Esistere psichicamente
Da questa artificiosa terra-carne
esili acuminati sensi
e sussulti e silenzi,
da questa bava di vicende
- soli che urtarono fili di ciglia
ariste appena sfrangiate pei colli -
da questo lungo attimo
inghiottito da nevi, inghiottito dal vento,
da tutto questo che non fu
primavera non luglio non autunno
ma solo egro spiraglio
ma solo psiche,
da tutto questo che non è nulla
ed è tutto ciò ch’io sono:
tale la verità geme a se stessa,
si vuole pomo che gonfia ed infradicia.
Chiarore acido che tessi
i bruciori d’inferno
degli atomi e il conato
torbido d’alghe e vermi,
chiarore-uovo
che nel morente muco fai parole
e amori
(Andrea Zanzotto, da “Vocativo”)
Si può pensare, e a fondo, in tanti modi.
E se provassimo a cavar fuori da qualche poesia che ci tocca e piace, qualche “filosofico pensiero”?
Che filosofia si possa fare solo in forma di trattato in fondo non è che un pregiudizio. Che filosofia si faccia in forma di trattato è illustre e motivata tradizione. Ma la verità è prisma che offre molti lati.
Io per esempio trovo Zanzotto assai “philosophique” (assieme ad altri cert; Rilke, ma qui si sfonda porta aperta, in primis)
“Esistere psichicamente” è un “trattatello” filosofico in versi. Che ne caviamo di pensieri?
(anche che qualche “volgarissima” canzone si presta a ciò)
Partirei dalla feconda aporeticità del titolo della poesia: la dimensione psichica (e quindi individuale) come cifra dell’esistenza effettiva, fattuale. In altri termini: l’assenza di determinatezza della psiche originaria, della forma dell’intenzione, come «chiarore-uovo», come insieme di tutto ciò «che non fu», da cui paradossalmente dipartirono i «soli che urtarono fili di ciglia», ovvero «tutto ciò che io sono»: gli atomi che compongono il corpo ed il mondo, il conatus sese conservandi dell’esistenza, i «bruciori d’inferno» di cui è intessuta la storia. C’è un passo estremamente denso della Dialettica dell’illuminismo di Adorno ed Horkheimer in cui la vicenda di «questo lungo attimo / inghiottito da nevi, inghiottito dal vento» giunge ad una vera e propria concettualizzazione filosofica, svelando un andamento dialettico che illustra il divenire della natura nella cultura, ed il suo ambiguo permanere in essa come un che di artificiale, di divenuto, di secundum. Un permanere mai disgiunto da un costante ed imprevedibile accadere, trasmesso con vivido turgore lessicale da Zanzotto, in tutta l’elementarità organica del proprio movimento: l’«artificiosa terra-carne» è una «bava di vicende» dalla quale spuntano «esili acuminati sensi». Come fissare, allora, la verità di un simile intreccio di nulla ed essere, psiche ed esistenza? Essa, come verità patita, più che come enunciazione proposizionale, è espressa sensibilmente nella poesia, al pari di un grido; il grido di una verità che «geme a se stessa», nel doloroso dilatarsi e contrarsi di un «pomo che gonfia ed infradicia». Proprio nel chiarore accecante di un tale nulla che si converte in essere, assumendo il travagliato sembiante della creazione del determinato, quell’essere è ancora in certo modo nulla, sebbene esso, proprio qui, nell’indistizione di nascita e morte, divenga il «morente muco» che fa «parole /e amori».
Il passo della Dialettica dell’illuminismo a cui mi riferivo nel precedente post, è rintracciabile alla p. 259 dell’edizione italiana Einaudi, Torino 1991. Nella recensione di un saggio su Adorno (Trasformazioni della dialettica, Il Poligrafo, Padova 2006) – una recensione che è ormai divenuta un quasi-saggio autonomo – ho provato a commentare quella pagina nel modo che segue. La poesia di Zanzotto mi ha subito fatto venire in mente il testo francofortese in questione, poiché mi pare esprimere, con ben altro linguaggio, alcuni aspetti del medesimo nodo teoretico, sebbene quanto scrivono Adorno ed Horkheimer alluda solo tangenzialmente al tema dell’essere e del nulla, concentrandosi piuttosto su quello dell’esistenza fattiva della psiche e delle sue potenzialità (se vogliamo anche delle sue potenzialità critiche).
Ecco dunque la mia lettura di un passaggio molto discusso dell’opera forse più disillusa della Scuola di Francoforte.
Il soggetto, incarnato dall’individualità di Odisseo agli albori della civiltà occidentale, è qui l’attore razionale sul tavolo operatorio della critica. Al soggetto e alla sua incarnazione appartiene, come un che di costituitosi sul filo della temporalità – del divenire – la «determinazione immanente» della propria, più antica, «preistoria», che non è però l’origine puntuale e statica da cui esso proviene, essendo tale preistoria, in quanto determinazione immanente divenuta, una struttura in se stessa articolata, nella quale l’uomo razionale è «altro dalla natura ma anche suo momento». Il referente di una siffatta antropologia della storia, è pertanto una «forza psichica» già da subito non semplicemente naturale, ma «deviata», perché solo in tal modo essa può concretamente mantenersi in vita. Solo al prezzo di una contrapposizione e di una scissione dalla natura, il portatore dell’antropologia diviene risolutamente «l’altro» dalla natura. Una volta acquisita la primaria alterità rispetto alla natura, esso s’installa sul rilievo solo «effimero» – contingente, costituitosi processualmente – di una Herrschaft, che ora è anche concettualmente «identica e non identica con la natura», cioè dialettica. È insita in tale dialettica – che significativamente svela, al di sotto della metafisica incontrovertibile del sub-jectum, l’effimera verticalità del dominio – la possibilità che la Zivilisation si faccia «assolutamente contrapposta» alla dinamica strutturalmente deviata della sua provenienza: la «dimentica in se stessa». Esito di una simile «smemoratezza» – è il termine dei Minima moralia di Adorno – non è un reale progresso verso un altrove dalla natura, ove attingere una libertà senza condizioni e limiti, ma la regressione ad essa, il passo all’indietro, di rimbalzo, ad un’autoconservazione di ritorno, «rinselvatichita» – specularmente: il passo innanzi verso un’autoconservazione acculturata. Lo spessore antropologico della forza psichica coinvolta in questo processo, tuttavia, come rende in sé possibile il dimenticare, altrettanto custodisce in sé la possibilità – per quanto affievolita, utopistica – del ricordo, poiché l’uno e l’altro strutturano il concetto ormai acquisito, e perversamente all’opera nelle strategie di coazione della società.
Perciò potrei aggiungere, come è scritto in apertura della stessa Dialettica dell’illuminismo, che «la terra interamente illuminata splende all’insegna di trionfale sventura», essendo diventata in tutto simile a quella landa avvolta dalla nebbia di cui sarebbe dato fare esperienza anche oggi, se solo se ne fosse psichicamente ancora capaci.
A mio avviso, se carichiamo la poesia di Zanzotto del medesimo peso sociologico, anche laddove essa ne incorpora uno propriamente ontologico, il «chiarore-uovo» che egli nomina diviene la luminosità d’una luce produttrice d’inferno sociale, non meno che di amore e linguaggio. Ciò che «Esistere psichicamente» mette bene in evidenza, direi, è proprio il nesso inestricabile che stringe insieme il nulla di determinato della psiche ed il suo essere una forza organica, la forma della ragione che, al pari d’un morente, balbetta il mondo, e questo stesso mondo nella sua configurazione liminare, pressoché vegetale. Ovvero, l’io razionale del soggetto individuale, allorché manifesta un’intenzione psichica, ed il suo possibile contenuto realmente esistente, “naturale”. In modo ancor più marcato di Adorno ed Horkheimer, comunque, questo linguaggio poetico – forse proprio perché “poetico” – fa toccare con mano come l’essere ed il nulla, la vita psichica della mente, in se stessa vuota ed indeterminata, e la sua ricaduta nel mondo, siano insieme una fine ed un inizio, il sigillo elementare di una catastrofe, di una decadenza, di un’inevitabile “deviazione”, ma anche il vagito di una creazione, di una nuova possibilità d’esistenza, di una nuova fisiologia ottica dello sguardo, ben più di quanto non si riesca ad intravedere in un testo pessimistico come la Dialettica dell’illuminismo.
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