poi presentare esempi che dire aneddotici e’ veramente poco:
- i fatti della Diaz (hanno questi fatti veramente cambiato la possibilita’ di dimostrare ed esercitare la liberta’ di parola in Italia? A me non pare)
- un “tentato” blitz alla Rai
Davvero basta questo per affermare che “la democrazia e’ al crepuscolo”? A me pare un po’ poco. La tesi potrebbe essere supportata piu’ efficacemente sostenendo che i principali organi di informazione oramai non hanno alcuno interesse a contrastare il “regime” (caso esemplare: il Corriere della sera, che ha tirato la volata, assieme a tutti gli altri, a Veltroni, e ora sembra scritto da un Fede senza le gaffes e con un po’ piu’ di grammatica).
Io credo pero’ che neanche questo basti. Quali dei principi elencati da Bobbio (assumendoli per validi, non ci ho pensato abbastanza) sono violati? L’unico seriamente in pericolo e’ il n. 3. Oramai pero’ i costi dello scambio e diffusione di informazioni sono ridotti al lumicino. Il ruolo dei media principali sara’ sempre piu’ ridotto. Obama ha vinto non grazie ma nonostante l’appoggio dei media, come affermato qui: http://www.noisefromamerika.org/index.php/articoli/1216
Pensa ad uno degli episodi da te citati, la Diaz. Nell’era dell’iphone e di youtube, abusi di questo tipo saranno sempre piu’ difficili. Io non sono cosi’ pessimista. Certo, a casa mia il presidente a gennaio sara’ il Messia, voi invece vi tenete il vero abbronzato, ma neanche naturale, con le lampade!
Le osservazioni di Andrea mi stimolano a specificare meglio alcuni aspetti della crisi delle democrazie occidentali. Tutti abbiamo a cuore la democrazia. Ma più a parole che nei fatti. Personalmente, non sono fra quelli che sostengono che la democrazia è il minore dei mali. Sono, anzi, del parere che la democrazia sia un’idea ancora non realizzata e che bisogna portare a compimento. Che la democrazia non sia efficace per ogni decisione è sotto gli occhi di tutti: ma sin dai tempi di Schumpeter e Pareto questo è un argomento usato per liquidare la democrazia in quanto tale, non per migliorarla.
Comunque il modello secondo me non deve essere l’evidenza empirica dell’assemblea di condominio o quella dei consigli di amministrazione pubblici o privati. E nemmeno quella degli organi collegiali. Semmai, è la riunione condominiale, che ha (o dovrebbe avere) come suo modello normativo la procedura che regola la democrazia rappresentativa. E se questa è troppo lenta per decidere, la soluzione non è certo il cesarismo degli a.d., perché esistono modelli di democrazia sociale e deliberativa che coniugano rappresentatività ed efficienza. Su questo ha scritto un libro interessante Paul Ginsborg (vedi qui).
Veniamo alle obiezioni che Andrea muove al mio articolo.
La prima: la disaffezione dei privati alla partecipazione in vari consigli e comitati non prova che la democrazia sia in declino, comunque si voglia interpretarlo (come livello o come tendenza). Nelle società moderne i privati, semplicemente, investono il loro tempo libero in attività più interessanti e/o coinvolgenti che non l’impegno nella res pubblica. Quindi preferiscono delegare le decisioni che riguardano tale sfera ad altri. Talvolta l’insoddisfazione nasce da come viene gestita tale delega dai rappresentanti.
Naturalmente questo è ben noto ai teorici della democrazia che non da oggi parlano della sua crisi (uno dei primi studi rigorosi sulla crisi delle democrazie elettive, di Huntington, è del 1975). Ma proprio quello che dice Andrea conferma la gravità della crisi. La democrazia è infatti un sistema di regole del gioco e di controlli, di equilibri e di bilanciamenti. Non è un sistema di deleghe. Il “rappresentativa” di “democrazia rappresentativa” non significa affatto “democrazia delegata ad altri”. Rappresentativa significa, nelle teorie della democrazia da Kelsen a Bobbio e oltre, democrazia parlamentare. E il parlamento è nato (vedi Costituzione italiana, ma anche quella americana) per limitare gli effetti dannosi che derivano dall’esercizio del potere. La democrazia è sì basata sulla sovranità popolare, sul potere del popolo, ma non si tratta di un potere illimitato (questo si chiama, semmai, populismo e la forma di governo che lo sfrutta a proprio vantaggio, strumentalizzandolo, si chiama, invece, demagogia), un potere che il popolo è chiamato a esercitare “nelle forme e nei limiti della Costituzione”: art. 1, comma 2. In altri termini, la democrazia non è esercizio incondizionato di poteri da parte del popolo. Per questo io riportavo quel discorso di Pericle (citato da Bobbio) in cui è così importante lo sviluppo dell’autonomia personale attraverso la discussione pubblica e l’argomentazione razionale. Più ci sono individui autonomi e capaci di argomentazione razionale, più c’è democrazia, perché l’argomentazione razionale è già in sé un argine, una difesa contro gli abusi del potere. E’ a questo livello che, secondo me, va posta la questione del pluralismo dell’informazione e in generale del ruolo del quarto, quinto e sesto potere (stampa, TV e rete). Andrea invece la pone successivamente e, da buon liberale, pensa che basti la libertà di opinione e il pluralismo dei media per rendere una società più democratica (vedi la sua osservazione sul caso Diaz).
La seconda: la debolezza del set di evidenze empiriche addotto da Bovero (e da me) per affermare che la democrazia sarebbe al crepuscolo. Certo che Bovero (e il sottoscritto) sa benissimo che prima di Putin la Russia non era una democrazia. Il fatto che non lo fosse prima non permette però di concludere che adesso la Russia sia diventato de facto una democrazia solo perché si autocomprende come tale. Ed è appunto questo rendere elastico, buono a tutti gli usi, il concetto di democrazia ciò che a me fa specie. Suffragio universale, libere elezioni e finanche pluralismo partitico sono una condizione necessaria, ma non sufficiente, di democrazia, perché eleggere non è per niente un atto univoco e il pluralismo politico è una finzione se non è accompagnato da tutta una serie di controlli incrociati e di equilibri normativi su chi detta le regole del gioco. Nel caso della Russia: l’esecutivo, cioè Medvedev. Cioè Putin, che lo ha imposto perché la costituzione russa gli proibiva il terzo mandato. E comunque Putin resta primo ministro, nominato dallo stesso Medvedev. E questa sarebbe democrazia?
Il problema è: in una democrazia rappresentativa, per chi votano gli elettori? Per i loro rappresentanti o per i loro governanti? La prima opzione è il parlamentarismo, lento nelle decisioni ma formalmente rappresentativo; la seconda è il presidenzialismo, rapido nelle decisioni ma non rappresentativo. E poiché la gente ritiene che il tempo libero, come dice Andrea, abbia maggior valore dell’occuparsi del bene comune, si giunge a quella che era per me la premessa filosofica della questione. Nessuno vuole più assumersi delle responsabilità e quindi le delega agli altri. Ecco allora la diffusione di quelle che Bovero giustamente definisce autocrazie elettive, e che sono di fatto regimi autoritari legittimati dalla volontà popolare.
Ma questo dipende, daccapo, dall’odierno disprezzo del dibattito, della discussione, del dialogo, di tutto ciò che deve seguire regole e procedure determinate. Si arriva cioè a disprezzare la democrazia, dimenticando che essa serve 1) a ridurre il più possibile gli inevitabili conflitti che il vivere sociale produce, 2) a limitare e a gestire razionalmente il potere, non a delegarlo, firmando una cambiale in bianco, affinché qualcun altro ne faccia l’uso che meglio crede (modello dell’amministratore condominiale).
Quanto alla democratizzazione grazie ai media io non mi farei molte illusioni. A me pare che YouTube e gli iPhone – ma, bisogna ammettere, anche i blog stessi – siano più esaltatori di narcisismo che strumenti di democrazia. Sull’elezione di Obama io invece la penso diversamente: nonostante i toni messianici (ma credo che Obama non sia solo questo) credo sia un segnale positivo di democrazia l’affermazione di un non-politico proveniente dalla società civile e non-wasp.
Che la democrazia dia il minore dei mali o il maggiore dei beni mi sembra sia la stessa cosa. E che Pareto o chicchessia abbiano usato certi argomenti per liquidarla mi importa ancora meno (anche se gli argomenti sono logicamente validi, empiricamente sono da verificare caso per caso, non dimentichiamolo: la regola che si usa per decidere quali fiori vadano sul davanzale non deve essere la stessa di quella per decidere se staccare la spina ai malati terminali ). Quello dell’assemblea di condominio era pero’ solo un esempio, e’ chiaro che stiamo parlando di quale modello vogliamo adottare per decisioni di scala piu’ ampia.
Vorrei dunque espandere e chiarire, scusandomi se non rispondo direttamente alle tue argomentazioni: anche a me piace vivere in un mondo nel quale sono realizzati il complesso di sei (o nove) valori che Bobbio definisce come “democrazia”. Ma non c’e’ nulla in quello che ho visto in Bobbio (magari mi sbaglio) che stabilisca che un sistema maggioritario sia meno “democratico” di uno proporzionale. Cosi’ come non credo Bobbio si sia soffermato molto sull’alternativa fra l’uso della delega vs l’uso del voto in democrazia. Non credo sia un problema risolvibile a priori: se l’uso del voto e’ o diventa “costoso”, si delega, e se ne accettano i rischi e le conseguenze negative, proprio perche’ i vantaggi sono maggiori. Altrimenti vivremmo in un costante referendum. Cio’ che rende il sistema democratico e’ la possibilita’ di ritiro della delega. In questo noi italiani siamo stati particolarmente carenti, ed occorrerebbe iniziare seriamente una riflessione sulle cause sociali ed istituzionali di questa carenza.
Bovero si lamenta molto anche del fatto che il voto di un elettore per un partito minoritario “conti meno” del voto di un elettore che vota per un partito maggiore, a causa di un premio di maggioranza che viene dato esplicitamente o implicitamente (in un sistema di tipo inglese) al partito/coalizione che ottiene la maggioranza. L’errore logico del ragionamento e’ evidente: il voto per un partito di minoranza conta meno in qualsiasi sistema elettorale, per il semplice fatto che, anche se in un sistema proporzionale quel voto si traducesse in qualche seggio parlamentare, quei rappresentanti non troverebbero posto al governo, in numerose commissioni parlamentari, etc…
Sfatiamo dunque questo mito della presunta superiorita’ del metodo proporzionale rispetto al maggioritario. Del resto, sono d’accordissimo con te sul segnale dato dall’elezione di Obama, e riflettiamo su come sia stato eletto: un sistema che, usando la metrica di Bovero, e’ completamente folle (lo e’ anche con la mia metrica). Nel sistema delle primarie e delle elezioni presidenziali americane infatti, il voto di un elettore dell’Iowa conta enormemente di piu’ di quello di un elettore Californiano. Guess what? E’ proprio quello che rende piu’ facile l’entrata nel “mercato politico” di nuove idee e nuove persone: e’ piu’ facile e meno costoso infatti fare campagna in Iowa che in California e New York, realizzando dunque un altro principio Bobbiano: quello della possibilita’ di scegliere fra idee e candidati diversi.
Dico questo non perche’ auspico che anche in Italia si crei il collegio elettorale (andrebbe abolito anche qui in verita’), ma per far capire che le cose sono un po’ piu’ complesse, e che certamente proporzionalita’ non equivale a “piu’ democrazia”, anzi, se devo guardare all’esperienza italiana, e’ vero il contrario: durante la fase “proporzionale” non c’e’ MAI stata scelta; ora la scelta c’e', a dir la verita’, ma e’ fra “bande” rivali che, in disprezzo di un qualsiasi ideale di bene comune, cercano di accaparrarsi tutte le possibili rendite di casta promettendo favori ed elargizioni a diversi settori del paese, cosi’ che la sinistra e’ il partito dei professori, la destra quello dei poliziotti, e cosi’ via…. alla fine pero’ destra e sinistra sono veramente la stessa cosa, ed infatti su tutto il resto sono tutti d’accordo: l’indulto va votato ad unanimita’, l’alitalia va salvata a tutti i costi (e poi ci stupiamo che i piloti scioperino?), a privatizzare la rai ed rompere il monopolio berlusca non ci si pensa nemmeno, e cosi’ via…
Quindi, alla fin fine, non c’era scelta vent’anni fa, non c’e’ nemmeno ora. Non vedo una deriva anti-democratica perche’ eravamo messi male anche prima. Questo si’ mi pare un’aspetto rilevante su cui riflettere. Riflettere su quali siano i meccanismi che impediscano l’entrata di idee nuove nel mondo politico. Io non sarei cosi’ pessimista sul ruolo delle tecnologie: ci sono blog narcisisti e blog dove si prova a costruire qualcosa. Il fatto importante e’ che la riduzione dei costi di pubblicazione e di trasmissione delle idee permette a chiunque di esercitare un controllo sui politici che mai prima di oggi e’ stato possibile. Non lo sottovaluterei. Cosi’ come non sottovaluterei il fatto che la politica provi ad imbavagliarli. E’ una conferma di quanto sostengo.
Piccolo contributo-intromissione nel dibattito, (peraltro assai interessante, puntuale, preciso). Contributo forse più alla problematizzazioni della questione che alla sua soluzione. Stando molto sul generale, che però spesso è lo sfondo che non si vede, o il sottotraccia che non si dice (per non apparire ingenui pure a volte)
Ma secondo me il problema, della democrazia quindi, si pone su due livelli (almeno due, ma a me paiono quelli decisivi).
Il primo è il piano della modellizzazione. Cioè della configurazione del modello che identifichiamo con democrazia.
Bobbio dice cose importanti al riguardo (altre ad esempio ne può dire Popper che io sappia, e molti altri magari,). All’interno di tale modellazione, tra molte altre cose, da un lato si evidenzia l’esigenza dell’eguaglianza dei diritti tra gli attori che partecipano al “gioco democratico”, dall’altro della definizione di una procedura per prendere, in tale gioco, decisioni comuni e condivise. Entrambe queste esigenze sono assai problematiche, ma nella seconda la difficoltà non sta tanto nell’individuare modalità di procedure di decisione (per questo possono andar bene anche modelli non democratici), quanto nel far sì che siano comuni e condivise (perché lo siano mi pare in fondo la teoria democratica tenda a focalizzare la soluzione sul bisogno che gli attori condividano le regole procedurali attraverso cui le decisioni si formano, e alcune limitazioni nei contenuti decidibili).
In fondo, mi pare che da questo lato la democrazia venga valorizzata come la più efficace modalità di produzione di decisioni che appunto possano essere condivise, efficaci perché condivise (anche se non sono d’accordo, accetto la decisione della maggioranza perchè presa in modo corretto e perché il mio essere per ora minoranza è comunque riconosciuto come garantito, nell’esercizio dei diritti e nella possibilità di revocare in futuro la decisione che non condivido). E gli attori partecipano (accettano di giocare) a questa procedura tecnica perché hanno pari diritti (fondamentali) a cui molti (tutti è impossibile), tra cui io, tengono molto. Questi diritti danno vantaggi, potere, identità.
A questo semplice livello del discorso tuttavia democrazia dunque è una tecnica (mezzo per uno scopo) procedurale per prendere decisioni (a maggioranza). Anzi, decisioni condivise. Ma, se si resta a questo solo lato del discorso (sul quale però i democratici insistono molto) si presta il fianco alla possibilità che altre tecniche di ottenimento del consenso, basate sulla persuasione di aver contribuito alla decisione, si rivelino ancora più efficaci ( Orwell?)
In democrazia infatti, perché vi sia decisione ci deve essere prima approfondito e pubblico dibattito sulla questione, fatto tra tutti a parità di diritti. E con l’intentio di accantonare, nel ruolo pubblico, ciò che a livello dell’Io privato confligge con quanto a livello riflessivo-discorsivo si comprende essere, prima del dibattito nel dibattito e dopo il dibattito, bene pubblico.
Nella sfera politico-democratica l’Io-individuo si valorizza come soggetto di potere e detentore di diritti. Ma pure si depotenzia nella misura in cui si relaziona nello spazio pubblico, si disloca nello spazio del bene generale, accetta-accoglie la decisione pubblica (cui ha contribuito nel dibatterla).
A questo livello vedo due problemi di sfondo (peraltro apparentemente non direttamente politici): il problema dell’Io (della identificazione nell’Io, di cosa sia l’Io e in che misura e senso esso sia il detentore dei diritti e l’attore nello spazio pubblico) e quello della tensione tra la necessità della pubblica discussione e la decisione (le discussioni non possono andare troppo per le lunghe, né se scegliamo il detersivo, né se facciamo la Riforma della Costituzione. Dove lasciar stare le cose come sono e passare ad altro è pure una decisione come qualsiasi altra)
Entrambe le questioni scivolano però sul secondo piano. Che è quello della pratica effettiva democratica. Del fatto in cui la democrazia consiste.
E qui appunto si distinguono (o dialettizzano, o scontrano) diverse descrizioni del fatto. C’è chi dice: i fatti mostrano che la democrazia è svuotata; chi dice: no essa c’è in fondo e ha un futuro.
E lo stesso dissidio si puà aprire circa la valutazione del dove sia (in Russia c’è?) , o dove sia mai stata la democrazia (quella del modello ovviamente).
Ma certo per porsi su questo piano del discorso, peraltro decisivo e a mio avviso sotto certi aspetti persino più importante e interessante dell’altro, bisogna chiarirsi su come determiniamo cosa sia un fatto, il puro apparire di un dato (anche una qualsiasi interpretazione è il semplice apparire del dato in cui essa consiste, appare in quanto interpretazione se appare il nesso tra interpretazione e dato interpretato – che certo può essere a sua volta interpretazione -; appare erroneamente come dato se appare solo l’interpretazione senza il nesso), come lo cogliamo, nella sua fenomenologia (che c’è ogni volta che diciamo anche solo “ a me pare che”)
Esponendomi allora anch’io su questo piano io vedo (mi pare di vedere, ma se mi sembra non è che perché sappia che è un sembrare a me lo percepisca meno) due “fatti”: da un lato sempre più la democrazia è in realtà procedura decisionale che attraverso il principio di maggioranza esteso sempre più produce una moltiplicazione delle decisioni (e al limite dell’imposizione che ogni decisione davvero presa comporta). Sempre più si richiede alla democrazia di essere efficace, cioè tale (fosse anche solo quando “si taglia la testa al toro” e, tra docenti, ci si conta per votare una promozione o bocciatura).
Sempre più perciò, ha ragione Alessandro, la discussione è percepita come perdita di tempo, vuoto cianciare, giocare con le parole, esibizione per altri intenti (non ultimo di produzione di identità) che non la produzione della “cosa” in questione, che dovrebbe poi sempre essere la produzione di un bene (pubblico).
Ma, è questo il secondo “fatto” è peraltro forse davvero un fatto che sia un parlare a vuoto spesso quello che passa per dibattito democratico, se questo parlare lo sappiamo essere finalizzato ad altro (alla decisione magari)
In realtà se si crea davvero uno spazio condiviso (ma è possibile tale spazio entro le categorie culturali incarnate nella nostra mentalità e nella cultura occidentale che permea di sé la democrazia?) in esso non c’è alcun bisogno di una procedura decisionale che tronchi lo sviluppo dei discorsi e del fare che insieme si realizza,imponendo la decisione a maggioranza (che si dà solo se spazio davvero condiviso non c’è)
E allora? Che proponi dunque? Da che parte stai?
Ma è ovvio che si sta filosofeggiando. Cioè si cerca di andare alla radice delle cose. E come sempre nel frattempo il mondo se ne va per gli affari suoi, senza che le mie ( o le tue) parole davvero lo scuotano.
Per cui sia chiaro che assolutamente (con la dovuta passione pure visto che in fondo abbiamo molto qui a che fare con la fede) nel frattempo quindi teniamoci la democrazia:
Come modello (idealtipo) senz’altro.Perché di assai, per me innanzitutto, assai preferibile (fosse solo per questioni di gusto, di convenienza pragmatica, di valorizzazione delle persone, di passione politica, e altro di mio potrei aggiungervi), ma appunto come preferenza.
Le preferenze non son cosa da poco, anche amici amori e interessi in fondo sono tali per preferenza. Preferenza che comunque c’è (almeno io ce l’ho)
Ma anche col dovuto disincanto. Per non trasformare anche la democrazia (che poi è sempre di fatto quel che alcuni chiamo tale, e nella realtà è un fatto e non il bel modello) come l’ennesimo idolo, violento.
Molto altro ci sarebbe da dire, approfondire ( e magari pure rettificare e abiurare). Per ora come post mi pare sufficiente.
Per rispondere in modo adeguato e sufficientemente esaustivo ai due commenti precedenti, sarebbe forse necessario un nuovo articolo. Forse però questo violerebbe lo spirito del dibattito. Provvedo quindi a una replica per punti, sperando di non essere troppo prolisso.
1. Democrazia e rappresentatività. Forse sarà un mito che il proporzionale sia meglio del maggioritario. Però non mi pare valida l’argomentazione per cui se è falso A (sistema proporzionale), allora è necessariamente vero B (il maggioritario). Se il proporzionale in Italia non ha funzionato e ha facilitato sistemi clientelari, questo dimostra solo che in Italia il sistema proporzionale non ha funzionato, punto. Altrove però funziona piuttosto bene (basti citare la Spagna e la Germania, dove ci sono sempre stati governi stabili). Perciò, quando vedo che i candidati sono “bloccati”, che non c’è la preferenza (ok, neanche in Spagna, ma solo per il Congresso), che ci sono strane tecniche di sistemazione dei candidati nelle liste e via di questo passo, io dico che siamo sulla via dell’autocrazia. Infatti, o la democrazia è un movimento che va dal basso verso l’alto e che l’alto poi recepisce, coordina, razionalizza, sistematizza all’interno di precisi meccanismi istituzionali, oppure la democrazia è già degenerata in demagogia e/o populismo. Ciò che rende democratico un sistema è il fatto che io posso ritirare la delega? Ma siamo sicuri che la gente sia interessata a ritirarla se i politici disattendono al loro mandato? Tutto un movimento di antipolitica, di insulti, denunce, reti, raccolte di firme, comitati, liste varie (Grillo) e poi che succede? La gente corre a votare, pardon, a delegare, con un’altissima affluenza, perché se la sbrighino lor signori professionisti della politica. I soliti, non volti nuovi.
E’ a questo livello che bisogna porre la questione dell’ingresso di nuove idee nel mondo politico. Le nuove idee possono anche entrare, venire avanzate, propagandate, discusse, pubblicizzate fin che si vuole. Ma se non si promuove un nuovo senso dell’autonomia, un gusto per la discussione pubblica, per la partecipazione attiva, se si diffida ab initio del ragionamento e del dibattito perché in esso si vede (come mi pare stia accadendo in Italia da un po’ di anni) solo l’interesse, la pretesa di potere, la manipolazione, la propaganda, allora è tutto inutile.
Ripeto: la democrazia liberale è anche, ma non soltanto, meccanismi elettorali e scelta dei rappresentanti o dei governanti. Lo dice anche Bobbio nel Futuro della democrazia: queste sono solo le condizioni minimali affinché si possa parlare di democrazia. Democrazia, nel suo significato minimo, che però non significa secondario o inessenziale, è limitazione del potere attraverso la sua divisione il suo controllo pubblico, intersoggettivo, trasparente. La democrazia revoca in dubbio ogni forma di opacità. Costringe all’argomentazione e al dibattito e, soprattutto, al rispetto della metaregola, l’apriori democratico, per cui non possono essere prese decisioni che in un modo o nell’altro mettono fuori gioco le altre regole democratiche. Questa metaregola richiede però a sua volta un principio discorsivo, argomentativo: richiede che si smetta di pensare agli individui come esseri egoisticamente isolati, portatori di interessi contrapposti e necessariamente confliggenti. Democrazia significa persone che formano le proprie opinioni, interessi e la stessa concezione di ciò che è bene per loro, in modo prevalentemente pubblico, cioè in rapporto agli altri, in processi di reciproco riconoscimento e legittimazione (che non esclude, certo, il conflitto e la contrapposizione radicale).
2. Democrazia come tecnica e “pensiero debole”. Cerco di approssimarmi ad alcuni argomenti di Paolo. Se la democrazia è una tecnica (arte, in senso greco, di ottenere il consenso, di deliberare, di scegliere, ecc.), allora niente può impedire che altre tecniche si rivelino di volta in volta più efficaci. In quanto forma di governo – sembra dire Paolo – la politica è una realtà contingente, non una realtà necessaria. Radicalizzo ulteriormente le sue osservazioni, per rendere la cosa esplicita, sperando di non capire male: scegliere fra una democrazia e una non-democrazia è, in fondo, solo questione di preferenza. Il fatto che io interpreti una situazione come più giusta, egualitaria, razionale, libera, ecc. e chiami questa situazione “democrazia” non implica che quella situazione sia davvero come noi la interpretiamo. Giochiamo al gioco democratico perché è più conveniente, perché ci garantisce di più rispetto agli altri giochi, perché distribuisce in modo più equo, come dice Paolo, poteri, diritti, identità. Impedendo – aggiungo io – l’assolutizzazione, la “tirannia” (direbbe Schmitt) dei “valori”. Solo questa concezione “debole” della democrazia permette di non farne un idolo. La democrazia può “stare” solo se è “pensiero debole”, cioè se ha uno statuto epistemologico incerto. (E, sembra dire Paolo, è meglio se resta così).
Io invece propongo di andare oltre. Finché pensiamo la democrazia entro le coordinate dell’agire strategico, dell’efficacia della decisione (razionalità strumentale weberiana), finché vediamo gli elettori solo come massa chiamata a scegliersi dei rappresentanti e/o dei governanti, finiremo sempre, temo, per dare ragione a Michels e alla sua legge ferrea dell’oligarchia (o a Nietzsche, o a Pareto, o a qualsiasi altro elitista a piacere).
Se riduciamo il problema della democrazia a quello della scelta, cioè alla questione del suffragio, allora veramente trasformiamo la democrazia in una tecnica priva di verità, in un mezzo per uno scopo o, e a mio avviso non cambia molto, in “pensiero debole”. Ricordo cosa scriveva P. Levy in un suo volume di qualche anno fa, L’intelligenza collettiva: “La democrazia rappresentativa può essere considerata come una soluzione tecnica alla difficoltà di coordinamento. Ma nel momento in cui si presentano soluzioni tecniche migliori, non c’è alcuna ragione per non prenderle seriamente in considerazione. I regimi pluralisti e parlamentari classici sono certamente preferibili alle dittature e il suffragio universale è sicuramente superiore al suffragio censitario. Tuttavia non bisogna feticizzare alcune procedure socio-tecniche particolari. L’ideale della democrazia non è l’elezione dei rappresentanti, ma la partecipazione del popolo alla vita della città. Il voto classico non è che uno strumento. Perché non immaginarne altri, basati sull’uso delle tecniche contemporanee, che permettano una partecipazione dei cittadini qualitativamente superiore a quella assicurata dallo spoglio delle schede depositate nelle urne?”. Anche Lévy, che pure ha il merito di ricordare che democrazia significa partecipazione e non semplice rappresentatività, finisce col ridurre la democrazia a una soluzione tecnica, proponendo solo di ampliare la tecnica anziché di riflettere criticamente sul rapporto fra democrazia e tecnica. In questo modo siamo ancora all’interno di una concezione strumentale della razionalità e di una concezione strategica dell’agire.
3. Ritengo quindi ormai necessario congedarsi definitivamente da tutte le concezioni che ancora dipendono da tale visione strumentale della razionalità e da un concetto in ultima analisi soggettivistico di agire. Quindi non penserei alla democrazia solo in termini di tecnica: è infatti la democrazia che si serve della tecnica o la tecnica (magari intesa come Tecnoscienza o Tecnica) a servirsi della democrazia? Ci porterebbe da qualche parte avere una risposta a tale domanda?
Piuttosto, tenterei di seguire la strada di Habermas in Fatti e norme con le correzioni e le critiche mossegli da Apel, muovendo nella direzione di una concezione discorsiva e deliberativa dello stato democratico di diritto sviluppata in direzione di una visione allargata, etico-riflessiva, dei diritti umani. Democrazia, in questo senso, sarebbe la convergenza fra discorsi pragmatici, etici, morali, giuridici, applicativi e mere trattative (finalizzate, queste ultime al raggiungimento di un compromesso o di una decisione nell’interesse di tutti), una convergenza derivante dal fatto che la democrazia non è (solo) il risultato di una procedura (e quindi non basta proceduralizzare l’etica del discorso, come obietta Apel a Habermas), ma è anche (e soprattutto) il compito di allargare eticamente l’orizzonte democratico dallo stato nazionale all’orizzonte cosmopolitico. La crisi della democrazia, nell’ottica apeliana, dipenderebbe dalla contraddizione fra l’istanza universalistica da cui è animata la democrazia sin dai suoi esordi (si ricordi qui il discorso di Pericle, oppure la dichiarazione universale dei diritti dell’uomo e del cittadino) e la particolarità della nazione. Il particolarismo della democrazia “particolare” si supera solo se i “siti di potere” (Held) si distribuiscono in modo il più possibile simmetrico in un orizzonte globale.
A mio avviso, ma la cosa andrebbe approfondita e argomentata in modo più adeguato, proprio una concezione discorsiva e cosmopolitica della democrazia potrebbe svincolarci una volta per tutte da quelle concezioni strumentalistico-strategiche della razionalità e dell’agire che costringono a pensare la democrazia solo entro l’orizzonte della tecnica (e, quindi, soltanto come interpretazione o preferenza). E andrebbero infine messi in discussione anche gli assunti antropologici da cui dipendono le tipiche visioni contrattualistico-liberali della democrazia (l’individuo come portatore razionale di interessi personali; gli individui separati, contrapposti, in feroce competizione per l’affermazione dei loro diritti) e che sono, non ultime, responsabili della sua riduzione a mera tecnica, a semplice metodo per la scelta di delegati.
A integrazione del mio precedente post, segnalo l’articolo oggi pubblicato dal Sole 24 Ore “C’era una volta l’Italia europea” (p. 16), in cui viene riportata una tabella che sintetizza alcuni indicatori caratterizzanti i modelli sociali in Europa. Tra questi indicatori c’è anche l’indice di democrazia, che vede l’Italia, come al solito, agli ultimi posti, insieme a Grecia e Portogallo.
L’elaborazione si trova nel sito http://www.lavitapubblica.it dove sono chiariti i criteri utilizzati per tale elaborazione. Riporto quello relativo all’indice combinato di democrazia:
Indicatore Indice combinato di democrazia (Democracy combined score)
Ratio: Una ricerca sul funzionamento dei sistemi democratici in Europa delinea un approccio innovativo. Si concentra nella misurazione del livello di cultura democratica e delle relazioni tra i valori, la vita di tutti i giorni, i comportamenti.
Sono proposti sei indici relativamente a:
• “Democrazia elettorale e procedurale”: riflette il grado di effettività dei diritti politici sanciti dalla norme istituzionali, la capacità degli elettori di intervenire attivamente nelle procedure di selezione e sostituzione dei propri rappresentanti, la percezione diffusa del concetto di legalità e il controllo della corruzione.
• “Partecipazione civica e attivismo”: riflette il coinvolgimento dei cittadini nel confronto democratico del proprio paese, ivi inclusa la partecipazione alle manifestazioni.
• “Aspirazioni e orientamento alla cultura democratica”: cerca di misurare la condivisione delle scelte pubbliche in ambito bio-etico, ambientale, energetico, nonché il grado di insofferenza rispetto alle decisioni autoritarie.
• “Libertà nella scelta del modello famigliare”: riflette l’influenza dei diritti civili sulle scelte personali inerenti la struttura famigliare (per esempio matrimonio vs patti civili) nonché le inclinazioni culturali della società rispetto alla condivisione dei ruoli dei genitori e alla influenza dei figli nei processi di decisione del contesto famigliare.
• “Controllo sull’erogazione dei servizi pubblici”: fa riferimento alla partecipazione dei cittadini nella gestione delle risorse pubbliche destinate ad alcuni servizi di pubblica utilità (istruzione e sanità) e quindi al livello di federalismo fiscale.
• “Autonomia nel luogo di lavoro”: attiene al livello di democrazia e alla responsabilità dei singoli lavoratori nel luogo di lavoro (con una correlazione inversa con l’influenza dei sindacati e delle strutture corporative).
Altre misurazioni sulla qualità della democrazia nel mondo, in Europa e in Italia si possono trovare qui:
http://www.everydaydemocracy.co.uk/
http://en.wikipedia.org/wiki/Democracy_Index (ricerca Economist Intelligence Unit 2008)
Sono d’accordo con Alessandro che pensare alla democrazia ad un insieme di regole sembra piuttosto riduttivo, e proprio per questo non credo sia necessariamente vero che un sistema elettorale proporzionale sia migliore (o peggiore) di uno maggioritario. Dico questo non tanto per tornare a dibattere su questo aspetto, che ritengo abbastanza marginale, quanto per evidenziare il fatto che esiste una pluralita’ di livelli decisionali, per i quali diverse “tecniche” sono opportune. Per esempio, lo strumento del referendum e’ utile ed opportuno in certi casi. Ma non voglio nemmeno parlare delle tecniche, quanto dei principi che definiscono il concetto di democrazia elencati da Bobbio. Ecco, quelli sono principi che riconosco corrispondere ad una societa’ nella quale desidero vivere (se cosi’ non fosse allora dovremmo parlare d’altro). Parafrasando con termini economici, con i quali mi sento a piu’ agio, questi principi associano la democrazia di Bobbio e’ un sistema concorrenziale, dove le regole devono tendere a limitare posizioni di monopolio riducendo le barriere all’entrata dei partecipanti. Il monopolio e’ l’autocrazia. Le barriere all’entrata sono tutti i meccanismi che impediscono a nuove idee di emergere. La mancata partecipazione al meccanismo di scambio delle idee facilita l’emergere di monopoli. Tendo ad interpretare tendenze autocratiche come un istintiva reazione del monopolista nel proteggere le proprie rendite.
Passiamo ora all’analisi della situazione attuale, in Italia ed altrove. Mi pare assodato che le nuove tecnologia abbiano abbassato i costi di partecipazione, non solo al dibattito, ma anche (potenzialmente) al voto. L’operato dei rappresentati e’ soggetto a possibilta’ di scrutinio senza precedenti (ricordate il blog mastellatiodio? Raccoglieva video da youtube senza quasi commentare). Il declino dei media tradizionali oramai e’ inarrestabile; non solo, sembra ovvio che sara’ sempre piu’ difficile per chicchessia controllare il dibattito online (interessante notare i tentativi di farlo surrettiziamente in Italia, vedi qui http://www.noisefromamerika.org/index.php/articoli/1225), anche questa, tipica reazione da monopolista. Anche in questo caso, l’esperienza degli Stati Uniti l’elezione di Obama sembra insegnarci molto (qui non vorrei usare un aneddoto per trarre lezioni generali, non e’ il mio stile, quindi pensiamolo come ad una possibilita’ concreta che ci porta ad essere meno pessimisti). Oramai, negli stati uniti, il dibattito culturale non si fa sui giornali, non si fa sulle riviste, ma si fa online. Non solo, i milioni ormai necessari per qualsiasi elezione, non solo presidenziale, vengono anch’essi raccolti online (notare la ‘democraticita” di tale possibilita’: Obama ha raccolto meta’ dei contributi con donazioni inferiori a $200). Il candidato dell’establishment democratico, Rodham-Clinton, ha perso, di misura, ma ha perso.
Insomma, io direi che “tecnicamente” la possibilita’ di realizzare i “principi” e’ aperta piu’ che mai. Io in rete vedo un sacco di partecipazione. Certo, non si fanno i collettivi, ma ci sono un sacco di segnali interessanti. Davvero le esperienze della Russia e dell’America Latina, appena uscite da regimi brutali, sono indicativi di un declino globale dei principi democratici?
Obama avrà anche raccolto metà dei contributi grazie a donazioni del popolo della rete, ma un’altra metà l’ha raccolta grazie alle corporation. Il rischio sta proprio qui: nell’abnorme concentrazione di capitale nelle mani di poche multinazionali rispetto alla disponibilità degli stati nazionali. Basti pensare che più del 30% del PIL mondiale è prodotto da 250 imprese multinazionali. Queste naturalmente investono i loro soldi o con politiche di lobby (in trent’anni, dal 1975 al 2005, i lobbisti registrati a Washington sono passati da 3.400 a 33.000, a Bruxelles ci sono attualmente più di 10.000 lobbisti e questi non stanno certo lì a dare consigli su come perfezionare le regole di Bobbio o la democrazia in rete) o con politiche commerciali, attraverso la pubblicità e l’infotainment. E’ chiaro cioè che uno dei principi fondamentali della democrazia, il principio di equipollenza, è violato sistematicamente. E’ un’illusione, infatti, pensare che le scelte di investimento delle corporation siano neutrali rispetto alla vita democratica di un paese. Si dirà: ma le multinazionali con i loro investimenti (pubblicitari e non) creano ricchezza, occupazione, infrastrutture materiali e immateriali, quindi benessere. Ma questo conferma la diagnosi: esse hanno in mano un potere che è immensamente superiore a quello del titolare ufficiale del potere, cioè lo stato. Poiché una decisione a loro sgradita può spostare masse enormi di ricchezza, gli stati devono agire di conseguenza, evitando qualsiasi decisione che possa irritarle. Sono loro i veri stakeholders (come si vede ho forti dubbi sulle teorie del management etico, strategico, “sociale” e in generale sulla cosiddetta “etica” dell’impresa). Come dice Reich nel suo saggio intitolato Supercapitalismo (http://www.fondfranceschi.it/dossier/cogit1/reich1), il supercapitalismo delle corporation è terribilmente efficiente: riduce i costi, ma, insieme, anche i diritti dei cittadini e la democrazia, perché i politici sanno fin troppo bene che i media dipendono dalla pubblicità, diretta o indiretta, di quelle megaimprese a cui potrebbero e dovrebbero avere il coraggio di opporsi per il bene dei cittadini. E’ inutile che i politici (ma anche gli elettori) continuino nella moina di indossare “la pelle del leone”, come diceva Marx, solo in campagna elettorale e nascondere che, una volta vinte le elezioni, si provvede ad assegnare appalti a chi ha finanziato la campagna elettorale e a collocare in posti chiave gli amici e i familiari che hanno contribuito a farla. Di fronte a tutto questo i semplici cittadini che, in preda alla rabbia antipolitica, urlano e inveiscono contro la “casta”, che leggono i libri di Travaglio, Rizzo, Stella e consultano il blog di Grillo manco fosse un oracolo, suscitano il sospetto di aspirare agli stessi privilegi clientelari goduti da chi li esclude (cfr. P. Ginsborg, La democrazia che non c’è, p. 40).
Con Andrea direi anch’io che non si possa parlare di declino, ma caso mai di crisi della democrazia, crisi testimoniata da fatti, più o meno recenti, più o meno diffusi, in cui emergono palesi tentazioni autoritarie. Se però la crisi non è sintomo di declino, non è solo per una serie di considerazioni empiriche, legate, ad es., alle opportunità offerte dai nuovi media, ma perché la crisi della democrazia è la sua stessa verità e, al contempo, il suo trionfo. È la sua verità perché la crisi è l’assenza dell’arché, ma è nella assenza dell’arché che si sviluppa la sua ricerca e con essa la democrazia. Forse mai come negli ultimi due secoli l’arché è apparso così abissalmente assente. Perciò, a differenza di qualsiasi altra realtà, in cui il disvelamento del proprio infondato fondamento rischia di produrne il tracollo, la democrazia, per quanto ripugnante e “scandalosa” sia la sua apocalisse, non può che trionfare. Il che non significa che noi, in quanto siamo ciò che siamo, si riesca ad essere contenti di ciò. Anzi, come qui più volte ricordato, fin troppe volte siamo arcistufi della democrazia. Ma la stanchezza che percepiamo è il sintomo di una nostalgia per uno stato di minorità che non potrà più tornare. La democrazia è il nostro destino semplicemente perché è l’unica forma di convivenza razionale; e che la ragione sia realtà umana, ossia che “Verbum caro factum est”, questo è l’unico fatto (“Faktum”, appunto, diceva Kant, e non “Tatsache”) incontrovertibile, contro cui non possiamo fare nulla, non perché è semplicemente vero (anzi, è falso), ma perché è la Verità. Altra questione è forse chiedersi come reagire a queste umanissime convulsioni reazionarie e atopicamente autoritarie.
Ad Alessandro/Habermas, che lamenta l’imperare della razionalità strumentale e invoca l’istituzionalizzazione dell’agire comunicativo, risponderei che solo l’agire strumentale consente una genuina etica della responsabilità, in quanto solo in un contesto sociale da esso dominato si può manifestare pienamente l’inconsistenza (la violenza) della pretesa di assumere i propri scopi individuali a giustificazione dei mezzi. La debolezza del mio individualismo e lo svelamento di tutti i meccanismi violenti a sua difesa è ciò che mi può aprire al confronto, a cor-rispondere ai “perché?” degli altri, a riconoscerne i diritti. All’opposto, un agire comunicativo che – come mi pare pretenda Habermas – presuppone una semantica trascendente cui appellarsi, è in ultima analisi irresponsabile, proprio perché di ciò che dico e faccio scarico la responsabilità su altro, su una trascendenza quale che sia: fatti (Tatsachen), strutture logiche, leggi divine o divinizzate. È chiaro che senza queste trascendenze tutto diventa inconcepibilmente difficile ed è quindi comprensibile che la democrazia voglia darsi delle regole. Ma se non si vuole che essa divenga l’ennesimo idolo sacrificale – come ricorda Paolo – è fondamentale che essa sia sempre in crisi, che vacilli, che abbia la forza di ammettere la propria debolezza. Come semplice meccanismo decisionale, infatti, è vero che – come ricordava ancora De Maistre – un’assemblea o un monarca sono lo stesso, giacché è lo stesso che si dibattano tesi contrapposte in un emiciclo o in un encefalo, purché i sudditi siano disposti a obbedire lealmente a quanto deciso.
Al proposito (mi) chiedo: se in ultima analisi tutti i regimi politici sono autoritari, c’è un criterio per stilare una graduatoria che ci permetta di scegliere tra quelli più e quelli meno autoritari? siamo davvero sicuri che moltiplicando e dislocando i siti del potere a livello globale vada aumentando la giustizia (ossia l’uguaglianza) del sistema? oppure, come sembra dire Paolo, solo allorché si costituirà uno spazio davvero condiviso, potremo dire di aver fatto un progresso, laddove ogni graduale approssimazione ad esso sarebbe solo un falso movimento? Detto in altri termini, davvero c’è meno ingiustizia oggi che prima della Rivoluzione francese, solo perché molti più individui partecipano del potere? oppure, finché anche uno solo paga per tutti gli altri, in nulla abbiamo diminuito la sofferenza totale prodotta dal sistema, avendola tutta quanta caricata sulle spalle dell’ennesimo povero Cristo?
Vista l’ampia gamma di sollecitazioni proposte da Giuseppe, provo a dire quali sono a mio avviso i punti di criticità che emergono dal suo ultimo post.
1. Innanzitutto sul rapporto fra democrazia e fondamento o fondazione (arché): “la crisi è l’assenza dell’arché, ma è nella assenza dell’arché che si sviluppa la sua ricerca e con essa la democrazia”. Questo cosa significa? Che la democrazia è sempre in crisi perché è sempre alla costante ricerca di un fondamento (arché) che essa stessa non può darsi, in quanto al concetto stesso di democrazia ripugna qualsiasi fondamento assoluto, ogni fondazione assiologica e principiale assoluta? In altri termini, democrazia e ontologia non vanno (non possono andare) d’accordo? E questo è un bene o un male secondo Giuseppe? Su questo punto bisognerebbe prendere una posizione chiara in merito, anche perché secondo me qualche problema la democrazia con le fondazioni assolute ce l’ha eccome: e così apriremmo le cataratte della discussione interminabile sulla democrazia come forma di vita inevitabilmente legata a presupposti relativistici, all’incommensurabilità delle forme di vita, al pluralismo, ecc. Chi è interessato può leggere intere annate di MicroMega e Reset che propugnano relativismo e laicismo a tutto spiano per salvare la democrazia. Questo però non significa che la democrazia sia intrinsecamente infondata, in crisi, debolmente relativistica, ecc.; a mio avviso è anzi un paralogismo l’argomentazione per cui la democrazia vivrebbe della sua stessa crisi. Io almeno ritengo che una democrazia perennemente in crisi sia soprattutto una cattiva democrazia, cioè una democrazia che non ha fatto chiarezza circa le proprie basi e non che la crisi faccia parte del concetto stesso di democrazia.
2. In secondo luogo, mi pare resti una certa problematicità nel modo di trattare il “fatto della ragione” kantiano, il noto Faktum der Vernunft, il fatto cioè che la legge morale si impone incondizionatamente alla coscienza dell’agente razionale. Giuseppe infatti stabilisce un nesso normativo forte (parla addirittura di “destino”) fra democrazia e razionalità, aggiungendo però che “questo [cioè il fatto della ragione] è l’unico fatto incontrovertibile, contro cui non possiamo fare nulla, non perché è semplicemente vero (anzi, è falso), ma perché è la Verità”. Il fatto della ragione kantiano, allora, è vero o è falso? Dov’è la giustificazione della differenza tra “semplicemente vero” (che sarebbe poi falso: e perché mai?) e Verità con la maiuscola (e perché mai con la maiuscola?)? Dico quello che penso io: istituzioni democratiche e stato di diritto sono condizioni indispensabili per lo sviluppo di quelle capacità relazionali umane che rendono possibile una società ragionevole e giusta. Per me senza uguaglianza non c’è libertà, e credo di potere argomentare abbondantemente questa mia asserzione; non se ne voglia a male nessuno, ma la differenza tra semplicemente-vero-che-anzi-è-falso e Verità tout court, ai fini della possibilità stessa della democrazia, del suo essere minacciata o meno, francamente mi pare poco rilevante.
3. Perché poi l’istituzionalizzazione dell’agire comunicativo (anche se sarebbe più corretto, in termini habermasiani, parlare di istituzionalizzazione operata grazie all’agire comunicativo) non potrebbe essere pensata anche come rimedio al dominio della razionalità strumentale?
(In realtà io avevo cercato di impostare in modo un po’ diverso il discorso, ovvero cercando una via d’uscita alle difficoltà concettuali che sembrano mettere in discussione la pensabilità stessa della democrazia, avanzando una tesi più limitata e avvertendo nel contempo che la cosa andava approfondita e argomentata in modo più adeguato. Avevo cioè sostenuto in forma ipotetica, ma vedendo in questa ipotesi un buon margine di plausibilità, che solo “una concezione discorsiva e cosmopolitica della democrazia potrebbe svincolarci una volta per tutte da quelle concezioni strumentalistico-strategiche della razionalità e dell’agire che costringono a pensare la democrazia solo entro l’orizzonte della tecnica (e, quindi, soltanto come interpretazione o preferenza)”. Chiedo scusa per la ripetizione ma, com’è noto, a volte repetita iuvant).
Non capisco però perché l’agire strumentale dovrebbe liberare una genuina etica della responsabilità. Mi pare che in tal modo si confondano la quaestio facti e la quaestio iuris: il fatto che le società occidentali richiedano sempre più agire strumentale e quindi maggiori competenze e consapevolezza (nelle tecniche, nel rapporto mezzi-fini, ecc.) da parte degli attori sociali, non implica in questi maggiore responsabilità. Anzi, numerosi studi confermano la crescente tendenza, a mio avviso strutturalmente antidemocratica (e anche antifilosofica), all’aumento del conformismo, dell’individualismo anaffettivo, all’impoverimento della capacità di fare esperienza, alla deresponsabilizzazione tout court (Lipovetsky 1983; Roccato 2003; Furedi 2004; Zamperini 2001 e 2007). Non vedo come queste patologie del sociale possano essere risolte dall’estensione qui propugnata dell’agire di tipo strumentale.
Il tentativo di Habermas di reperire nel linguaggio le risorse critiche per arginare le tendenze degli imperativi sistemici (burocrazia, denaro, potere…) a colonizzare il mondo vitale mi pare altamente apprezzabile dal punto di vista di chi ha a cuore la democrazia. E questo non per feticizzarla, o per istituzionalizzare l’agire linguistico-comunicativo, ma per liberarne le potenzialità. Certo la concezione discorsiva della democrazia di Habermas resta ancora troppo legata al proceduralismo, così come la concezione di Bobbio. Ma è comunque tutto l’opposto di “una semantica trascendente”: all’opposto, sia nella Teoria dell’agire comunicativo che in altri testi, Habermas fonda l’interazione comunicativa sulle pretese immanenti di validità (comprensibilità, verità, veridicità, giustezza), sollevate in ogni atto linguistico da partner tendenzialmente orientati all’intesa all’interno della Lebenswelt (mondo della vita). L’agire comunicativo non poggia affatto, quindi, su premesse di tipo metafisico-ontologico o su non meglio chiariti piani di significato trascendenti (Giuseppe addebita addirittura a Habermas – o a me? – di richiamarsi a una trascendenza comunque intesa, “fatti (Tatsachen), strutture logiche, leggi divine o divinizzate”: niente di più lontano dallo Habermas che conosco io). Cade quindi l’obiezione per cui l’agire comunicativo sarebbe in realtà uno scaricare la responsabilità del mio agire su un altro misticamente inteso.
Ringrazio Alessandro per le sollecitazioni e provo a rispondere. Provo a rendere ragione di quanto ho sostenuto nel post precedente.
E anzitutto mi stupirei se Alessandro, che cita Pericle/Tucidide – ma non i Melii! – non fosse d’accordo sull’inscindibile nesso tra render ragione (logon didonai) e democrazia, tra filo-sofia e democrazia, tra una sophia che non c’è e democrazia. È banale relativismo? Pazienza! Intanto, però, se “tutto è relativo”, se di ogni cosa è misura l’uomo, ciò che resta è l’uomo, siamo tu ed io, simmetrici e davvero uguali. Infatti solo nel vuoto pneumatico di ogni terzietà, di ogni criterio trascendente può sussistere l’uguaglianza. E l’uguaglianza, come ricorda anche il Bobbio citato da Alessandro, è la conditio sine qua non della democrazia. Che, poi, l’uguaglianza non sia una regola tra le altre, ma, anzi, una sorta di antiregola e di zavorra per ogni set di regole procedurali volte a produrre una decisione, a me pare evidente [checché ne dica Pericle, il cui discorso rispecchia più un patriottico wishful thinking che la realtà di Atene]. Decidere è, infatti, sempre imporre una volontà a scapito di altre, è potere; e, per quanto istituzionalizzato, il potere implica sempre disuguaglianza. In questa – e di questa – di per sé insolubile contraddizione vive la democrazia, la cui mission, per me, è quella spiritual-pedagogica di mettere gli uomini di fronte all’aut-aut, affinché, nel momento opportuno, sappiano scegliere tra l’egoismo (anche di gruppo) che cerca l’efficacia e il rispetto per l’umanità di tutti, Melii compresi.
Il secondo appunto che mi fa Alessandro mi pare fondato su un equivoco. Come risulta chiaro a una lettura un minimo attenta, non ho detto che ciò che è semplicemente vero è falso. Ho sostenuto che il “fatto della ragione” – che, appunto, non è semplicemente vero come, ad es., il fatto che ieri nevicava, – è la Verità, ossia il fondamento indiscutibile di ogni “vero”, e che tale Verità, proprio perché tale, non è vera, quindi è falsa. (O, se si preferisce, non è né vera né falsa, come dice Wittgenstein, Della certezza, § 205). Se quindi, di nuovo, riconosciamo il nesso tra democrazia e razionalità, non è di poco momento ribadire che è proprio l’imperativo categorico a votarla ad una continua ed intemerata indagine del proprio s-fondamento.
Quanto all’ultimo punto, ribadisco che quello di Habermas e di Alessandro mi pare essere proprio uno sforzo per istituzionalizzare/legittimare l’agire comunicativo(orientato all’intesa). E, come in ogni processo di istituzionalizzazione, è la forza con cui viene sanzionato uno degli opposti (qui, l’agire strumentale) a sancire l’altro (l’agire comunicativo). Ma, allora, che differenza c’è?
Alessandro si richiama a Pericle, che sancisce la virtù di chi partecipa alla vita politica in quanto sanziona i vizi di quelli che se ne astengono. Ma possiamo immaginarci uno spartano che distingua i suoi compatrioti sulla base del criterio, ad es., della forza fisica, sanc-tificando i forti in quanto sanc-tiona i deboli. Di nuovo, che differenza c’è?
A me pare che l’unico criterio per distinguere le due prospettive sia la capacità di autocritica (da “crisis”) propria di chi egoisticamente, strumentalmente, ha sviluppato l’arma linguistica fino al punto in cui questa gli si è rivoltata contro, costringendolo a disarmare. Le altre armi, infatti, per quanto sviluppate, non producono questo effetto di autodissolvimento. Se però non si mette in luce, non si confessa apertamente questa radice egoistica dell’agire comunicativo, è proprio la sua differenza fondamentale con l’agire strumentale a essere oscurata. Differenza che, appunto, consiste nel saper vedere che non c’è differenza.
Habermas, poi, si sforza di santificare il linguaggio umano asserendo che ad esso “la comprensione/intesa inerisce come telos”, che l’uso del linguaggio orientato all’intesa è la “modalità originale”, e che, se talvolta il linguaggio è utilizzato come mezzo (fosse pure per l’intesa, ma anche per l’imbroglio), è perché se ne fa un uso parassitario (cfr. Teoria dell’agire comunicativo, III, 2). Insomma per Habermas il linguaggio sembra essere una realtà che gli uomini rispettano, se grazie ad esso e in esso si intendono; la violentano, se ne fanno un uso strumentale. Come la Natura o Dio, il linguaggio è per Habermas il tertium cui gli uomini devono ricorrere per stabilire correttamente le loro relazioni, bambini che ad ogni piccolo screzio tra loro devono far ricorso al genitore. [Che poi il linguaggio come tale non sia capace di svolgere questa funzione, egli sembra ammetterlo implicitamente quando sostiene che una cultura può sperare di procedere verso la razionalizzazione della propria Lebenswelt solo se si lascia mettere sotto la tutela di professionisti dell’argomentazione].
A me, invece, pare che non solo non possiamo dare per scontata questa dimensione irenica del linguaggio, ma che, se l’obiettivo è quello della comunicazione (del fare comunione/comunità), ciò sia controproducente. Ogni appello ad una qualsivoglia trascendenza/differenza finisce, infatti, per apparire ipocrita, suscita il risentimento e la mimesi rivalitaria. [Penso, molto concretamente, all’odio che suscitiamo spesso prima come secchioni, poi come professori, usando del nostro sapere come simbolo di uno status cui, per quanto discreditato, ci aggrappiamo per galleggiare nel mare del conflitto sociale].
Habermas non lo dice, mi pare, esplicitamente, ma è chiaro che anche per lui l’intesa razionale, quella che non si accontenta di un sentimento collettivo, né di una resa all’”evidenza fattuale”, ma che cerca incessantemente un fondamento, non è certo l’obiettivo di fondo dei nostri comportamenti linguistici fin dall’infanzia, essendo palesemente collegato alla maturazione adolescenziale. E neppure l’intesa sentimentale può stare all’origine, dovendoci casomai domandare quale sentimento ci guidi a recepire le informazioni che ci vengono trasmesse. Ma allora, se l’intesa non è il telos intrinseco del linguaggio, è la “semantica intenzionale” di stampo nominalistico a dover esserne posta alla base; e, con essa, è l’agire strumentale/strategico, a dover essere riconosciuto/confessato come l’arché di ogni agire sociale, quale si manifesta e si diffonde sempre più scatenato nell’epoca moderna. Del resto, che cosa c’è di meno “strategico” che ammettere di agire in modo strategico?
Scrivendo l’articolo sulla fine della democrazia, non credevo che avrei avuto un simile feedback e tante sollecitazioni a precisare ulteriormente il senso delle mie proposte. Lo interpreto come un’istanza mossa non da me, ma dal concetto stesso di democrazia, dal quale in qualche modo tutti dipendiamo. Democrazia, mi sembra, non è solo una forma di governo, ma il “prisma” in cui si concentrano i grandi problemi della cultura e della riflessione razionale, e che, appunto in quanto prisma, ritrasmette e ricodifica la nostra comprensione della realtà. In questo senso la democrazia è il vero trascendentale della nostra forma di vita.
Il nesso tra filosofia e democrazia, qui ricordato, porta alla luce come isolare un concetto, una determinazione concettuale, un punto di vista, porta con sé inevitabilmente il riferimento a tutta una costellazione contigua di altri concetti, e questi, a loro volta, ne implicano altri e altri ancora…
In quest’ultimo caso il denso intervento di Giuseppe mi mette addirittura davanti ad alcune difficili ma inaggirabili questioni circa quello che chiamerei il fondamento di senso di una politica democratica, sollevando anche la domanda sul fondamento ontologico dell’uguaglianza.
Senza pretendere di dare una risposta esaustiva a tutte le domande sollevate, mi pare che esse ruotino attorno a tre punti fondamentali:
1. Problema delle virtù ateniesi, dell’uguaglianza formale, ecc.
2. Problema del fatto della ragione.
3. Problema dell’istituzionalizzazione dell’agire comunicativo (e, quindi, della concezione discorsivo-argomentativa della democrazia).
Sul primo punto, certo anch’io so e capisco che Pericle parla a partire da una sorta di pregiudizio culturalista e da una visione “imperialistica” (direbbe Luciano Canfora, ma anche chiunque abbia studiato un po’ di Marx) della democrazia, dando per scontata la superiorità (non solo civica) degli ateniesi, occultando nel suo dire la violenza grazie alla quale la democrazia ateniese è potuta diventare grande, sterminando – lo ricordo, così non si dirà che nascondo qualcosa o intendo difendere la democrazia ateniese – gli uomini e riducendo in schiavitù donne e bambini dell’isola di Melo (colonia spartana), poiché costoro avevano avanzato la pretesa di decidere “democraticamente” dell’alleanza con Atene contro Sparta (Tucidide, Guerra del Peloponneso, l. V, cap. XXVI, 85-116). E potremmo ricordare, oltre ai Melii, anche Senofonte (un socratico…) che fa dire a Pericle che la democrazia non è altro che “la volontà del popolo che conta” e che può sottomettere alla propria volontà anche la legge (legge ferrea dell’oligarchia ante litteram!). Certo, oggi nessuno si fa più illusioni circa la natura poco disinteressata e anzi imperialistica della democrazia ateniese: la dialettica dell’illuminismo/ragione (nel senso dato all’Aufklärung da Horkheimer-Adorno) è sicuramente anche la dialettica della democrazia/uguaglianza. Ma resta il fatto che il discorso di Pericle, pur nella sua mistificazione ideologica, pur occultando le sue basi strategiche finalizzate al dominio, pone lo stesso la questione, ovvero il nesso fra democrazia e discorso argomentativo, razionale, intersoggettivo. Retori, capibastone, affaristi e autocrati corrotti possono nascondere quanto vogliono le loro pretese di dominio, possono trasformare sofisticamente il dia-logos nella violenza di “rendere più forte il discorso più debole”, e noi possiamo guardare fin che vogliamo alla democrazia con l’occhio cinico e disincantato di un Aristofane (vedi I Cavalieri), per il quale essa è solo opera di imbonitori, manipolatori, corruttori e corrotti, ognuno alla ricerca del raggiungimento del proprio “particulare”, eppure c’è sempre una dimensione immanente al linguaggio che fa sì che tali mistificazioni vengano alla luce. Democrazia è allora rendere possibile che questo “fenomeno” si mostri, appaia, riveli la sua essenza. L’uguaglianza della democrazia è cioè far sì che i fenomeni della vita sociale possano apparire per quello che realmente sono. E questo non può che accadere (“innanzitutto e per lo più”, direbbe Heidegger) nella sfera intersoggettiva della narrazione, discussione con ragioni e quindi argomentazione. Del resto se sappiamo del trucidio dei Melii lo dobbiamo a qualcuno che questa capacità “historica”, ovvero un ateniese, Tucidide. Così come, se oggi possiamo denunciare cose come Guantanamo, è perché c’è, nel paese che ha reso possibile Guantanamo, qualcosa che deriva dalle conquiste della democrazia stessa: una società civile, un’opinione pubblica, un sistema d’informazione pluralistico, cittadini liberi, individui sufficientemente autonomi e razionali per inorridire e vedere in Guantanamo un’offesa all’umanità. (Ecco perché sono preoccupato dell’indebolimento neoindividualistico della capacità di partecipazione, discussione, argomentazione e critica).
Sul secondo punto interpreto la spiegazione di Giuseppe come una critica della fallacia fondazionalistica del concetto di Verità come Fondamento o Originario (leggi principio di ragion sufficiente): si presuppone cioè che esista qualcosa come un trascendentale atemporale, fuori dal tempo e dallo spazio, il noumenon dei noumeni, e lo si assume come “fondamento indiscutibile di ogni ‘vero’”. Nessuna sorpresa poi che ci si trovi nell’aporia di dire che tale Verità non è né vera né falsa, oppure che è falsa simpliciter. Siamo cioè alla famosa dialettica del Grund, del fondamento, che Wittgenstein rileva ma che certo non scopre: si veda la Scienza della logica, (Dottrina dell’Essenza, sez. I, cap. III). Immergiamoci per un attimo nello speculativo strong hegeliano (ripreso peraltro anche da Adorno: si vedano le lezioni su Il concetto di filosofia): il Fondamento (Grund, principio di ragion sufficiente) non può mai essere separato dal fondato perché è proprio questo che lo fa esser tale. Ma questo significa che a) non possiamo assolutizzare alcuna determinazione concettuale e b) in filosofia ricondurre tutto a un unico principio scatena una dialettica che fa implodere in se stesso il principio medesimo. Mi pare che in quel paragrafo di Della certezza Wittgenstein dica sostanzialmente la stessa cosa. E non possiamo cercare riparo nell’assumere l’aporetico come nuovo fondamento, perché l’aporia è aporia e basta, non fonda alcunché.
Circa il terzo punto, mi sembra di poter dire con sufficiente sicurezza che le cose in Habermas sono piuttosto lontane da qualsiasi sanct-ficazione del linguaggio o da astratte istituzionalizzazioni “ireniche” della sfera linguistica. Tra parentesi, a rigore bisogna parlare di agire comunicativo e non di linguaggio tout court: tale estensione implica una concezione pratica o pragmatica molto più ampia di quella che sembra aver presente Giuseppe. Infatti comunicazione in Habermas non è soltanto linguaggio, ma un insieme pratico-vitale, affettivo, relazionale, fatto di intenzioni, norme, comportamenti non-verbali. Trovo quindi altamente discutibile la sicurezza con cui Giuseppe afferma che “come la Natura o Dio, il linguaggio è per Habermas il tertium cui gli uomini devono ricorrere per stabilire correttamente le loro relazioni, bambini che ad ogni piccolo screzio tra loro devono far ricorso al genitore”. Non per difendere Habermas (che anzi ho criticato spesso nei miei studi su Hegel e Adorno), ma non facciamone, per favore, la caricatura di uno che usa il linguaggio come mezzo per risolvere i problemi o per disinnescare i conflitti o per rimuovere la dimensione strategica del nostro agire. All’opposto, la comunicazione non è qualcosa che per Habermas si costituisce al di là della concreta dimensione vitale, del concreto processo di formazione del genere (lezione di Marx, ma anche di Mead che Habermas tiene sempre presenti). Quindi non si può sostenere, come fa Giuseppe, che con impostazioni come quelle di Habermas l’agire strategico (che in Habermas è essenzialmente la razionalità strumentale weberiana) risulti “sanzionato”. Una delle critiche più frequentemente mosse a Habermas è infatti la sua equiparazione di agire comunicativo e agire strumentale, non una presunta anteposizione del primo al secondo. E tuttavia è vero che per Habermas l’agire comunicativo “comprende” in sé anche quello strumentale e non viceversa. Sì, Habermas nutre troppe speranze nella potenza della comunicazione, dimenticando che nella comunicazione il “fatto” del conflitto è più decisivo di quello della ragione. Ma c’è un altro punto che va preso in esame e sottoposto a critica. Nel primato della pragmatica universale, della comunicazione, di una prassi orientata all’intesa, viene meno – dicono i critici – la possibilità di una trasformazione dell’esistente, riconsegnando per eterogenesi dei fini il primato alla razionalità strumentale. Alla fine – si dice – decide, governa, comanda chi ha forza argomentativa (cioè capacità di imporre la propria “agenda”, i propri “valori”, le proprie “opinioni”, ovviamente sproporzionatamente maggiori in chi ha visibilità, presenza, potere mediatico-finanziario), ergo potere. Tanti saluti, allora, alla democrazia e alla conciliazione comunicativa nonché all’idea di un cosmopolitismo democratico? Ho cercato di mostrare che ragionando così ricadiamo in una concezione della razionalità argomentativa come pura tecnica, trucco avvocatesco e sofistico, “arte di ottenere ragione”, direbbe Schopenhauer. Tucidide diceva che i più forti agiscono (anche non comunicativamente), mentre i più deboli cedono (anche comunicativamente). Eppure giova ricordare che non ogni competenza argomentativa è di per sé un’argomentazione razionale, cioè fallibile e falsificabile. La razionalità è tale, cioè, solo in uno spazio pubblico, condiviso, aperto (cioè in una democrazia o almeno in uno “spazio delle ragioni”, vedi il McDowell di Mente e mondo, e che può al limite coincidere – e di fatto storicamente ha coinciso, anche in società non democratiche – con la comunità scientifica degli esperti, la vita intellettuale, ecc.). Non c’è nessuno spazio immunizzante, sottratto alla critica, a partire dal quale e nel quale possiamo mettere al riparo le nostre “certezze”. Ma ogni comprensione avviene a partire da un qualche contesto o di un “sistema”: “Tutti i controlli, tutte le conferme e le confutazioni di un’assunzione, hanno luogo già all’interno di un sistema. E precisamente, questo sistema non è un punto di partenza più o meno arbitrario, e più o meno dubbio, di tutte le nostre argomentazioni, ma appartiene all’essenza di quello che noi chiamiamo argomentazione. Il sistema non è tanto il punto di partenza, quanto piuttosto l’elemento vitale dell’argomentazione” (Wittgenstein, Della certezza, § 105). E se fosse la democrazia questo “sistema”?