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	<title>Commenti a: Studenti intelligenti?</title>
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	<link>http://prismi.wordpress.com/2008/04/03/studenti-intelligenti/</link>
	<description>Il sito di chi vuole pensare</description>
	<lastBuildDate>Thu, 08 Oct 2009 19:08:33 +0000</lastBuildDate>
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		<title>Di: paolomasini</title>
		<link>http://prismi.wordpress.com/2008/04/03/studenti-intelligenti/#comment-33</link>
		<dc:creator>paolomasini</dc:creator>
		<pubDate>Fri, 22 Aug 2008 06:48:58 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://prismi.wordpress.com/?p=11#comment-33</guid>
		<description>Replica studente (ad Alessandro mi pare): e la maggiore vivacità delle impressioni? 
Aggiungo io: mettere ordine è possibile in molti modi. Hume, in questo mettere ordine, tiene però un punto fermo (almeno uno): che il dato su cui tutto si basa è lìimpressione, che è tale perchè più vivace. Tale maggiore vivacità è fatto ontologico? Se lo è, è attestato dall&#039;esperienza. Che però deve includere anche la memoria, entro cui a questo punto si apre tutto il gioco del confronto tra le relazioni e il giudizio sull&#039;intensità delle percezioni. Il punto decisivo è il rapporto, la struttura del rapporto, tra esperienza presente (attuale) e memoria</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Replica studente (ad Alessandro mi pare): e la maggiore vivacità delle impressioni?<br />
Aggiungo io: mettere ordine è possibile in molti modi. Hume, in questo mettere ordine, tiene però un punto fermo (almeno uno): che il dato su cui tutto si basa è lìimpressione, che è tale perchè più vivace. Tale maggiore vivacità è fatto ontologico? Se lo è, è attestato dall&#8217;esperienza. Che però deve includere anche la memoria, entro cui a questo punto si apre tutto il gioco del confronto tra le relazioni e il giudizio sull&#8217;intensità delle percezioni. Il punto decisivo è il rapporto, la struttura del rapporto, tra esperienza presente (attuale) e memoria</p>
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		<title>Di: giusmanildo</title>
		<link>http://prismi.wordpress.com/2008/04/03/studenti-intelligenti/#comment-18</link>
		<dc:creator>giusmanildo</dc:creator>
		<pubDate>Wed, 07 May 2008 07:56:26 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://prismi.wordpress.com/?p=11#comment-18</guid>
		<description>Mi pare che il problema della memoria dell’impressione che deve accompagnare l’idea (perché questa  possa essere compresa come impressione indebolita), sia analogo e inverso a quello platonico del rapporto tra il ricordo dell’idea che sempre deve accompagnare la percezione della realtà sensibile.
È chiaro che il significato di idea è completamente diverso in Hume e in Platone; pure, in ambedue i casi si incappa nella medesima irrealizzabilità di un manifestarsi diretto e semplice della realtà: il nostro sguardo è irrimediabilmente binoculare, anzi strabico, e l’essere ci si dà sempre a partire da una differenza. 
Resta da chiedersi e chiedo: in che misura Hume era consapevole del carattere mitico di questa datità diretta (la stessa che Hegel decostruirà all’inizio della Fenomenologia)?
Dire delle idee che non sono altro che “impressioni illanguidite” sembra presupporre la piena autoreferenzialità delle impressioni (modelli) e un processo di decadimento che conduce alla impalpabilità delle idee (copie).
Dire invece che le impressioni sono “più vivide”, lascia intendere che la differenza è solo quantitativa e che le percezioni sono ciò che di volta in volta mostra una forza sufficiente per emergere a “figura” rispetto allo “sfondo” costituito dalle altre. Lo sfondo è proprio il (quasi!) niente necessario alla realtà del qualche cosa.
Se nel primo caso la distinzione idee – impressioni è mitica, nel secondo non ha nulla di empirico e assume il carattere di un giudizio sintetico a priori: è un principio trascendentale che rientra tra le “anticipazioni della percezione” . [Come si desume da Kant, la realitas phaenomenon è sempre limitata, determinata, è l’esito di uno scontro dialettico tra realtà affermate e negate. La verità del giudizio affermativo e di quello negativo è il giudizio infinito].</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Mi pare che il problema della memoria dell’impressione che deve accompagnare l’idea (perché questa  possa essere compresa come impressione indebolita), sia analogo e inverso a quello platonico del rapporto tra il ricordo dell’idea che sempre deve accompagnare la percezione della realtà sensibile.<br />
È chiaro che il significato di idea è completamente diverso in Hume e in Platone; pure, in ambedue i casi si incappa nella medesima irrealizzabilità di un manifestarsi diretto e semplice della realtà: il nostro sguardo è irrimediabilmente binoculare, anzi strabico, e l’essere ci si dà sempre a partire da una differenza.<br />
Resta da chiedersi e chiedo: in che misura Hume era consapevole del carattere mitico di questa datità diretta (la stessa che Hegel decostruirà all’inizio della Fenomenologia)?<br />
Dire delle idee che non sono altro che “impressioni illanguidite” sembra presupporre la piena autoreferenzialità delle impressioni (modelli) e un processo di decadimento che conduce alla impalpabilità delle idee (copie).<br />
Dire invece che le impressioni sono “più vivide”, lascia intendere che la differenza è solo quantitativa e che le percezioni sono ciò che di volta in volta mostra una forza sufficiente per emergere a “figura” rispetto allo “sfondo” costituito dalle altre. Lo sfondo è proprio il (quasi!) niente necessario alla realtà del qualche cosa.<br />
Se nel primo caso la distinzione idee – impressioni è mitica, nel secondo non ha nulla di empirico e assume il carattere di un giudizio sintetico a priori: è un principio trascendentale che rientra tra le “anticipazioni della percezione” . [Come si desume da Kant, la realitas phaenomenon è sempre limitata, determinata, è l’esito di uno scontro dialettico tra realtà affermate e negate. La verità del giudizio affermativo e di quello negativo è il giudizio infinito].</p>
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		<title>Di: Alessandro Bellan</title>
		<link>http://prismi.wordpress.com/2008/04/03/studenti-intelligenti/#comment-12</link>
		<dc:creator>Alessandro Bellan</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 08 Apr 2008 22:10:03 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://prismi.wordpress.com/?p=11#comment-12</guid>
		<description>Hume nell’&lt;em&gt;Inquiry on Human Understanding&lt;/em&gt; (R&lt;em&gt;icerca sull’intelletto umano&lt;/em&gt;, una riesposizione semplificata del primo libro del celebre &lt;em&gt;Trattato sulla natura umana&lt;/em&gt; del 1739) distingue due gradi di percezione della mente: le impressioni e le idee o pensieri. La distinzione è basata sul differente grado di forza e vivacità delle seconde rispetto alle prime. L’impressione è il genere di percezione della mente più forte e vivido (&lt;em&gt;more lively&lt;/em&gt;) e si verifica quando “udiamo, o vediamo, o sentiamo, o amiamo, o odiamo, o vogliamo”, mentre l’idea si ha quando “riflettiamo su una delle sensazioni o degli atteggiamenti (movements) sopra ricordati”. Si tratta quindi di due gradi quantitativamente diversi di percezione, non di due forme di conoscenza qualitativamente diverse. Scrive ancora Hume nel &lt;em&gt;Trattato&lt;/em&gt; che la differenza tra idee e impressioni consiste nel fatto che le impressioni sono percezioni che colpiscono la nostra mente con maggior forza e vividezza rispetto alle idee, le quali sono solo “immagini illanguidite” delle impressioni. Sensazioni, passioni, emozioni ma anche le rappresentazioni sensibili di queste sono impressioni; ricordi, pensieri, riflessioni sulle impressioni sensibili sono invece idee. In altri termini, Hume assume come criterio di distinzione l’evidenza. Anch’egli, come Cartesio, persegue l’ideale della conoscenza stabile e definitiva e aspira alla rifondazione del sapere a partire da criteri di evidenza e di certezza, di immediatezza e di datità: per essere conosciuto, qualcosa deve in qualche modo essermi dato. E la “datità”, l’immediatezza, l’evidenza, per Hume è fornita dalla dimensione sensibile dell’impressione, non da quella noetico-intelligibile dell’idea.
Se in Kant è il pensiero (l’Io penso) che deve poter accompagnare tutte le mie rappresentazioni sensibili, in Hume è invece il sentire (una specie di “Io percepisco”) che deve poter accompagnare ogni idea. Sono quindi le impressioni a causare le idee, e non viceversa. Ogni idea corrisponde a una precisa impressione, ma lo stesso non può dirsi delle impressioni: le impressioni cioè non hanno bisogno delle idee per “fondarsi”: “possiamo proseguire questa ricerca quanto a lungo ci piaccia”, scrive ancora Hume nell’&lt;em&gt;Inquir&lt;/em&gt;y, “troveremo sempre che ogni idea che esaminiamo è copiata da una impressione simile”.
La conoscenza vera e propria per Hume non è però semplicemente emozioni, passioni, sensazioni. Alla fine è invece proprio la relazione fra quelle “immagini illanguidite” che sono le idee a fornire la possibilità di un sapere. E sono soprattutto quelle che Hume nel suo &lt;em&gt;Treatise&lt;/em&gt; definisce “idee di relazione” a dare ordine e significato al caos delle percezioni, al disordinato flusso di sensazioni, passioni ed emozioni di cui è intessuta la nostra esperienza. Insomma, Hume prima di Kant si avvede che deve esistere un fondamento, una dimensione di senso, che organizza le percezioni, solo che per lui questa non è l’Io penso né l’immaginazione produttiva, ma l’abitudine e la credenza, cioè il ragionevole attendersi una regolarità costante nell’esperienza. E a fungere da principio di connessione non può essere certo la memoria, che è daccapo legata ai sensi, e serve solo a conservare e a riprodurre le impressioni (la memoria cioè mi serve per ricordare che fuoco e carta devono stare lontani, ma anche che fuoco e mani possono stare in una qualche utile vicinanza), ma sono, com’è noto, la somiglianza, la vicinanza, la causalità (notare che le prime due sono anche leggi gestaltiche). Che cos’è allora che ci permette di distinguere un’impressione da un’idea, come so che questa è un’impressione e non un’idea? Risponderei: la distinzione humeana è una distinzione euristica e genetica, non ontologica o costitutiva. Non dobbiamo cercare ciò che distingue l’impressione dall’idea, perché nella realtà impressioni e idee sono sempre mescolate. La distinzione però ci serve come criterio euristico per spiegarci l’origine delle idee, cioè da quale impressione è derivata una certa idea e, metodologicamente, serve affinché si usi in modo più prudente e rigoroso il linguaggio filosofico, dissipando i sospetti di scarsa chiarezza che spesso vengono imputati ai discorsi “metafisici”. È come quando diciamo: parli di questa cosa, d’accordo, ma a cosa ti riferisci? Quale oggetto vuoi intendere con il tuo discorso? Mi parli di Dio? Allora io, da bravo empirista, ti dico che l’idea di Dio è l’insieme delle impressioni relative alla bontà, alla saggezza, alla mancanza di limiti ecc., ed anzi una certa, precisa, relazione fra queste idee (che mi permette, tra l’altro di distinguere fra divinità e santità). Stai ragionando in termini di causa-effetto? Allora io, bravo empirista, ti dico che l’idea della causa non è altro che la connessione costante di due percezioni, l’abitudine a collegare due impressioni. Se c’è l’impressione sensibile del fuoco, allora ho l’idea del calore o della combustione; oppure: se vedo il fumo allora ho la rappresentazione mentale, un’idea, di un camino acceso. Si tratta di mettere ordine nel nostro linguaggio e di associare ai significati la percezione corrispondente. Quella che Hume propone, a mio avviso, non è altro che un’operazione di igiene logica.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Hume nell’<em>Inquiry on Human Understanding</em> (R<em>icerca sull’intelletto umano</em>, una riesposizione semplificata del primo libro del celebre <em>Trattato sulla natura umana</em> del 1739) distingue due gradi di percezione della mente: le impressioni e le idee o pensieri. La distinzione è basata sul differente grado di forza e vivacità delle seconde rispetto alle prime. L’impressione è il genere di percezione della mente più forte e vivido (<em>more lively</em>) e si verifica quando “udiamo, o vediamo, o sentiamo, o amiamo, o odiamo, o vogliamo”, mentre l’idea si ha quando “riflettiamo su una delle sensazioni o degli atteggiamenti (movements) sopra ricordati”. Si tratta quindi di due gradi quantitativamente diversi di percezione, non di due forme di conoscenza qualitativamente diverse. Scrive ancora Hume nel <em>Trattato</em> che la differenza tra idee e impressioni consiste nel fatto che le impressioni sono percezioni che colpiscono la nostra mente con maggior forza e vividezza rispetto alle idee, le quali sono solo “immagini illanguidite” delle impressioni. Sensazioni, passioni, emozioni ma anche le rappresentazioni sensibili di queste sono impressioni; ricordi, pensieri, riflessioni sulle impressioni sensibili sono invece idee. In altri termini, Hume assume come criterio di distinzione l’evidenza. Anch’egli, come Cartesio, persegue l’ideale della conoscenza stabile e definitiva e aspira alla rifondazione del sapere a partire da criteri di evidenza e di certezza, di immediatezza e di datità: per essere conosciuto, qualcosa deve in qualche modo essermi dato. E la “datità”, l’immediatezza, l’evidenza, per Hume è fornita dalla dimensione sensibile dell’impressione, non da quella noetico-intelligibile dell’idea.<br />
Se in Kant è il pensiero (l’Io penso) che deve poter accompagnare tutte le mie rappresentazioni sensibili, in Hume è invece il sentire (una specie di “Io percepisco”) che deve poter accompagnare ogni idea. Sono quindi le impressioni a causare le idee, e non viceversa. Ogni idea corrisponde a una precisa impressione, ma lo stesso non può dirsi delle impressioni: le impressioni cioè non hanno bisogno delle idee per “fondarsi”: “possiamo proseguire questa ricerca quanto a lungo ci piaccia”, scrive ancora Hume nell’<em>Inquir</em>y, “troveremo sempre che ogni idea che esaminiamo è copiata da una impressione simile”.<br />
La conoscenza vera e propria per Hume non è però semplicemente emozioni, passioni, sensazioni. Alla fine è invece proprio la relazione fra quelle “immagini illanguidite” che sono le idee a fornire la possibilità di un sapere. E sono soprattutto quelle che Hume nel suo <em>Treatise</em> definisce “idee di relazione” a dare ordine e significato al caos delle percezioni, al disordinato flusso di sensazioni, passioni ed emozioni di cui è intessuta la nostra esperienza. Insomma, Hume prima di Kant si avvede che deve esistere un fondamento, una dimensione di senso, che organizza le percezioni, solo che per lui questa non è l’Io penso né l’immaginazione produttiva, ma l’abitudine e la credenza, cioè il ragionevole attendersi una regolarità costante nell’esperienza. E a fungere da principio di connessione non può essere certo la memoria, che è daccapo legata ai sensi, e serve solo a conservare e a riprodurre le impressioni (la memoria cioè mi serve per ricordare che fuoco e carta devono stare lontani, ma anche che fuoco e mani possono stare in una qualche utile vicinanza), ma sono, com’è noto, la somiglianza, la vicinanza, la causalità (notare che le prime due sono anche leggi gestaltiche). Che cos’è allora che ci permette di distinguere un’impressione da un’idea, come so che questa è un’impressione e non un’idea? Risponderei: la distinzione humeana è una distinzione euristica e genetica, non ontologica o costitutiva. Non dobbiamo cercare ciò che distingue l’impressione dall’idea, perché nella realtà impressioni e idee sono sempre mescolate. La distinzione però ci serve come criterio euristico per spiegarci l’origine delle idee, cioè da quale impressione è derivata una certa idea e, metodologicamente, serve affinché si usi in modo più prudente e rigoroso il linguaggio filosofico, dissipando i sospetti di scarsa chiarezza che spesso vengono imputati ai discorsi “metafisici”. È come quando diciamo: parli di questa cosa, d’accordo, ma a cosa ti riferisci? Quale oggetto vuoi intendere con il tuo discorso? Mi parli di Dio? Allora io, da bravo empirista, ti dico che l’idea di Dio è l’insieme delle impressioni relative alla bontà, alla saggezza, alla mancanza di limiti ecc., ed anzi una certa, precisa, relazione fra queste idee (che mi permette, tra l’altro di distinguere fra divinità e santità). Stai ragionando in termini di causa-effetto? Allora io, bravo empirista, ti dico che l’idea della causa non è altro che la connessione costante di due percezioni, l’abitudine a collegare due impressioni. Se c’è l’impressione sensibile del fuoco, allora ho l’idea del calore o della combustione; oppure: se vedo il fumo allora ho la rappresentazione mentale, un’idea, di un camino acceso. Si tratta di mettere ordine nel nostro linguaggio e di associare ai significati la percezione corrispondente. Quella che Hume propone, a mio avviso, non è altro che un’operazione di igiene logica.</p>
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		<title>Di: paolomasini</title>
		<link>http://prismi.wordpress.com/2008/04/03/studenti-intelligenti/#comment-10</link>
		<dc:creator>paolomasini</dc:creator>
		<pubDate>Thu, 03 Apr 2008 12:51:31 +0000</pubDate>
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		<description>Le idee che Hume distingue dalle impressioni come posso distinguerle dalle impressioni solo sulla base dell&#039;esperienza (che è sempre esperienza presente)? Ci vuole anche la memoria (dell&#039;impressione, più vivace, di cui l&#039;idea è immagine) che però non è un&#039;impressione nè un esperienza presente (in atto)</description>
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