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Alfred North Whitehead è oggi un pensatore, perlomeno in Italia, sostanzalmente dimenticato (dopo essere stato peraltro studiato a fondo soprattutto negli anni Sessanta e Settanta da filosofi quali ad esempio Paci, Sini, Rovatti, Bonfantini, Riconda…), nonostante possa essere considerato, per la vastità dei suoi interessi e la ricchezza del suo contributo teorico, uno dei maggiori pensatori inglesi del Novecento. A lui si devono i “Principia Mathematica” scritti in collaborazione con Bertrand Russell che rappresentano l’esito del programma logicista di fondazione logica della matematica, ma anche opere complesse e ponderose della tarda maturità quali “La scienza e il mondo moderno”, “Avventure di idee” e soprattutto “Processo e realtà”. E sebbene sia Whitehead colui che ha definito essere la filosofia nulla più che “una serie di note a margine di Platone”, in realtà i suoi interessi sono assai ampi e articolati e molte sue posizioni decisamente originali.

Anche l’evoluzione della sua ricerca speculativa è significativa. Se infatti dapprima per alcuni decenni i suoi studi si rivolgono prevalentemente alla matematica, alla filosofia della matematica e alla logica; poi, soprattutto a seguito della formulazione della teoria einsteiniana della relatività, si dedica alla filosofia della scienza; per approdare infine, dopo i suoi cinquant’anni, alla elaborazione di una vera e propria metafisica (una “speculative philosophy”, come Whitehead stesso la definisce). C’è quindi uno sviluppo ben preciso nei suoi interessi e il suo passaggio dagli studi logici-matematici a quelli epistemologici per approdare infine a una classica produzione metafisica già di per sè potrebbe essere motivo d’interesse per una riflessione sulla sua filosofia.

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Pratiche filosofiche

 Ormai da qualche tempo si sono diffuse le cosiddette “pratiche filosofiche”, intese come veri e propri esercizi di vita filosofica. Intorno ad esse si sono sviluppate inoltre varie teorizzazioni, tra le quali, per quel che ne so, particolarmente interessanti sono quelle elaborate da Madera e Tarca,  tra l’altro in un libro del 2003 intitolato “La filosofia come stile di vita” (Ed. Bruno Mondadori). Per quel che ho capito, le pratiche sono ispirate sostanzialmente ai modelli di vita filosofica diffusi nel mondo greco e romano antico e agli studi di Pierre Hadot, che ripropone la validità anche attuale di tali modelli  che di fatto consisterebbero in veri e propri “esercizi spirituali” finalizzati a una vita migliore.

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    Da qualche anno ormai si svolge a Modena (e nei dintorni di Modena, cioè a Sassuolo e Carpi), con grande successo direi, il “Festival della Filosofia”. Accanto a varie iniziative collaterali (mostre, film, concerti, giochi, spettacoli, cene…) si tengono nelle piazze, nelle chiese, nei teatri delle città molte “lezioni magistrali”, da parte soprattutto di filosofi (ma non solo) italiani e stranieri, intorno a un tema proposto che di anno in anno varia e che quest’anno era quello della”Comunità”.

Mi pare valga la pena cercare di interrogarsi sul senso, il valore (e i motivi dell’indubbio successo) di questa manifestazione che è forse in Italia attualmente tra l’altro la più importante forma di “promozione di massa” della filosofia. Una cosa importante dunque se si ritiene, come io ritengo, che sia un bene che la filosofia venga coltivata, diffusa e valorizzata, e magari pure che riesca ad essere una voce che riesce ad essere ascoltata da più persone possibili. E ciò, secondo me, anche se questo tipo di eventi dovessero comportare il rischio (che c’è) di contenere anche elementi di “massificazione” e “mercificazione” del sapere, nonchè la possibilità che, facendosi sentire, tale voce possa venire anche fraintesa e equivocata, o snaturata già solo per il fatto di essere stata in tal modo “volgarizzata”.

Venezia, notte del 3 gennaio 2010, nei pressi della Basilica dei Frari, corte Badoer.
Marino, un signore di 61 anni senza fissa dimora, che vive di piccoli lavoretti e di notte dorme in un giaciglio di cartone in quella corte, ha un diverbio con un gruppo se non addirittura una “gang” di ragazzi e ragazze, forse dediti alla microcriminalità. Al suo giaciglio viene dato fuoco. Marino riesce a spegnere da solo le fiamme e resta illeso. Avrebbe potuto andare peggio, come nel caso del clochard di Rimini che rischiò di restare arso vivo a causa delle fiamme appicategli mentre dormiva su una panchina nella notte fra il 10 e l’11 novembre 2008. In quel caso, è qualcosa che brucia sapere che gli autori non erano dei balordi, ma quattro giovani “normali”, un barista (20 anni), uno studente (20 anni), un elettricista (19 anni) e un perito chimico (19 anni): autori del gesto “per noia”, come nelle storie del lancio di oggetti dai cavalcavia sulle autostrade. «Dovevi vederlo il barbone dentro al fuoco… Gli ho buttato addosso tutta la benzina che avevo. Lui non fiatava, dormiva».
Bruciare i poveracci che non si possono difendere è diventato uno sport molto praticato in Italia. Molti tentano diagnosi, interpretazioni, lanciano allarmi, danno valutazioni e giudizi.

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Ernst Bloch ha detto una volta che “noi dobbiamo imparare la speranza”. Che cosa significa imparare la speranza, imparare a sperare? Una risposta può venire da  questa interessante intervista del 1994 al filosofo Remo Bodei. Egli spiega che Bloch concepisce la speranza come fattore gnoseologico, di conoscenza e di progresso, contro l’idea heideggeriana dell’angoscia come condizione di conoscenza ed esperienza dell’ essere nel mondo. Per Bloch, invece, il mondo non può essere accettato “così com’è”: la speranza ci mostra un mondo in movimento, in evoluzione, in perenne trasformazione, un mondo che può sempre essere altro da come è e in cui ogni attimo – come aveva detto già Benjamin – può essere la porta piccola da cui entra il messia. Sperare significa quindi sforzarsi di vedere il muoversi delle cose, il loro evolversi, il diverso nell’identico, anziché sempre e ancora l’identico nel diverso.

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Esiste un mito sulla Scienza della logica di Hegel. Una leggenda ripresa e amplificata da quasi tutti i manuali di storia della filosofia in uso nei licei, e mai definitivamente smentita, o smontata. Si tratta di quello che Terry Pinkard ha definito il “perdurante mito” “di un sistema hegeliano consistente in un bizzarro triumvirato formale, composto da Tesi, Antitesi e Sintesi (termini che Hegel non usa mai e che equivocano completamente il suo pensiero)”. Il mito risale al filosofo tedesco Heinrich Moritz Chalybäus (1796-1862) che nelle sue non molto note opere propose un’interpretazione divulgativa della dialettica hegeliana (fondamentalmente, i tre momenti della logicità chiariti da Hegel nei §§ 79-82 dell’Enciclopedia delle scienze filosofiche in compendio) destinata a un grande successo.

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I: La porta aperta della Legge.

Una porta aperta, sorvegliata da un anonimo custode (Türhüter: letteralmente, un portinaio). Di là, si dice, si trova la Legge (Gesetz). Quale “legge”? “La” legge: verità assoluta, somma giustizia, senso ultimo delle cose? Non si sa. Nessuno lo sa, nemmeno il custode. Ma tutti vogliono conoscere “la” legge. Anche un uomo, altrettanto anonimo, giunto dalla campagna (vom Lande) chiede al guardiano di poter entrare, di poter avere accesso alla Legge. Ma questo non è possibile, almeno non ora; forse dopo. L’uomo prova a convincere il custode, con mezzi leciti e illeciti. Questi lascia fare e accetta tutto, ma non promette nulla né lo lascia entrare. Così l’uomo comincia anche a dimenticare perché se ne sta lì ad osservare quasi ininterrottamente il custode, perdendo di vista il senso del suo stare “davanti alla Legge”, dimentica anche che ci sono altri custodi e solo questo primo gli sembra l’unico ostacolo per accedere alla Legge. La porta davanti a lui è sempre aperta. Alla fine l’uomo venuto dalla campagna muore, ma prima di morire chiede perché nessun altro all’infuori di lui ha chiesto accesso, visto che tutti tendono alla Legge. Ma quell’ingresso era destinato a lui, e a lui solo. Quando l’uomo muore, la porta viene definitivamente richiusa dal custode.

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Quando si è insediata, la malattia mi è diventata, letteralmente, l’esperienza della percezione di una nuova presenza, non voluta, che si è collocata, senza preavviso, all’interno del corpo. Senza possibilità alcuna di reale controllo sul suol lavorio, ora sensibilizza zone somatiche la cui presenza era prima sostanzialmente inavvertita. Qui vi disloca per lo più il dolore, in varie forme e intensità.

La malattia dunque risveglia sensibilità prima nemmeno adombrate, richiama l’attenzione sul corpo (al punto da rivelarcelo scomodo), e mette in allarme i sensi. Ma soprattutto evidenzia il ridestarsi di uno in particolare dei sensi, un senso per lo più attutito: quel senso interno, che ascolta il corpo proprio e che alcuni fisiologi-psicologi chiamano la propriocezione. E’ questo senso che evidenzia la presenza, per lo più non percepita ma ora invece emergente alla nostra esperienza immediata, nel punto o la zona che la malattia ha invasa, di innervazioni, viscere, flussi, punti di giuntura, tensioni muscolari: luoghi e eventi del corpo che sono dei dentro che ora percepiamo come se fossero fuori.

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Elogio di Alcibiade

Nel “Simposio” di Platone, a un certo punto, non appena Socrate ha finito di riferire il discorso della sacerdotessa  Diotima, che svela finalmente la completa natura di Eros, prima che chiunque altro possa aggiungere qualcosa (e in particolare prima che Aristofane, che già si sta agitando e cerca di prender la parola, possa obiettare alcunchè) si sente un gran rumore provenire dall’esterno e qualcuno picchiare con forza alla porta.

“Se sono amici fateli entrare”, ordina Agatone, festeggiato padrone di casa e alla porta è Alcibiade, accompagnato dai servi.

Alcibiade vuole entrare, ma quando giunge sulla soglia, lì si ferma, vuole essere accolto, sta in attesa, sosta.

Sta lì: nello spazio di mezzo tra il dentro e il fuori. Viene dal fuori, e la presenza della soglia, su cui l’azione sta per un attimo sospesa, indica un confine spaziale che sottolinea l’incombere, al di là delle mura chiuse della stanza in cui la scena del discorso d’amore si è svolta, di un’alterità e indica inoltre un istante in cui è possibile la decisione di lasciare entrare o cacciare Alcibiade, l’intruso che, agghindato con nastri e incoronato di edera e viola, vuole, dice, entrare per onorare Agatone, il più sapiente e il piu bello.

Ma, nonostante questo importante momento di sospensione nella dinamica scenica, Alcibiade dentro la situazione sotto un certo lato ci irrompe. Perchè entra in modo chiassoso e in fondo è ospite non invitato, che preme per entrare. Ma anche se in qualche modo impone il suo essere incluso tra gli amici, non viene cacciato e nessuno tra i presenti obietta che egli non sia uno di loro. Ciò che Alcibiade rappresenta dunque è quanto nel convito era stato finora escluso, ma che i convitati sanno non essere un estraneo.

Così Agatone lo accoglie, quale amico dei convitati. L’amico che peraltro non è stato invitato, e che anzi è stato inizialmente, e deliberatamente (Agatone non accampa scuse per non averlo chiamato), escluso dal gruppo. Ma che ora c’è e con buona ragione, perchè tutti lo sanno che alla brigata, che è chiusa nella stanza del simposio e isolata dentro il gioco della leggera ebbrezza e del regolato discorso su amore, manca ancora il confronto con tutto ciò che la situazione ha finora escluso tenendolo fuori dal luogo del dire su eros.

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Un semplice rimando al link di un film-documentario molto interessante (che è passato solo una volta in televisione, ovviamente programmato a un’ora impossibile”, molto tarda) che ho avuto modo di vedere nel “circuito alternativo” in cui sta girando.

Il documentario completo si trova comunque su Youtube.

Per ora lo lascio alla pura visione. Ma credo che molti commenti siano possibili  e in relazione ad esso molti temi filosofici siano trattabili.

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