E’ possibile, come sostiene Umberto Curi, che il cinema sia la forma di narrazione perfetta e che la filosofia, sin da Platone, si sia sempre fatta ( e si possa benissimo fare) anche come narrazione.
Per coloro cui il cinema (certo cinema) piace, di per sè e per le riflessioni che a volte contribuisce a far fare, che ne dite di questo spazio, dove recensire, se vogliamo, film visti? O (più modestamente?) lasciare spazio a riflessioni cui certi film ci hanno portati?
Paolo
“Lo scafandro e la farfalla”
¬Jean-Dominique Bauby si risveglia dopo un lungo coma in un letto d’ospedale. È il caporedattore di ‘Elle’ e ha accusato un malore mentre era in auto con uno dei figli. Jean-Do scopre ora un’atroce verità: il suo cervello non ha più alcun collegamento con il sistema nervoso centrale. Il giornalista è totalmente paralizzato e ha perso l’uso della parola oltre a quello dell’occhio destro. Gli resta solo il sinistro per poter lentamente riprendere contatto con il mondo. Dinanzi a domande precise (ivi compresa la scelta delle lettere dell’alfabeto ordinate secondo un’apposita sequenza) potrà dire “sì” battendo una volta le ciglia oppure “no” battendole due volte. Con questo metodo riuscirà a dettare un libro che uscirà in Francia nel 1997 con il titolo che ora ha il film.
Il film a me è piaciuto molto, non solo in quanto tale, ma anche perchè si presta, secondo me, a qualche riflessione filosofica.
In fondo la condizione del protagonista è metafora, estrema forse, della comune nostra condizione. Chiusi tutti in uno scafandro, dal quale un varco, un foro si apre. Attraverso esso guardiamo. Cambia la dimensione dell’apertura, esigua per il protagonista del film, meno esigua per tutti noi, ma noi siamo questo guardare (tutta la prima parte del film è giocata su inquadrature nelle quali la macchina da presa si identifica col punto di vista del protagonista, è l’occhio del protagonista).
La situazione è senz’altro orribile. C’è il dramma. Il rifiuto e anche il desiderio di morire che tale condizione porta. Ma poi l’atteggiamento del protagonista si calibra. Perchè siamo ancora nell’essenziale della nostra dimensione comune. Siamo pur sempre nella dimensione e nella struttura dell’apertura al mondo.
Attorno al protagonista, nel suo sguardo, nel suo orizzonte via via compaiono figure, persone, amici, la moglie, i figli, l’amante, medici e terapiste, donne che lo accompagnano. Si intrecciano relazioni.
L’occhio è la soglia, fuori le apparenze, dentro la farfalla, cioè la memoria, i pensieri, le immagini, tutto.
Fuori in fondo altri occhi,l’occhio di alcuni, pochi, amici, i loro imbarazzi, ma poi le loro parole. L’occhio delle donne, la loro differente bellezza, donne che guardano, senza imbarazzi, e guardano guardare. E fanno parlare il linguaggio della palpebra che si apre e si chiude, pur sempre linguaggio attraverso il corpo, per quanto poco, linguaggio del corpo. Un linguaggio lento, molto lento, paziente, insistente. Profondo. Riflessivo e espressivo.
Questi sguardi reciproci producono riconoscimento. Reciproco ed essenziale. Lui ha solo la possibilità di un occhio, ma attraverso l’occhio e la palpebra che apre e chiude il mondo, lentamente passa qualcosa che ha una intensa distillata intimità.
In fondo in tutto questo a volte si intravede un brivido di orrore,ma il protagonista resta lucciola che illumina il mondo, fuori e dentro di sè. E se l’inizio è un grido, grido senza voce (come spesso accade a tutti), poi esso diventa parola. Parola dunque. Dal grido alla parola.
E il mondo si articola.Le persone che ti guardano hanno diversi atteggiamenti. C’è lo sguardo professionale, apparentemente caldo, ma distratto, dei medici. C’è chi si abitua dopo un po’. Chi resta prigioniero (l’amante), contraddittoriamente, del passato.I figli che in fondo più di altri poi lo accolgono così com’è.
E gli sguardi delle diverse donne, di alcune donne. Ognuna irriducibilmente unica e diversa, belle, per come guardano. Con pochissimi tratti definite nella loro individualità, seppure poste solo entro la relazione (che fanno fuori? Non si sa, si sa poco di cosa sono isolatamente dalla relazione, non è coglibile).
E poi il mondo interiore, che matura e giunge a narrare, distillando sensi e parole.
In una dimensione in cui c’è sempre corpo-mente, mai separati. Sia pure il corpo lo scafandro e la mente la farfalla. Anche a palpebra chiusa il mondo intero e anche il passato sono in qualche modo tutti racchiusi. Ma racchiusi nella palpebra, nel corpo, che se si chiude verso l’esterno, un attimo almeno, permane nello “sfarfallio” del mondo interiore