Per essere autocoscienza è necessario per l’autocoscienza essere riconosciuta in quanto tale da un’altra autocoscienza. È questa la celebre tesi hegeliana, centrale nella dinamica (dialettica) dell’autocoscienza, e sulla cui base si sviluppa il processo che prende avvio con l’articolazione della dialettica servo-signore.
Ma la questione del riconoscimento quale modalità indispensabile per l’autocoscienza per essere (diventare) ciò che è, è importante e interessante anche al di fuori del “contesto” hegeliano, col quale però è indispensabile fare i conti, data la vertiginosa profondità in cui consiste. Essa, la questione del riconoscimento genericamente intesa e anche nello specifico hegelianamente intesa, presenta tuttavia, per quanto riesco a capirne, delle difficoltà che spesso non vengono adeguatamente poste in rilievo (difficoltà che spesso invece vengono poste in risalto dalle “domande ingenue” di alcuni miei studenti).
L’autocoscienza dunque per essere sé, cioè una autocoscienza, deve essere riconosciuta da altro che la eccede e questo altro deve essere a sua volta una autocoscienza.
La prima questione che qui si pone è se per essere autocoscienza ciò sia una necessità, e non una semplice modalità tra altre possibili di costituzione dell’autocoscienza o eventualmente il semplice darsi di un rapporto che accade di fatto. Insomma, la questione è se davvero per essere autocoscienza tale tipo di riconoscimento (il riconoscimento da parte di un’altra autocoscienza) sia indispensabile. E qualora lo fosse, per quale motivo lo sia.
A me pare che l’unico modo per concepire tale situazione come necessaria sia mostrare come senza tale riconoscimento l’autocoscienza si trovi in una situazione contraddittoria; anzi, essendo punto di partenza della dialettica la singola autocoscienza, alla quel nulla altro può essere presupposto, auto-contraddittoria.
Non si non può non partire infatti se non dalla posizione di una coscienza, che, dapprima posta al livello cosale (o, volendo specificare meglio, animale) diventa coscienza di sé, cioè auto-coscienza. Se chiamo questa coscienza che si scopre autocoscienza A1, innanzitutto c’è la posizione di A1 (senza la cui esistenza non vi sarebbe nessuna dinamica e relazione ulteriore). Ma A1, per essere tale, abbisogna del riconoscimento di un’altra autocoscienza (che potremo chiamare A2). Ora: perché è necessario che il riconoscimento provenga da un’altra autocoscienza? E cosa cioè impone che questa altra autocoscienza (A2) esista in sè?
Ad ogni buon conto, bisogna pensare originariamente vi sia A1, ed è dunque in ogni caso nella struttura di A1 che deve essere incluso il suo bisogno di essere riconosciuta e di essere riconosciuta da altra diversa autocoscienza, bisogno della cui necessità ci stiamo chiedendo.
La necessità di tale inclusione va dunque fondata, e va fondata a partire dalla posizione di A1. Posso infatti, al livello di sviluppo in cui stiamo, innanzitutto chiedere cosa impedisca alla coscienza di sé pura e semplice di porsi semplicemente in quanto tale, senza bisogno di altro e dell’altro, come cosciente di sé, cioè come autocoscienza. Ossia: c’è motivo (e eventualmente quale è) per cui, invece, ciò che pone l’autocoscienza in quanto tale, e cioè riconosiuta come tale, debba essere un’altra autocoscienza, al di là della eventuale constatazione del fatto che tale riconoscimento da parte di A2 si dà?. Perché il riconoscimento di sé in quanto autocoscienza non può invece essere una identità auto-conosciuta ed essere cioè del tutto costruito all’interno dell’autocoscienza, consapevole della sua apertura, che elabora la sua apertura e i suoi modellamenti? Da dove la necessità dell’esistenza effettiva di A2 che opera il riconoscimento, senza naturalmente presupporre l’altro che invece al livello di sviluppo iniziale del percorso fenomenologico è quanto, mi pare sia evidente, va dedotto e dunque non presupposto?
Spesso studenti “ingenui” mi hanno, dicevo, di fatto posto tale questione, in riferimento specifico alla fenomenologia hegeliana, ma anche come questione più in generale. Ma l’ingenuità a volte vede il “re nudo” e mi sono convinto che in effetti qui c’è una domanda cui va data risposta, un problema cui va data soluzione (e non sto naturalmente dicendo che soluzione non vi sia).
Il fatto è che secondo me Hegel potrebbe anche sembrare aver posto già le premesse per riuscire a porre il rispecchiamento in modo interno alla coscienza di sé, in modo come dire autoctono, solipsistico, tutto entro la pura autocoscienza originaria (e comunque, anche al di là di Hegel, la cosa potrebbe a un primo sguardo essere concepibile in termini “solipsistici”). Da subito infatti (già prima del riconoscimento) la autocoscienza è delineata come duplicazione (che si sviluppa dal doppiosenso originario che essa è in quanto insieme distinta e infinitamente relazionata all’altro, così dice Hegel) e dunque la auto-coscienza ha in sé, a prescindere dal riconoscimento, questa dinamica per cui ciò che si unifica in essa è insieme duplicato. E’ solo per la presenza di questa strutturazione interna che tra l’altro diventa possibile concepire il doppio che può costituirsi come altro proiettato esternamente, cioè come l’altra autocoscienza, o almeno la possibilità, l’idea di un’altra autocoscienza (e da qui dunque il via alla dinamica di oggettivazione/attribuzione di autocoscienza/negazione di autocoscienza che poi svilupperà la dialettica nel senso che ne sancirà la necessità del conflitto con l’altro). A me pare che quindi si possa dire che A1 sia già concepibile come polarizzata in sé, e l’occhio che vede sé è un polo del sé e l’altro polo è l’immediatezza del conoscersi. Perciò, per questo motivo, tra l’altro il polo interno che si vede autocoscienza è un ri-conocersi.
Inoltre l’autocoscienza ha già sviluppato un modo di rapporto con l’altro nella posizione dell’appetito in cui, detto con parole mie (ma non credo siano fraintendimenti del momento dell’appetito) abbiamo anche un inglobare l’altro da parte della autocoscienza al punto che essa, assimilandolo, si assimila in qualche modo all’altro. Ora: la soddisfazione in cui il riconoscimento consiste, seppur diversa da quella richiesta dall’appetito, in quanto pur sempre soddisfazione ha analogia strutturale con la dinamica dell’appetito, che di per sé consiste in un rapporto con altro ma non con un’altra autocoscienza. Da dove dunque la necessità di non fermarsi a questa modalità di relazione e produrre invece una polarizzazione verso un esterno all’autocoscienza che sia autocoscienza, verso cioè l’essere riconosciuta da un’altra autocoscienza, che deve essere perciò tra l’altro anch’essa riconosciuta come autocoscienza (e soprattutto altra autocoscienza)?
Il punto decisivo è che l’autocoscienza deve anche “fissarsi” come autocoscienza. L’indipendenza, che essa in quanto tale può essere e esercitare, ossia l’autonomia che essa deve essere in quanto coscienza di sé non dipendente da altro che sé, implica però anche che l’idea di sé come autocoscienza deve avere un contenuto in qualche modo stabilizzato, tale da consentire di pensarla come permanere indipendente in modo da non avere dipendenza da altro che potrebbe intaccarne la struttura di autocoscienza, e questo essere perciò costantemente autocoscienza consente inoltre di poterla costituire soggetto ri-conoscibile. Il punto che produce il riconoscimento deve perciò essere un punto capace di ri-conoscere, e quindi anche capace di porre che, nel ripetersi della relazione (in un “incontro” ex novo non vi è riconoscimento, ma casomai “conoscimento”), la relazione è con quello stesso A1 che appunto viene ri-conosciuto. (Inoltre nel riconoscimento si produce quella determinazione di sé, che nasce dal gioco di identificarsi e differenziarsi da altro, anche attraverso l’idea che l’altra autocoscienza (A2) ha di essa (A1)). Ma perché questo avvenga, non sono sufficienti l’idea che A1 ha di sé, o l’idea (di A1) dell’idea che altra autocoscienza (A2) ha di essa A1?.
Secondo me la fondazione della necessità che A2 riconosca A1 affinché A1 sia tale va ricercata nel fatto che, qualora A1 fosse o restasse coscienza originaria e solitaria, nel momento in cui ha coscienza sé e cioè prende come proprio oggetto sé, si specchierebbe sì in sé, ma pur specchiandosi e dunque riconoscendosi in sé, non riuscirebbe però a tener fermo il contenuto che essa è, perché tale contenuto è “fluido” e mai davvero stabilizzabile, se non attraverso una oggettivazione. Il punto capace ri-conoscere, cioè capace di cogliere che, nel ripetersi della relazione, la relazione è con quello stesso A1 (che appunto viene ri-conosciuto) non può essere in A1 perché sarebbe investito, se così fosse, del fluire che caratterizza A1. Tale oggettivazione, per non essere del tutto fluida e dunque per essere capace della permanenza relativa che caratterizza l’essere oggetto e la necessità che il riconoscimento sia effettuato da un ambito capace di contenere in sé i due termini in gioco in ogni ri-conoscimento, non può provenire dunque se non da una polarità esterna ad A1 (essendo A1 del tutto fluida) e dunque non può che venire, in modo analogo al dare forma col lavoro, da un trattenere il dileguare attraverso l’ancoraggio in qualcosa che possa essere concepito anche come non autocoscienza fluente, e quindi deve essere concepito perciò esterno a A1. E, insieme, questo altro da A1 non può che essere una altra autocoscienza (A2) perché l’autocoscienza sa che solo un essere razionale pienamente indipendente e autocosciente, quale essa stessa è, può avere la consapevolezza che essa sia qualcosa che esso sa cosa sia, in quanto esso stesso lo è. In tal senso A2 ri-conosce perché già sa di sé e riconosce l’analogo a sé. Come dire: A2 deve avere nella sua struttura anche la modalità del rispecchiamento di sé e quindi, se la relazione con l’altro deve produrre quella relativa stabilizzazione che è il riconoscimento, la relazione che produce il riconoscimento di A1 deve essere, per “ancoraggio”, con un polo esterno ad A1, ma anche capace di cogliere che A1 è autocoscienza e per far ciò deve essere autocosciente, in modo da porre l’analogia necessaria.
Eppure, se anche vi fosse solo la autocoscienza solipsistica, essa per essere autocoscienza dovrebbe certamente comunque porre un punto di vista che la veda, che in questo caso sarebbe sguardo su sè dall’interno: un punto al suo interno che la vede ( e quindi in questo senso essa vede sé ed è auto-coscienza), punto interno che produce la riflessività per cui essa si veda. E si potrebbe anche pensare a tale punto di vista occhio interno alla autocoscienza come assimilato ad essa e in quanto assimilato non potrebbe essere un oggetto inerte, perché dovrebbe essere, in quanto assimilato, della stessa “pasta autocoscienza” di cui A1 è costituita. L’autocoscienza (A1) sembrerebbe dunque già concepibile, anche senza l’esistenza di A2, come coscienza di sé. In realtà, se così non è, mi pare che sia per un unico fondamentale motivo: la necessità della posizione di un “occhio” esterno ad A1 che sia anche relativamente stabile (nonché esso stesso autocoscienza), e quindi non solo un assimilato (che peraltro sarebbe già in certo senso duplicazione). L’”occhio” non può anche essere del tutto interno ad A1 se non per il fatto che, qualora interno fosse, dovrebbe essere del tutto fluido, rendendo però così impossibile il riconoscimento.
C’è dunque la necessità di porre uno specchio, almeno relativamente, stabile di sé ed esso deve essere posto di fronte a sé. Questo “posto di fronte” deve essere, abbiamo detto sopra, autocosciente. Ma insieme deve essere oggettivato e dunque non può essere concepito come autocoscienza anche essa pure del tutto fluida . Per potervisi ancorare A1 deve cioè pensarlo autocoscienza indipendente e insieme negarne almeno la totale fluidità.
Perciò la relazione tra i due in certo modo si pone, oltre che necessaria, anche come contraddittoria (se tale relazione è in realtà il fatto che A1 non vuole l’altro come A2, cioè non lo vuole fluido e indipendente, e insieme lo vuole come A2, cioè lo vuole autocosciente e cioè fluido e indipendente). L’altro necessario al riconoscimento deve essere una autocoscienza (A2), ma non può essere fluido come A1 (non può essere inteso davvero come A2) Situazione in cui da un lato A1 vuole essere sé e dunque vuole il riconoscimento, e dall’altro lato nega, per la necessità di concepirlo come relativamente “fisso” e dipendente, ciò che solo potrebbe riconoscerla.
Da tale autocontraddizione (che è propria del signore e si manifesta dapprima nella opposizione del signore col servo) si esce con il conflitto tra le due autocoscienze, ma la vera molla del movimento non può che essere interna ad A1 (pena il presupporre ciò che si vuol porre, cioè A2 che opera il riconoscimento). La contraddizione di A1 che insieme vuole e non vuole A2 porta comunque, come dire, a verificare cosa A2, necessario ad A1 per essere riconosciuto come A1, sia e dunque all’incontro- scontro con A2. Questa contraddizione è dunque come una spinta al trascendersi verso l’altro, che dunque si pone perciò come polo che fornisce il riconoscimento. E tale “spinta” sostiene il passaggio nel superamento della contraddizione. Questa dinamica può però essere pensata come necessaria solo se A2 è davvero A2. Ma poiché A2 deve essere posto da A1, per la necessaria dinamica descritta, come il contraddittorio volerlo come A2 e insieme non come A2, l’esito in cui siano davvero tali entrambe le autocoscienze può essere tale se A2 è in realtà tale già originariamente, seppure non saputo come tale o saputo in modo dapprima contraddittorio. In questo senso l’autocoscienza deve essere originariamente trascendersi comunitario, nel senso che solo se A2 davvero è, la sua non posizione porta alla posizione A1, che pone in essere la contraddizione di volere e non volere A2, come posizione astratta che va superata per uscire dalla contraddizione.
Se così non fosse, l’alternativa sarebbe di dover concepire in fondo tutto in termini interni all’autocoscienza originaria, perché in fondo la “contraddizione del riconoscimento” potrebbe essere superata anche semplicemente negando che A1 ha bisogno del riconoscimento di un polo esterno (anche se magari perciò la contraddizione in qualche modo si riprodurrebbe tra poli interni ad A1). In questo caso certamente ci dovrebbe essere una duplicazione in A1 in cui un polo, relativamente o assolutamente stabile e autocosciente, produce riconoscimento, ma ciò di per sè non comporterebbe che A1 (che già c’è) e il suo bisogno di riconoscimento implichino necessariamente l’esistenza di A2. Oserei dire che anche qualora A1 debba pensare che vi sia A2 che lo riconosce, potrebbe anche pensare ciò senza che A2 perciò sia davvero esistente in sè.
Ma l’alternativa a questo esito consiste appunto nel fatto che A1 senza A2 che lo riconosce sta in una situazione autocontraddittoria, che impone la necessità del superamento della autocontraddizione per cui A1 vuole sé (essere riconosciuta) ma così volendosi non vuole A2 (non lo vuole come A2) che la riconosca. Ma tale contraddizione si supera, sostanzialmente riuscendo a produrre la negazione della negazione di A2, che dunque è a sua volta riconosciuto come autocoscienza. (la vera autocoscienza, che, saltando qui io ora molti passaggi, alla fine è quella del servo).
Se questo, fondare cioè la seconda possibilità, non si riuscisse a fare, si dovrebbe in fondo pensare l’altro come proiezione della autocoscienza solipsisticamente intesa, riguardo alla quel sarebbe da verificare se o in che modo essa resti tale qualora, come si può interpretare ritenga Hegel, vi sia un unico Soggetto che è lo Spirito, per cui oltre l’autocoscienza c’è sì altre autocoscienza, ma oltre l’autocoscienza, alla fine diventata Spirito, non vi è nulla.
Oppure, appunto, si dovrà riconoscere che l’inter-soggettività concreta è originaria e che il superamento dell’astratto è possibile solo se il concreto è già, tale dunque da fondare il movimento di una dialettica (dell’astratto/concreto?) capace di porre la necessaria deduzione dell’esistenza del polo esterno dell’altra autocoscienza che, in modo complesso conflittuale e perché no, finchè concreto riconoscimento non si dà, contraddittorio, produce però effettivo riconoscimento e reciproco riconoscimento.
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Ho avuto modo di partecipare per un paio di giorni agli interessanti incontri con lo psichiatra Vittorino Andreoli, organizzati dall’Associazione ASIA alla fine di aprile nella località di S.Vincenzo, tra Cecina e Piombino.
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Che in filosofia ci si accontenti delle parole e di argomentazioni puramente verbali è costume ancor oggi piuttosto diffuso, ma che ha antenati, anche letterari, alquanto illustri. C’è persino stato chi – in tempi recenti e meno recenti – ha fatto di Don Ferrante – il celebre erudito dileggiato da Manzoni nei Promessi sposi – una bandiera, un eroe del ragionamento apodittico: visto che non si conoscevano microbi e batteri, Don Ferrante «aveva ragione di negare sillogisticamente la peste, e merito grande di morirne per non venir meno alle regole del ragionamento» (cfr. S. Gerbi, Raffaele Mattioli e il filosofo domato
Un resort con tutte le comodità, dove nessuno lavora o maneggia denaro. Architetture neopalladiane, niente traffico, inquinamento, conflitto sociale, devianza. Sanità assicurata, istruzione senza fatica, sicurezza totale, efficienza; programmazione, sorveglianza: e controllo sociale capillare. L’isola di Utopia? In un certo senso, sì. È “il Villaggio”, il non-luogo distopico della celebre serie televisiva britannica The Prisoner (ITV 1967-68, interprete principale Patrick McGoohan) (1), i cui ospiti, però, non sono turisti, ma “prigionieri”, deportati in quanto funzionari, ex-agenti segreti, impiegati in possesso di quella merce senza la quale nessun potere può davvero funzionare: la merce-informazione. Informazioni che essi devono dimenticare di possedere o che devono assolutamente riferire all’Organizzazione. Uno di essi, classificato come tutti gli altri con un numero, il numero sei, sceglie di non rivelare il motivo per cui si è dimesso dal suo incarico (agente dell’intelligence? alto funzionario?), scelta che gli è costata la deportazione nel Villaggio (#1: “Arrival”).
Il fallimento cui si assiste nella serie è duplice: fallisce il tentativo di disciplinamento della società (che tenta di addomesticare l’individuo senza riuscirci mai fino in fondo, anche con l’ausilio della psicologia sperimentale e della manipolazione psicosociale) (2) e parimenti e simmetricamente fallisce l’individuo (che tenta di sottrarsi alla durkheimiana contrainte sociale e non ci riesce). L’individuo non vuole essere comandato, archiviato, istruito, interrogato: rivendica un’identità personale, un sé, una differenza irriducibile alla dimensione puramente burocratico-numerica che trasforma implacabilmente gli uomini, in entità anonime, prive di “anima” e di personalità, monadi isolate in un mondo iperreale, atemporale, sospeso in un eterno presente onirico, al tempo stesso ludico e disciplinare, democratico e totalitario. Gli individui ridotti a numeri, come i numeri non hanno storia. Essi contano non per quello che sono o dicono, ma per il ruolo che svolgono, per il compito o la funzione che è stata loro assegnata e che, naturalmente, è calcolabile e quantificabile in termini economici. Il Prigioniero smaschera la perversione di ogni interazione umana regolata dall’unica legge del “valore”. Nel mondo reificato resta infatti inteso che ogni rapporto umano si debba regolare sulla “mobilità”, sulla “disconnessione”, sul “fluttuare” dei valori. Reificazione, termine escogitato dal marxismo ‘occidentale’ per denunciare l’attribuzione del carattere di “cosalità” a una relazione fra persone (3), diventa qui la “disconnessione dei significanti con i significati” (4). “Un uomo come lei ha un valore inestimabile sul mercato”, spiega inappuntabile il “Numero Due” al “Numero Sei” appena arrivato sull’isola. L’individualità, la personalità, la specificità di ogni esistenza si dissolve in un codice, quello del “valore”, che però la presuppone. Tutto gira su se stesso e fluttua, tutto ha il carattere dello stare in sospeso, «sganciandosi en abyme verso una realtà introvabile» (5). La lezione che si trae dal Prigioniero non è per niente consolante. L’individuo non può dimettersi (e cioè abbandonare il ruolo che la società gli impone, ovvero essere libero), sottrarsi al Panopticon del Villaggio (non esibire e non “alienare” la sua individualità) e tanto meno fuggire (fare a meno della contrainte sociale): deve apparire fenomenicamente, erscheinen, mostrarsi, come si mostra la merce (6). La risposta che l’individuo può mettere in gioco è ancora una volta solo l’astuzia di Odisseo (7): reagire alla riduzione integrale agli automatismi e alle seduzioni della burocrazia, della tecnoscienza, del Potere ingannandolo mimeticamente, giocandolo con le sue stesse strategie. Ma qual è poi l’esito di tutta questa astuzia, mirabilmente dispiegata e invidiata al prigioniero da tutti i suoi avversari? Che per sopravvivere alla Sorveglianza Totale bisogna adottare strategie mimetiche, scalare la piramide per trovarne il fondo, accettando la logica di competizione violenta, il survival of the fittest, che regola la società, la “seconda natura”. Il “Numero Sei”, benché segregato, sorvegliato speciale e privo di mezzi, nonostante tutto resiste, accetta le regole della competizione e della sfida (sfruttando strategicamente il suo precedente addestramento di agente segreto), e si dimostra migliore di tutti i “potenti” (con il volto transeunte dei vari numeri due) che hanno cercato di sottometterlo e di estorcergli le famose “informazioni”. Salvo poi scoprire l’orribile verità quando (nell’ultimo episodio, intitolato icasticamente Fall out) strappa la maschera al “Numero Uno” al cui cospetto è finalmente giunto. Egli scopre così di non essere in balia di un qualche potere esterno che lo minaccia e lo vuole al suo servizio: il Nemico è in lui stesso, è l’io, ripetuto ossessivamente come un raglio asinesco dal Doppio cui è stata strappata la maschera scimmiesca. Nel delirio finale c’è la verità della soggettività, cui la logica non è capace di approdare iuxta propria principia. Nel soggetto messo a nudo viene alla luce la sua naturalità violenta, indifferenziata, priva di intenzione. Noi siamo in balìa solo della nostra volontà di potenza, prigionieri del nostro “metafisico” desiderio di volerci pensare come individui, uomini, animali razionali… Il Prigioniero, tuttavia, non è il banale lamento sulla reificazione e sull’impossibilità di essere individui nella società di massa e tecnologica. La serie – e questo è l’aspetto che la rende profondamente attuale – è animata da una profonda verve ironica e autoironica. Infatti, in Fall out (#17) il “Numero Sei” si compiace di essere proclamato vincitore da quel Potere Occulto che nelle intenzioni egli dovrebbe rifiutare alla radice, non trovando nulla da ridire su un “tribunale” che lo proclama individuo, quasi fosse il vincitore di un torneo: “He has gloriously vindicated the right of the individual to be individual, and this assembly rises to you… sir”. Ecco l’ironia: rivendicare il diritto di essere individui è, daccapo, il risultato di una certificazione burocratica bandita da una giuria, in questo caso addirittura di bestioni mascherati. Ma nessuno lo sta a sentire quando prende la parola: il Potere sa ascoltare solo per dominare, non per comprendere. L’individuazione è illusoria. Non si può non lottare se si vuole rivendicare il desiderio “metafisico” di essere individui. Ma se si lotta si accettano le regole del conflitto, della violenza, della weberiana razionalità orientata allo scopo e, quindi, le regole del Potere. L’esito, allora, non può che essere o l’annullamento di sé nella lotta (morte come perdita del sé individuale) o l’identificazione con il Potere che è, daccapo, perdita del sé individuale. In questo paradosso, forse, sta il segreto del rapporto individuo-società. Quel che ci insegna il “Numero Sei”, allora, è che in noi agisce una pulsione violenta e seducente a diventarlo. Essere numeri, incapsulati in un contesto istituzionalizzato, retto da norme, strutture, organizzazioni ci solleva, ci esonera da pensieri, preoccupazioni, fastidi, come aveva già compreso Gehlen nella sua filosofia delle istituzioni (8). E probabilmente rende “domestica” anche la strutturale violenza insita nella volontà autoaffermativa di essere un “sé individuale”. Ma alcune considerazioni critiche si impongono. Se nell’individuo che esce dal ruolo, che cerca di dimettersi, disobbedire, sottrarsi agli “obblighi sociali” si mostra, daccapo, la violenza della volontà di autoaffermazione/autoconservazione, il “biopotere”, il “controllo sociale”, il Panopticon, non sono altro che lo sguardo dell’individuo su se stesso, amplificato dalla tecnica. Se in questa violenza si rivela poi l’arcano (che Marx attribuiva ai “capricci teologici” della merce) della nostra natura, allora la reificazione non è un che di accidentale, ma qualcosa che ha sempre accompagnato ogni tentativo di razionalizzazione del reale, ogni affermazione del principio di identità, come aveva ben compreso quel pensiero critico-dialettico oggi rimosso, dimenticato o neutralizzato. Il lamento sulla reificazione dei rapporti umani come “oblio del riconoscimento” (9) nasconde soltanto la scoperta dell’impossibilità del desiderio “metafisico” di pensarsi, sempre e ancora, come soggetti, individui, esseri razionali. Forse il memorabile protagonista (anche se forse fin troppo übermenschlich) non è un eroe stoico, ma la quintessenza dell’antieroe, l’emblema dell’impossibilità dell’individuale. Ma se è impossibile l’individuale, è impossibile anche il sociale; è forse di questa contraddizione, di questo paradosso, che parla Il Prigioniero, non di complotti, né di eroismi vani. Ma allora, davvero nessuna trasformazione è possibile? La logica del dominio, l’impero della reificazione, è totalizzante e invincibile? Vale anche per il Villaggio quello che Rorty scrive a proposito dell’Orwell di 1984, e cioè che filosofia greca, scienza moderna, poesia romantica «un giorno potrebbero trovare impiego al Ministero della Verità»? (10) Oggi noi sentiamo che il Villaggio – il mondo della manipolazione e dell’inganno, del controllo e della violenza, simbolica e non – è diventato il nostro mondo, al quale non abbiamo nessuna intenzione di sottrarci. Ma è facile confondere il rumore delle proprie catene con l’anything goes che governa il mondo. Ne facciamo esperienza giorno dopo giorno – senza mai sentire il bisogno di una rivoluzione o di un rovesciamento radicale dell’esistente – nel «mondo del cinema hollywoodiano, della televisione standardizzata, dei loisir organizzati, dello spettacolo generalizzato, dell’architettura e dell’urbanistica funzionalizzate, del consumo di massa, della corsa agli armamenti, della burocrazia trasformata in tecnocrazia pianificatrice e delle grandi imprese multinazionali» (11). Tutti elementi che sono compresenti nel Villaggio. C’è da chiedersi tuttavia se non bisognerebbe pensare a una trasformazione che permettesse davvero agli individui di prendere atto della natura autoreificante dell’io, della violenza che risiede nella nostra stessa soggettività e che ci rende soggetto e oggetto del potere e quindi della violenza, che fa di noi vittime e carnefici al tempo stesso. Potrebbe essere questa la vera liberazione dell’individuale, l’autentico fall out? La scoperta della natura violenta del mero esser-sé, della Prigione senza sbarre che ci costringe a essere numeri, se forse non può trasformare la lotta per l’individualità in una strategia immunizzante, potrebbe diventare almeno la grammatica elementare di un pensiero non rassegnato all’inumanità?